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Religione e società

Egitto: accordo tra copti e governo sulla costruzione di chiese

La chiesa copta ortodossa di San Marco, ad Alessandria d'Egitto

I cristiani da mesi chiedono regolamentazioni sull'edificazione dei luoghi di culto che non discriminino la comunità

Ultimo aggiornamento: 30/10/2018 13:06:16

Da oltre due mesi i copti egiziani sperano che una nuova legge in discussione sulla regolamentazione della costruzione dei luoghi di culto possa porre fine alle discriminazioni nei confronti della loro comunità. La nuova legislazione dovrebbe sancire il superamento definitivo del cosiddetto khatt humāyūnī – il “rescritto imperiale” in vigore dal 1856 che poneva l’edificazione delle chiese sotto la giurisdizione del governante, e delle dieci condizioni che nel 1934 il ministero dell’Interno egiziano aggiunse, facendo diventare l’edificazione delle chiese una questione burocratica lunga e spinosa. Soltanto il 25 agosto, dopo mesi di tensioni tra Chiesa copta e governo, il Sinodo della Chiesa copta ha annunciato di aver trovato un accordo di compromesso con le autorità, pochi giorni dopo aver attaccato gli emendamenti proposti dal Parlamento alla bozza di legge tanto attesa sulla costruzione dei luoghi di culto. Ora la legge dovrà essere inviata al governo per l’approvazione, prima di essere ratificata dal Parlamento.

 

 

I ritardi sulla legge avevano giù suscitato le preoccupazioni crescenti di Papa Tawadros, patriarca della chiesa ortodossa copta, che in un recente articolo pubblicato sulla stampa egiziana riassume le difficoltà incontrate dai copti nell’esercizio del loro culto dal VII secolo a oggi, e acuiscono le tensioni e gli scontri confessionali tra i cristiani e i musulmani egiziani, che negli ultimi mesi soprattutto nel Sud dell’Egitto, sono stati frequenti. I copti in Egitto rappresentano il 10 per cento di una popolazione di quasi 90 milioni di abitanti.

 

 

I copti, che hanno vissuto con apprensione, per non dire terrore, l’arrivo al potere dei Fratelli musulmani nel 2012, sono passati dalla paura – tradottasi in numerose partenze verso altri Paesi -, alla speranza: non soltanto milioni di persone hanno manifestato contro gli islamisti il 30 giugno 2013, ma inaspettatamente l’Egitto ha eletto il presidente più filo-copto della sua storia recente. Un presidente che moltiplicava gli appelli a compiere una “rivoluzione religiosa” rinnovando i discorsi dei dottori dell’Islam, e i gesti simbolici partecipando alla messa di Natale e facendo gli auguri ai fedeli era una prima assoluta nella storia del Paese. I progressi sono andati moltiplicandosi: mai il Parlamento ha contato tanti deputati copti, mai gli appelli alla fraternità sono stati tanto numerosi e sinceri, mai lo spettro del fondamentalismo di matrice salafita o legato alla Fratellanza è sembrato per un periodo tanto lontano. L’istituzione militare ha incoraggiato le riflessioni sulla nozione di cittadinanza, che implica l’uguaglianza. Gli incidenti confessionali era diventati sporadici.

 

 

Dalla scorsa primavera però, Papa Tawadros ha ricominciato a preoccuparsi. Il presidente ha iniziato a parlare solamente di “rettificazione” del discorso religioso, e sempre più di rado. Gli organismi securitari hanno ripreso il negoziato con i Fratelli musulmani e la nuova leadership al potere in Arabia Saudita è sembrata meno anti-islamista e maggiormente coinvolta nella politica di al-Azhar rispetto ai tempi del defunto re ‘Abdallah. La legge sui luoghi di culto reclamata dalla Chiesa è rimasta così a lungo alla fase di studio.

 

 

A maggio, gli incidenti confessionali hanno conosciuto una brusca impennata, con una frequenza inedita d’incendi appiccati a chiese, attacchi a botteghe e case di cristiani. Le cause all’origine degli incidenti sono sempre le stesse: copti che costruiscono o sono accusati di costruire luoghi di culto senza autorizzazione, o storie d’amore tra persone di comunità diverse suscitavano l’ira di persone istigate da sobillatori spesso, ma non sempre, salafiti. Tali incidenti sono “gestiti” nella stessa maniera di un tempo: la legge non è applicata, gli ufficiali locali negano l’esistenza di un incidente o lo minimizzano, e consigli di conciliazione tradizionali arrivano a una pseudo soluzione senza punire i colpevoli. Peggio, gli attacchi contro la comunità non sembrano essere più solamente la reazione di una folla in collera e manipolata, ma c’è chi accusa di complicità le amministrazioni locali.

 

 

Il clero, i politici, gli intellettuali e i militanti copti, sostenuti dai laici e dai non-islamisti musulmani, si sono mobilitati prendendo la parola in maniera veemente e reclamando l’applicazione della legge, l’arresto dei sobillatori e la protezione dell’esercito e della forze dell’ordine (gli incidenti sono geograficamente localizzati, il governatorato di Minia, città nel Sud del Paese, è il teatro principale degli scontri). La diaspora copta ha fatto sentire la sua voce dagli Stati Uniti, ciò che è sembrato un campanello d’allarme che ha spinto il presidente a ricevere il Papa, accompagnato da un’importante delegazione del clero e di laici.

 

 

In definitiva, la tesi principale dei porta-voce della comunità e dei suoi alleati musulmani è che vi sia un ritorno ai metodi del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak, desideroso soprattutto di spegnere in fretta le tensioni. Così facendo, il leader garantiva l’impunità degli assalitori (quando questi erano musulmani). Adesso accade lo stesso. C’è però una differenza importante, che rischia di essere sottovalutata: il presidente, le alte cariche e una parte cospicua di musulmani pensa che la recrudescenza degli incidenti sia una manovra islamista e richieda con urgenza una “guerra culturale” contro i “nemici della nozione di cittadinanza”, ma teme anche che gli islamisti ricorrano a uno dei loro argomenti preferiti, capace di minare l’immagine del potere, ovvero: “questo regime fa la guerra ai veri musulmani per conto dei crociati”.

 

 

In altre parole, a differenza di Mubarak, il presidente Sisi non segue la linea “seppellire il problema e fingere che questo non esista”. Sostiene però che la questione sarà risolta progressivamente (già un passo avanti rispetto al negare di Mubarak) e ritiene che la congiuntura economica, politica, securitaria e – aggiungerei – azharita (al-Azhar è la venerabile istituzione islamica sunnita oggi teatro di conflitti interni e problemi con la comunità intellettuale) al momento non consenta di affrontarla.

 

 

[Articolo tradotto dall'originale francese]

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