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Religione e società

Come combattere la cultura del risentimento

Qualcosa è cambiato /2. L'America è stata attaccata in quanto simbolo, la furia dei terroristi si è abbattuta contro una società considerata schiava del proprio benessere materiale, patria di ogni lassismo e di ogni arbitrio. Lo stesso odio è presente in molta letteratura e in molta politica occidentale. Per i cristiani si spalanca ancora una volta l'orizzonte della testimonianza.

Gli attacchi dell'11 settembre sono stati attacchi contro l'America e il suo popolo. Non sono stati attacchi strategici, mirati al conseguimento di qualche obbiettivo sociale o politico: sono stati un'espressione di odio. Alcuni commenti posteriori hanno cercato di razionalizzare quest'odio, interpretandolo come una risposta alla presenza delle truppe americane nelle terre sante dell'Islam o come una risposta ai favori concessi a Israele. Queste razionalizzazioni sono state appoggiate dagli islamisti stessi, ma in termini che non fanno riferimento ad alcun tipo di negoziazione. Non c'è alcuna affermazione, né palese né implicita, secondo la quale l'America cesserebbe di essere un obbiettivo se si ritirasse dai paesi dei musulmani o smettesse di sostenere lo Stato di Israele. Tutto il contrario.

 

La politica americana in Medio Oriente è considerata una "prova" di malvagità e questa malvagità esisterebbe anche se tali politiche cambiassero. Si dice comunemente che i musulmani ordinari considerano i massacri dell'11 settembre con repulsione e si dissociano dai fanatici islamisti. Questo è vero. Ma è altrettanto vero che una grande quantità di musulmani ha gioito per i massacri e, anche tra coloro che non si sono rallegrati, molti erano dell'idea che, in un modo o nell'altro, l'America si fosse meritata quella punizione. Inoltre gli assassini non avrebbero potuto fare ciò che hanno fatto se non avessero creduto che ciò fosse permesso dalla loro fede. Non c'è dubbio che avessero torto al riguardo. Ma una caratteristica peculiare della fede islamica è la mancanza di ogni autorità centrale che possa decidere sull'argomento. Non c'è una chiesa, non c'è un sinodo, non c'è una carica suprema paragonabile a quella del Papa: ci sono solo le opinioni contrastanti dei giuristi e degli ayatollah, le cui scuole rivali danno un peso differente alle sacre parole del Corano e riconciliano le sue apparenti contraddizioni in modi che spesso creano nuove contraddizioni.

 

Pensare che i massacri di settembre siano stati eventi isolati che non si ripeteranno sarebbe confortante. Ma come sappiamo, la spinta a ripeterli è ancora viva ed è costata molte vittime innocenti in Spagna e in Gran Bretagna. Per questo è importante comprendere le ragioni di coloro che hanno perpetrato il crimine e riflettere sul suo significato per il nostro stile di vita cristiano.

 

Il primo punto su cui insisto è che le persone che sostengono di essere motivate dalla convinzione religiosa spesso si ingannano. Il risentimento e l'odio sembrano sentimenti nobili quando sono concepiti come comandamenti divini e, anche se la fede non ha avuto ruolo nella produzione di quelle emozioni, essa può giocare un ruolo importante nel renderle rispettabili. Ai cristiani si insegna a evitare l'odio, a perdonare i nemici e a vivere in giustizia e carità reciproca. Questo tuttavia, non ha loro risparmiato di odiare e provare risentimento nel nome di Dio: la storia dell'antisemitismo in Europa ne è certamente una prova.

 

Il secondo punto su cui insisto è che i cospiratori dell'11 settembre consideravano l'America come un simbolo. Attaccando l'America stavano in realtà attaccando il mondo delle comodità materiali e della libertà individuale, delle città gigantesche e dell'energia senza scopo, del lassismo sessuale e dell'arbitrio nello stile di vita. È un mondo che li aveva tentati e alle cui tentazioni non avevano resistito. Dopotutto erano persone moderne, come te e come me, e alle persone moderne i vincoli delle fedi antiche stanno stretti. Ma il mondo moderno è anche un mondo che vedevano con risentimento, poiché non erano in grado di trovare una nicchia per sé. Attorno a loro vedevano persone a proprio agio con le loro reciproche libertà, ciascuno a una certa distanza dal suo vicino e lieto di condividere con la persona che aveva scelto le varie comodità nella sua cella suburbana autonoma. I cospiratori si sono infuriati contro una società che poteva essere così a suo agio in una situazione nella quale essi si sentivano completamente alienati.

 

Questo risentimento del mondo moderno non è nulla di nuovo. È presente nella maggior parte della letteratura modernista europea e americana e in molta politica radicale. Esso prende invariabilmente di mira l'America, promuovendo l'illusione falsa ma seducente che l'America sia la versione corrotta di uno stile di vita che, in una qualche forma più pura, potrebbe offrire speranza per il futuro. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che tutte le cose per le quali le persone lottano nel mondo moderno sono ottenibili in modo più semplice e sono più ampiamente distribuite in America. Il Paese fornisce un'immagine di successo materiale e di opportunità aperte che non ha paralleli. L'America non mostra in una forma in qualche modo corrotta i traguardi che altrove sono raggiunti in un'innocenza primigenia. Essa mostra quei traguardi così come sono realmente, vi crede senza vergogna e si rallegra per il loro conseguimento. L'America è ciò per cui noi tutti stiamo lavorando: quando dunque guardiamo al Paese con odio, ciò avviene perché esso ci presenta uno specchio. La faccia che vediamo in quello specchio è una faccia che disprezziamo cordialmente.

 

 

l'Ambiguità del Testimoniare

 

Il terzo punto che dovrebbe essere menzionato, benché sia molto delicato, riguarda il significato della parola "martire". Nonostante il greco martyrein e l'arabo shahada significhino entrambi "testimoniare", c'è un'effettiva e importante differenza tra il martire cristiano e lo shahid musulmano. Il martire cristiano porta la sua testimonianza attraverso la sofferenza, assumendo su di sé la croce di Cristo. La sua fede è verificata proprio dal rifiuto di trasferire il suo fardello su altri. Non è un gesto di testimonianza cristiana uccidere gli infedeli o distruggersi assieme a innumerevoli passanti, per quanto colpevoli tali passanti possano essere agli occhi di Dio. Testimonianza cristiana significa offrire se stessi come vittime sacrificali, nello spirito di Cristo.

 

L'Islam al contrario si astiene dal condannare colui che porta "testimonianza" della sua fede attaccando coloro che ritiene essere i suoi nemici. Benché il Corano condanni il suicidio, non condanna gesti sconsiderati che sicuramente porteranno alla morte, ma che sono anche atti di testimonianza di fede. Sembra perciò che per i musulmani sia possibile considerare martiri coloro che testimoniano la loro fede portando morte e distruzione a persone innocenti, morendo nel farlo. Nemmeno importa, agli occhi di molti potenziali shuhud, che tra le loro vittime siano compresi dei musulmani: una sorta di esultanza sconsiderata circonda l'atto e rende la distruzione stessa il proposito omnicomprensivo e omnicompensante.

 

 

Messaggio di Compassione

 

Alla luce di queste osservazioni, risponderei agli attacchi dell'11 settembre come segue. Primo, non credo che il risentimento e l'odio per la sicurezza e il successo che da esso deriva scompariranno mai. Il risentimento è un sentimento sociale primario, di quelli che devono essere gestiti. Lo si gestisce al meglio, credo, coltivando l'umiltà e la pietà, come fanno le tre grandi religioni abramitiche. (Ciò viene discusso da Max Scheler, nel suo libro Ressentiment, nel quale egli difende il Cristianesimo contro l'attacco nietzschiano che fraintende i termini della questione). Sono inoltre persuaso che il risentimento, quando verrà a galla, avrà la tendenza a prendere come obbiettivo l'America insieme a ogni altro Paese occidentale che riproduca l'abbondanza e la libertà americane. Credo anche che il meccanismo delle scusanti religiose, che ha dato la possibilità a coloro che hanno perpetrato gli attacchi dell'11 settembre di rappresentarsi come martiri della loro fede, resterà attivo nelle menti di molti giovani musulmani insoddisfatti, soprattutto in quelli che vivono nel mondo delle tentazioni occidentali, lontani da ciò che Qutb chiamava «l'ombra del Corano». Molti di questi giovani vivono una nostalgia impotente per un mondo di pietà perduto e questa nostalgia esacerba il loro risentimento contro un mondo che ignora la loro vulnerabilità e il loro profondo bisogno spirituale. Credo però che ci sia una risposta che potrebbe allontanare la parte peggiore del male che questa situazione minaccia, e credo che sia dovere dei cristiani impegnarsi per essa. Questa risposta è, molto semplicemente, portare ancora una volta testimonianza delle radici religiose della nostra civiltà. L'equilibrio esistente tra il Cristianesimo e l'Islam dipendeva da un condiviso riconoscimento dell'esistenza di Dio e da un faccia a faccia esistenziale radicato nella rivelazione. I musulmani si sentono minacciati dal successo e dalla prosperità occidentali perché vedono queste cose come i prodotti di un credo puramente secolare, perfino ateistico. Questo fa sorgere il risentimento: le comodità occidentali sono immeritate e possono essere trasformate in punizioni con un semplice gesto. Per fronteggiare questa sfida, i cristiani hanno sicuramente il dovere di mostrare che la loro civiltà è basata sulla fede, che le sue più grandi conquiste non sono i grattacieli, i MacDonald's e il sistema bancario internazionale, ma le opere di grazia spirituale e alta cultura che trasmettono significati eterni. Hanno il dovere di ridare vita al messaggio cristiano che richiama non alla comodità materiale, ma al sacrificio e alla compassione.

 

Questa maniera di portare testimonianza ha assicurato la sopravvivenza delle comunità cristiane del Medio Oriente, nonostante frequenti esplosioni di persecuzioni. È stato il motivo per cui i musulmani comuni di Tibhirine in Algeria hanno ringraziato Dio per i monaci cristiani che vivevano tra loro e provvedevano ai loro bisogni. Quando poi quei monaci vennero martirizzati da alcuni fanatici, furono pianti da migliaia di persone. L'abitudine a portare testimonianza è stato il motivo per cui innumerevoli monaci e suore nel Levante hanno portato aiuto ai loro vicini musulmani in tempi di guerra civile e di collasso politico, guadagnandone un rispetto per la loro religione e per il loro stile di vita che ha assicurato la loro sopravvivenza. Oggi riprendere la tradizione del culto e della preghiera, che ha reso gli europei e gli americani quello che sono e che ha portato a lunghi periodi di pace tra i loro continenti divisi, li rincuorerebbe.

 

L'11 settembre ha risvegliato la coscienza della gente al fatto che gli scopi e i valori secolari non sono sufficienti a proteggerli dalla minaccia emergente e che è ora necessario armarsi di una qualche versione di Cristianesimo, del quale poter portare testimonianza attraverso piccoli atti di sacrificio. Questo movimento verso la testimonianza cristiana in America è già all'opera e sta producendo effetti sui musulmani americani, che si sentono a casa in un Paese in cui la gente ha ricominciato a pregare in pubblico e in cui l'abitudine a confessare i propri errori non è andata perduta. Un articolo recente di Spencer Ackerman apparso sul New Republic sottolinea che i musulmani in America si sentono più a casa nella cosiddetta "Bible Belt" (fascia della Bibbia), il cuore delle terre cristiane, più che nelle città secolarizzate e scettiche. Esiste un'argomentazione forte secondo la quale gli attacchi dell'11 settembre non sono stati un attacco alla civiltà occidentale o alla sua religione, ma un attacco alla città, concepita come una Babele, un luogo di confusione dove le ambizioni umane vanno al di là di sé stesse e perdono i loro fondamenti nella pietà e nell'amore di Dio.

 

Questo è soltanto un pensiero, ma suggerisce un altro modo in cui noi in Occidente non siamo riusciti a portare testimonianza della nostra fede e cioè la nostra indifferenza alla sorte dei cristiani nei paesi islamici e la nostra riluttanza a confrontarci con i militanti che li stanno perseguitando. Dai fatti libanesi abbiamo appreso che i giornalisti occidentali tendono a ritenere che le comunità cristiane siano in qualche modo anacronistiche, non meritino il loro posto nella società mediorientale e non valgano il nostro appoggio. Il silenzio dei nostri governi davanti alla riduzione in schiavitù e al massacro delle comunità cristiane del Sudan non è solamente vergognoso, ma è anche una tra le cause per cui gli islamisti credono che noi non meritiamo le nostre comodità. Mi sembra che il risentimento trionfi proprio quando la sua ingannevole visione di sé, come la voce di Dio contro i nemici, è confermata dal non trovare alcuna resistenza. Il risentimento si cura con il rispetto e spesso rispetto significa opposizione. Inoltre, quando il rispetto viene offerto, esso tende ad essere ricambiato. Una volontà di difesa dei copti d'Egitto, dei melkiti maroniti del Libano, delle chiese assire della Mezzaluna Fertile e così via contro le forze islamiche che li circondano potrà portare i musulmani in Occidente a vedere che anch'essi costituiscono una minoranza religiosa, tra persone che non condividono le loro convinzioni, ma che nondimeno si trovano in una condizione di confronto esistenziale con loro. È a partire da questo riconoscimento che si può iniziare un dialogo.

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