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Religione e società

Fratellanza umana e preghiera comune. La salute che cerchiamo

Rendering della Abrahamic Family House ad Abu Dhabi [courtesy of adjaye associates]

Il Comitato per la Fratellanza Umana ha invitato a una giornata di digiuno e preghiera per porre fine all’epidemia di Coronavirus. Alcuni spunti dal Magistero dei Papi per riflettere sul significato spirituale e culturale di questo gesto.

Ultimo aggiornamento: 14/05/2020 11:56:38

La giornata interreligiosa di preghiera e digiuno per invocare la fine dell’epidemia di Coronavirus, che si tiene oggi 14 maggio, è la più rilevante iniziativa lanciata finora dall’Alto Comitato per la Fratellanza umana, l’istanza voluta dalla leadership politica emiratina per promuovere i contenuti della dichiarazione firmata ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar. Nei mesi scorsi, il Comitato si era infatti mosso soprattutto in ambienti istituzionali internazionali, proponendo per esempio alle Nazioni Unite di dichiarare “Giornata della Fratellanza” il 4 febbraio, data della firma del documento: un riconoscimento che sarebbe simbolicamente importante ma, nell’inflazione delle “giornate mondiali”, rischierebbe allo stesso tempo di rappresentare un atto puramente celebrativo. L’invito a pregare e a digiunare, accolto in tutto il mondo da numerose comunità religiose di fedi diverse, raggiunge invece più direttamente la quotidianità delle persone, con le loro inquietudini e le loro aspirazioni.

 

Tale gesto si inserisce in una sequenza ormai piuttosto ricca di appuntamenti analoghi, sollecitati negli ultimi decenni dai Pontefici in congiunture particolarmente drammatiche, a cominciare naturalmente dalla preghiera interreligiosa per la Pace convocata ad Assisi da Giovanni Paolo II. L’importante novità di questa volta è che l’impulso ad un’azione comune non proviene principalmente dalla Chiesa cattolica, ma è sin dall’inizio il frutto di un’esigenza interreligiosa condivisa.    

 

Per riflettere più a fondo sul nesso tra fratellanza umana e preghiera comune, provando a ricavarne qualche insegnamento anche per il mondo post-pandemia, è tuttavia utile ripercorrere alcuni passaggi del magistero degli ultimi pontefici, partendo dal discorso che il 25 settembre del 1968 Paolo VI pronunciò davanti ai membri del Segretariato per i non-Cristiani, poi diventato Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In quella circostanza, Papa Montini aveva affermato che «l’oggetto specifico e formale» dell’attività del Segretariato andava cercato nell’«uomo religioso, vero fondamento della nostra fraternità».

 

Già nel 1957, l’allora Arcivescovo di Milano aveva dedicato una lettera pastorale al “senso religioso”, cioè – scriveva Montini – a quell’«attitudine naturale dell’essere umano a percepire qualche nostra relazione con la divinità». Presentando quel testo, Massimo Borghesi ha rilevato come la categoria del senso religioso, facendo leva sulla domanda di significato comune a ogni uomo, permetteva al futuro Papa di individuare un terreno di dialogo tra cristianesimo e modernità, e, come abbiamo visto, anche tra il cristianesimo e le altre religioni.

 

Queste osservazioni forniscono qualche coordinata per inquadrare la proposta dall’Alto Comitato per la Fratellanza umana: la preghiera per la fine della pandemia non è un momento riservato ai fedeli delle religioni costituite, né la reazione devota – e in fondo anacronistica – di un mondo angosciato dalla (momentanea?) impotenza della scienza. È quanto ha implicitamente sottolineato Papa Francesco nella sua udienza generale di ieri, dedicata proprio alla preghiera: «La preghiera appartiene a tutti: agli uomini di ogni religione, e probabilmente anche a quelli che non ne professano alcuna. La preghiera nasce nel segreto di noi stessi, in quel luogo interiore che spesso gli autori spirituali chiamano “cuore”». È possibile che a risvegliare il cuore un po’ sopito di alcuni contribuisca la pandemia: come recita il Salmo con realismo, «l’uomo nella prosperità non comprende». Tuttavia, la radice del senso religioso non è il dramma della vulnerabilità, bensì il desiderio di pienezza. Lo prova la convinzione piuttosto diffusa che la vera posta in gioco non sia sconfiggere il virus, ma correggere le distorsioni disumanizzanti che ne hanno agevolato la circolazione.

 

Torna alla mente quanto aveva messo in luce Benedetto XVI nel 2011, mentre si trovava a Venezia. Visitando la Basilica della Salute, fatta erigere come ex-voto per la liberazione dalla peste del 1630-1631, Papa Ratzinger si era soffermato sull’iscrizione al centro della Chiesa che con splendida sintesi ascrive a Maria sia la nascita della città lagunare, collocata dalla tradizione nel giorno dell’Annunciazione del 421, che la fine dell’epidemia: “Unde origo, inde salus”. «E proprio per intercessione di Maria venne la salute, la salvezza dalla peste. Ma – aveva aggiunto Benedetto XVI – riflettendo su questo motto possiamo coglierne anche un significato ancora più profondo e più ampio. Dalla Vergine di Nazaret ha avuto origine Colui che ci dona la “salute”. La “salute” è una realtà onnicomprensiva, integrale: va dallo “stare bene” che ci permette di vivere serenamente una giornata di studio e di lavoro, o di vacanza, fino alla salus animae, da cui dipende il nostro destino eterno. Dio si prende cura di tutto ciò, senza escludere nulla. Si prende cura della nostra salute in senso pieno».

 

Anche oggi l’umanità sembra in cerca di una salute che non si limita alla liberazione dal Coronavirus. Solo se questo desiderio di pienezza sarà assunto culturalmente e anche politicamente, il mondo post-Covid 19 sarà migliore di quello malato che vorremmo lasciarci alle spalle.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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