"È come se preghiera e culto per i cristiani fossero un crimine", scrive il Papa copto Tawadros II

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:37:07

La presenza del Cristianesimo in Egitto risale alla metà del primo secolo d.C., quando San Marco apostolo arrivò ad Alessandria dalla vicina Libia, suo luogo natale, dopo essere diventato discepolo di Gesù Cristo a Gerusalemme in Palestina. San Marco fu martirizzato ad Alessandria nel 68 d.C. e fu uno dei fondatori della Chiesa egiziana, nota come Chiesa copta ortodossa – cattedra di Alessandria.

Il Cristianesimo andò diffondendosi in tutto l’Egitto. Già sul finire del primo secolo, racconta la tradizione, l’Egitto era cristiano da nord a sud, dal lontano occidente al lontano oriente passando per le oasi, i deserti e le campagne. Diversi templi pagani furono trasformati in luoghi della cristianità; molti templi, mausolei e santuari divennero chiese in cui i cristiani si riunivano soprattutto durante i secoli delle persecuzioni al termine delle quali si iniziarono a costruire le chiese per i fedeli. All’epoca naturalmente non si poneva ancora il problema delle leggi o delle normative. Questa situazione continuò anche dopo l’arrivo dell’Islam in Egitto nel settimo secolo d.C.

Di tanto in tanto accadeva che i cristiani subissero la repressione di alcuni governanti spietati, ma il Paese conobbe anche momenti di tolleranza, amicizia e buone relazioni. Le rovine cristiane e le antiche chiese sparse in molte zone dell’Egitto, in particolare quelle visitate dalla sacra famiglia, testimoniano la proliferazione dei luoghi di culto nelle città, nei villaggi e nei deserti. Questo stato di cose si protrasse fino a quando il Paese fu messo alla prova dalla violenza, dalla persecuzione e dal fanatismo dell’imperialismo ottomano. Nel 1856, fu emesso il cosiddetto “rescritto imperiale (khatt humāyūnī)”, una legge che poneva la costruzione delle chiese sotto la giurisdizione della prima autorità del Paese – il khedivè, il re o il presidente.

L’edificazione delle chiese divenne perciò una prerogativa del potere, e finì per costituire un’eccezione non giustificabile rispetto alla costruzione di qualsiasi altro edificio sul suolo dello Stato. Sebbene si siano succeduti diversi governanti, questa legge rimase in vigore anche dopo la proclamazione del regno d’Egitto. Nel 1934, l’allora segretario del ministero dell’Interno al-Ezabi Pasha aggiunse alla legge dieci condizioni. L’edificazione della chiesa diventava una questione molto difficile che richiedeva lunghi anni e necessitava di procedure molto complesse. Questo stato di cose si protrasse fino alla rivoluzione e alla nascita della Repubblica nel luglio 1952, 64 anni fa, quando comparvero i problemi. Gli ottusi e i fanatici iniziarono a sfruttare questa legge e queste condizioni per sospendere la costruzione delle chiese in molti luoghi.

Probabilmente alcune città continuano ancora oggi a sperimentare questa ingiustizia pur essendo abitate da molti egiziani copti. Si sono verificati spesso episodi di cosiddetta “sedizione confessionale”, che hanno causato scontri, dolore e ferite nei cuori dei cittadini copti e alimentato la loro sensazione di essere cittadini di livello inferiore rispetto ai loro fratelli di patria, nonostante la loro lunga storia. Nel 1972 con l’inizio della presidenza di Anwar al-Sadat e il pontificato di Papa Shenouda si verificarono episodi allarmanti nella zona di al-Khanka, alla periferia del Cairo. Il Paese all’epoca si stava preparando alla guerra d’ottobre 1973 e quelle vicende influirono sulla coesione del fronte interno, pilastro garante dell’esistenza della nazione, ciò che indusse il presidente Sadat a formare una commissione d’inchiesta presieduta da Jamal al-Oteify, già vice-presidente dell’Assemblea del Popolo. Tale commissione redasse un rapporto, noto come “rapporto della Commissione Oteify”, nel tentativo di risolvere questa spinosa questione. Esso include una spiegazione dettagliata delle cause delle restrizioni previste per la costruzione delle chiese, individuandole nelle dieci condizioni, prive di fondamento giuridico, fissate da un impiegato governativo, e nel decreto razziale, ovvero la legge ottomana, rimasta in vigore per 116 anni, dal 1856 al 1972. Il rapporto propone inoltre rimedi efficaci alla cosiddetta “sedizione confessionale”, come è definita in oltre 30 Paesi, ma purtroppo è rimasto chiuso in un cassetto fino a oggi.

Con il grande aumento demografico, l’edificazione delle chiese è diventato un obiettivo estremamente difficile da conseguire e incontra la resistenza di più di un politico, animato da ragioni puramente discriminatorie e arbitrarie, ciò che infligge dolori nel corpo della nazione. Non trascorre anno senza che sentiamo di queste vicende, e c’è chi le consegna sul piatto d’argento ai nemici della nazione e agli ottusi per far crescere il male, il dolore e l’afflizione in Egitto, patria dell’amicizia, della tolleranza e della convivenza pacifica. Nonostante la soluzione fosse chiara nel rapporto della commissione Oteify, non è stata messa in pratica per quasi 40 anni. Con le crisi, sempre più diffuse, legate alla concessione di luoghi di culto ai cristiani egiziani e nonostante l’emanazione di alcuni decreti che apparentemente sembrerebbero agevolazioni, il problema delle procedure che richiedono lunghi anni è rimasto irrisolto fino a oggi. È come se il riunirsi, la preghiera e il culto per i cristiani fossero un crimine e il cristiano egiziano potesse incontrare il suo Signore nel culto soltanto mediante un’autorizzazione o un decreto di cui deve attendere la delibera. Con le vicende accadute negli ultimi anni nella vita della nazione, le rivoluzioni e la preparazione delle costituzioni è emersa la necessità di promulgare una legge che regolamenti la costruzione delle chiese e garantisca la libertà di culto agli egiziani cristiani. A questo proposito l’articolo 522 della Costituzione pone l’obbligo all’Assemblea dei rappresentanti di legiferare in materia alla prima sessione.

Le chiese egiziane hanno istituito una commissione per definire le linee guida di questa legge presentata al ministero della Giustizia di transizione, prima di essere sottoposta all’approvazione dell’Assemblea dei rappresentanti che ne valuta la validità e l’adeguatezza a risolvere i problemi accumulatisi in quasi 260 anni dall’emissione del “rescritto imperiale”. Noi ci auguriamo che le tante bozze, discussioni e proposte si traducano in una legge vera e propria, senza complicazioni, non in articoli dalla bella forma ma dal contenuto oscuro o, come si dice in dialetto egiziano, “una torta ripiena di vetro” [torta bihā zugāg]. La Chiesa è un’istituzione spirituale dedita a salvare l’uomo dal peccato, ma è anche un’istituzione sociale a servizio della società. Noi perciò aspiriamo a una legge molto chiara in tutti i suoi articoli, che apra uno nuovo capitolo nella regolamentazione di questa questione e metta la parola fine a tutto ciò che è stato prima, una legge che non faccia discriminazioni tra i cittadini, e che sia distante dalle amministrazioni che impongono un’egemonia inaccettabile, e da sensibilità e ipotesi irreali. La storia nazionale della Chiesa egiziana testimonia il ruolo attivo di quest’ultima attraverso 20 secoli e come questa sia un’istituzione nazionale fino al midollo, preoccupata della sicurezza della nazione, della custodia e della conservazione della coesione e dell’unità interna. Il ruolo dei copti egiziani e della loro Chiesa è riconosciuto sia in patria sia all’estero, e su questa base noi preghiamo e attendiamo una legge giusta, soprattutto perché viviamo in una nuova era in cui i rapporti tra le istituzioni statali sono buoni, e per edificare il nostro caro Egitto che gode della stima di tutte le nazioni.

[Articolo tradotto dall'originale arabo]

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