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Cristiani nel mondo musulmano

Custodi fedeli del cuore inquieto del mondo

Tra il 1219 e il 1220, in un giorno imprecisato e in circostanze rimaste misteriose, San Francesco d'Assisi incontrò il Sultano al Malik al Kamil. Fu l'inizio di una storia straordinaria, proseguita ininterrottamente fino a oggi. Da ottocento anni i francescani sono presenti in Terra Santa. Nel XIV secolo il Papa affidò loro, ufficialmente, la custodia e il recupero dei luoghi santi. Servizio alla Chiesa, assistenza e aiuto alle comunità cristiane, dialogo con le religioni, attività scientifica e culturale: queste le linee della loro presenza che da Gerusalemme si estende su diversi paesi.

E' sabato a Gerusalemme, una dolce mattina di metà novembre. Nelle stradine della città vecchia i negozianti non hanno ancora aperto le serrande arrugginite. Mucchietti di spazzatura, come sempre. E come sempre il suono delle campane, le voci dei Muezzin, i passi veloci degli studenti delle scuole ebraiche. E il gracchiare delle radio militari. Padre Pizzaballa mi aspetta nel suo studio, nel Convento di San Salvatore.

 

 

Da circa quattordici anni lei si trova in Terra Santa. Come ha visto cambiare questo mondo?

 

 

Sono arrivato nel '90, poco prima della Guerra del Golfo. Eravamo nel pieno della cosiddetta Prima Intifada, poi c'è stata l'euforia degli accordi di Oslo, seguita dalla delusione del post-Oslo, e dalla Seconda Intifada. Sicuramente, sia dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista delle relazioni tra le popolazioni è cambiato moltissimo. Tra le due società, la palestinese e l'israeliana, si è creata una tensione molto forte (e anche al loro interno), nel senso che c'è un rancore, un astio, un disprezzo Tra le due parti c'è paura, paura a dialogare, a incontrarsi. Un clima che ha come fondamento la profonda, lacerante delusione del fallimento di Oslo.

 

Non si è trattato soltanto di un fallimento politico, ha veramente lacerato il rapporto tra le due parti. Questa è la grave e triste novità di questo periodo. In questi ultimi mesi qualche segnale di speranza si è avvertito, ma bisogna constatare che non soltanto tra i politici, ma anche tra la popolazione vi è un profondo distacco, una barriera. Questo famoso muro simboleggia molto bene l'attuale situazione.

 

 

Torneremo su questo tema, ora vorrei andare all'esperienza storica della Custodia, che nasce da quel celebre e un po' misterioso incontro di San Francesco con il Sultano al Malik al Kamil, siamo nel 1219-1220. Che cosa si sa di questo incontro? Che cosa si sono detti? E che cosa è successo dopo?

 

 

San Francesco è arrivato qui in Medio Oriente, in Egitto, con i crociati, con i belligeranti dunque, quelli che per il Sultano erano i nemici. Ma l'incontro c'è stato. Francesco voleva conoscerli, voleva parlarci. Poi, come spesso succede, si è creata molta letteratura, qualche leggenda e un po' di agiografia. Certo, ci si domanda come avrà fatto, ci sarà stato un mediatore, una trattativa, un messaggero, un traduttore Ma noi sappiamo che si sono visti, ed è in sé un fatto molto importante. I francescani, quindi anche San Francesco, non apparivano certo come nemici, erano vestiti come i contadini del tempo: credo che quel tizio che si avvicinava non destasse molta preoccupazione. Cosa sia avvenuto nel corso dei colloqui è molto difficile da sapere, le biografie dicono che Francesco ha parlato di Gesù Cristo e che il Sultano lo ha ascoltato volentieri e poi lo ha rimandato pacificamente indietro.

 

 

Per paura, si legge, che qualcuno potesse convincersi delle parole di Francesco

 

 

Piuttosto, il Sultano lo avrà ascoltato volentieri, con quel senso di ospitalità che nel mondo islamico è legge ben precisa, non vedendo in lui nessun tipo di minaccia o di pericolo. E poi lo avrà congedato. Immagino sia andata così. Da allora i francescani sono rimasti qui, sviluppando una presenza sempre più organizzata, finché nel XIV secolo la Santa Sede ha affidato anche in maniera ufficiale la custodia e il recupero dei luoghi santi all'Ordine Francescano. Parliamo perciò di circa otto secoli di presenza ininterrotta: l'unico caso in Medio Oriente di una presenza cattolica e "occidentale", pacifica.

 

 

E che ha superato varie prove, vero?

 

 

Sì, i francescani proprio in questo sono stati sempre molto "francescani", nel senso che hanno sempre avuto la capacità di adattarsi al contesto in cui vivono, di legare con la popolazione. Poco rigidi nella struttura interna e nel rapporto con l'esterno. In questi otto secoli sono cambiate diverse amministrazioni, diversi regimi, ma i francescani hanno saputo adattarsi sempre molto bene alla situazione, diventando anch'essi un po' orientali, comprendendo il modo di essere e di agire del Medio Oriente.

 

 

Prima ha usato il termine "occidentale": nella parola c'è una sfumatura di estraneità a questo mondo?

 

 

Intanto bisogna dire che fino a pochi anni fa gran parte dei frati era di provenienza occidentale, provenivano principalmente dall'Italia, Spagna, Francia. Ma più in generale: i francescani non hanno solo custodito i luoghi santi, hanno anche tenuto viva e presente la comunità cattolica locale e se oggi la Chiesa latina è qui in Medio Oriente lo si deve a loro. I francescani fanno parte del panorama e della storia di questa terra a tutti gli effetti, allo stesso tempo però sono una presenza internazionale: questa è una dialettica che è sempre esistita nella Terra Santa e esisterà sempre. A volte si creano delle difficoltà: «cosa fate voi qui, colonizzatori», capita di sentire accuse di questo tipo. Ma questa dialettica è necessaria perché Gerusalemme, la Terra Santa, non è un luogo qualunque, è la terra che ha dato origine alla nostra fede, dove affondano le nostre radici. Tutta la Chiesa ha un profondo legame con la Terra Santa, che non è soltanto per la Chiesa locale: è per tutti. Perciò considero fondamentale questa dialettica, questa piccola tensione, perché tutto sommato è una piccola tensione.

 

 

Si può definire in qualche modo la vostra straordinaria storia in questo mondo? Ha un segno, un tratto, che la può racchiudere?

 

 

È molto difficile dare una risposta molto sintetica su questo. Ci sono scontri, ci sono incontri, c'è dialogo, c'è tensione; abbiamo avuto molti martiri, e martiri significa incomprensione, ostilità, durezza. Però c'è stato anche dialogo: se in due secoli abbiamo recuperato quasi tutti i luoghi santi non l'abbiamo fatto con la spada ma pacificamente, trattando, dialogando, incontrando, conquistando l'amicizia e la fiducia delle autorità. è una storia intricata, dove la capacità tutta francescana di sapersi adattare, di usare lo stesso linguaggio delle popolazioni locali si intreccia con gli interessi internazionali, con le difficoltà del mondo occidentale nel comprendere quello orientale; dove anche certi atteggiamenti che noi chiameremmo di proselitismo, si mescolano con il dialogo con le autorità islamiche. E poi qui non c'è solo l'Islam, la maggioranza è ebraica: oggi la realtà di questo intreccio di incontro e conflitto è molto più affascinante ma anche molto più complessa.

 

 

Tutto qui parla di sacro, di fedi, con una tale evidenza che sembra quasi troppo per una sola città, per una sola terra, per l'uomo che cammina su queste strade. Una pressione che a volte pare eccessiva, insopportabile

 


 

Non so se ci sia ancora, ma nell'ospedale psichiatrico era stata creata una sezione chiamata "sindrome di Gerusalemme", dove venivano assistite molte persone, soprattutto turisti in verità, colpite da questo eccesso di sacro. Sicuramente Gerusalemme è una città dove il religioso è la realtà, è il contesto che regola la vita. Dalle cose più banali: non c'è giorno in cui il traffico, il muoversi delle persone, non sia condizionato da un evento religioso, e nella città vecchia non c'è luogo dove la processione dei frati non incontri il passaggio dei musulmani che vanno in preghiera, degli ebrei che vanno al Muro. Un incrociarsi anche fisico, straordinario, unico nel suo genere. è anche vero che a tutto si fa l'abitudine. Anche a Gerusalemme. Il sacro diventa una forma, un modo di vivere, una routine. Ma il fascino sta anche in questa normalità.

 

 

Ma non ci vorrebbe un po' di laicità?

 


 

Sicuramente sì, un po' di laicità farebbe bene. Ma dipende, cosa si intende per laicità? Non certo come viene intesa in Europa, come qualcosa di anti-religioso. Forse servirebbe un senso di maggior distacco verso le apparenze. Perché è intrinseco in ogni religione un certo atteggiamento di intransigenza, di gelosia delle proprie tradizioni, ma c'è una sensibilità eccessiva e può diventare un'offesa alla propria appartenenza e alla propria identità anche ciò che obbiettivamente non lo è. D'altra parte tutto qui parla della storia. Ogni pietra, ogni cosa, ogni persona ha un legame con la storia. Storia di distruzioni, conquiste, occupazioni, di sofferenze molto spesso, ma anche di tradizioni antichissime, meravigliose, che soltanto qui sono presenti. Quando noi in Europa parliamo di storia parliamo del passato, qui invece la storia è oggi. Guardiamo al Santo Sepolcro: la storia delle relazioni tra le chiese nel mondo non è passato, è presente, perché noi viviamo questa storia nell'oggi, le divisioni fra le chiese per noi sono la realtà di vita di ogni giorno. I conflitti non nascono qui, confluiscono qui. Capita, come nell'autunno scorso, che scoppi una lite tra monaci e frati. Ma è un riflesso del pregiudizio e dell'incomprensione esistenti tra cattolici e ortodossi fuori di qui. Noi ne portiamo le conseguenze, le difficoltà e i conflitti della storia per noi qui sono vivi, sono la vita di ogni giorno, è storia presente.

 

 

Eppure il pensiero è che se non ci fossero tutte queste religioni, tutta questa storia, ci sarebbe meno violenza. Perché questa sorte, proprio qui dove dovrebbe regnare la pace?

 

 

Mi sembra un po' retorico. Se non ci fosse la religione La religione fa parte della vita di ogni uomo, è un aspetto che non si può separare. Persino l'ateo ha un rapporto con la religione, un rapporto antitetico. Anche nell'Europa laica oggi ci sono conflitti religiosi. Qui viviamo insieme, vicinissimi, in un contesto più piccolo, dove tutto fa più rumore. Ma quello che accade qui accade anche nel mondo. è quello che cerco sempre di far capire. Il mondo non è in pace, quindi nemmeno Gerusalemme può essere in pace.

 

 

Però la violenza di qui ti colpisce di più, perché con Gerusalemme senti una vicinanza, una intimità che non hai con altri posti del mondo

 

 

Sono totalmente d'accordo. Gerusalemme ci richiama sempre un po' alla nostra realtà, alle nostre radici, il nostro legame affettivo con questa città è diverso. E ci deve sempre stimolare a riflettere: perché succede questo a Gerusalemme?

 

 

Infatti, la questione è proprio questa: che rapporto c'è fra l'identità religiosa e questa cronaca di violenza? C'è chi sostiene che non è veramente la religione che porta al conflitto, semmai è la strumentalizzazione della religione: da parte dell'ideologia, della politica, dei poteri economici; e c'è chi sostiene che invece l'origine di un odio così profondo non può che essere religiosa, magari di una religione distorta.

 

 

Lei dirà che forse io sono più gesuita che francescano, ma penso che siano tutte e due le cose. In questa terra tutto è diviso dalla religione: ci sono gli ebrei, i musulmani, e i cristiani, separati tra loro. La religione definisce e stabilisce la vita del Paese e la vita delle persone. Qui non esiste la laicità, anche nel cosiddetto stato laico d'Israele dalla nascita alla sepoltura tutto è stabilito dalla religione (ad esempio non c'è il matrimonio civile). Ci sono poi le ideologie, ed è molto difficile stabilire cosa viene prima. Però l'elemento religioso è quello che stabilisce l'identità, le differenti identità. Come religioso ho difficoltà a dichiarare che sia la religione a spingere allo scontro, però non posso negare che l'elemento religioso ne sia parte integrante.

 

 

Vorrei parlare ora della sua particolare esperienza all'interno del mondo ebraico. Come è nata?

 

 

Casualmente. Mi era stato chiesto di studiare l'Antico Testamento e di perfezionarmi all'Università ebraica, e lì ho dovuto innanzitutto studiare la lingua (l'ebraico moderno) per entrare poi nel dipartimento di sacra scrittura. È nato così un legame che si è intensamente sviluppato in questi ultimi dieci anni. A Gerusalemme ho conosciuto la comunità cattolica di espressione ebraica, della quale sono stato responsabile e così ho vissuto all'interno della società israeliana in tutto e per tutto.

 

 

Che cosa significa "di espressione ebraica"?

 

 

Sono persone di lingua ebraica, pregano, parlano, si esprimono in lingua ebraica che vuol dire anche una cultura, un contesto di vita ma sono di provenienza molto diversa. Alcuni vengono dall'Europa, magari cristiani sposati con ebrei, o anche venuti qui dopo la guerra e l'orrore della Shoa, in segno di solidarietà verso Israele. Altri sono ebrei israeliani che hanno ricevuto il battesimo e hanno incontrato il Cristo, che è diventato il punto fondante della loro vita. Perciò ciascuno ha un suo itinerario, non si può generalizzare, anche perché si tratta di diverse centinaia di persone, suddivise in quattro comunità: Sheva, Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Un'altra comunità forse nascerà a Nazareth. L'itinerario di chi si fa cristiano è molto particolare e delicato: all'inizio c'è sempre un'esperienza forte, non intellettuale (l'incontro con una persona, una visita in chiesa, una lettura del Vangelo); un fatto che segna l'avvio di una cammino interiore spesso travagliato, che poi sfocia in un incontro con la Chiesa. Diventi consapevole che per vivere fino in fondo il legame con Cristo hai bisogno della Chiesa. E questo è molto bello, affascinante e difficile, perché il rapporto di un ebreo con la Chiesa è sempre stato molto difficile.

 

 

E si riesce ad attraversare questa che appare come una distanza?

 

 

Si riesce, non senza dolore, e rimarrà sempre un rapporto un po' sofferto la storia è molto presente, lo dicevamo prima. Però si riesce, e proprio per questo sono pochi. Al contrario i cosiddetti "ebrei messianici" sono migliaia proprio perché non hanno un legame con la Chiesa, il rapporto con il Cristo del Nuovo Testamento è autogestito. Vivere dentro le comunità cattoliche è molto diverso, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare queste persone trovano nella Chiesa un elemento di libertà incredibile, pur con tutto il bagaglio di difficoltà. È meraviglioso.

 

 

Immagino che un altro fattore di difficoltà possa essere l'ambiente familiare e quello sociale

 

 

Sì. L'Ebraismo non ammette la conversione. Ad esempio la legge del ritorno stabilisce che può venire in Israele qualunque ebreo nato da madre ebrea, purché non si sia convertito, non abbia ricevuto il battesimo. Certo lo stato non vieta di fare scelte diverse. Però ci sono incomprensioni, tensioni. Dunque a queste comunità bisogna riconoscere una certa discrezione, una certa severità nella gestione pastorale, anche se non si parla certo di clandestinità. Diciamo che se queste persone vivono con serenità il rapporto con l'Ebraismo e con la società circostante, non mettono in eccessiva evidenza la loro appartenenza al Cristianesimo, non provocano e non costringono l'ambiente circostante a occuparsi troppo di loro, a dover esprimere una posizione, non ci sono problemi. Dipende dal contesto. Per quanto riguarda i rapporti con le famiglie: nel cammino di catecumenato, che è abbastanza lungo, dura un paio di anni, la comunicazione è ritenuta fondamentale. In genere sono gli stessi catecumeni che sentono il bisogno di spiegare ai genitori, ai fratelli, ai figli. In qualche caso, rarissimo, è oggettivamente impossibile.

 

 

Ci sono anche casi di ebrei praticanti?

 

 

C'è di tutto. Non credenti che restano colpiti da Cristo e poi, proprio attraverso il fascino di questa persona, scoprono anche le proprie radici ebraiche. Ebrei laici che arrivano a Gesù e non vogliono sapere niente della loro origine. E ci sono quelli che vengono dall'Ebraismo religioso, con i quali è molto più facile il cammino. Più facile: un ebreo praticante ha già un'esperienza religiosa, sa già cos'è la preghiera, ha la percezione del mistero, capisce già cos'è la rivelazione, che cos'è un Dio che ti parla. Sono persone che vivono sulla loro pelle l'unione di due realtà, quello che per i cristiani è la pienezza della fede.

 

 

Dall'agosto 2003 per questi cristiani è stato nominato un Vescovo, Jean-Baptiste Gourion, anch'egli "di espressione ebraica". Come è stata considerata questa nomina da parte dello stato di Israele e da parte delle autorità religiose?

 

 

Bene. All'ordinazione episcopale erano presenti anche le autorità dello Stato, che ha inteso la nomina come un riconoscimento da parte della Chiesa non soltanto dell'esistenza dello Stato, ma anche dell'importanza dell'Israele religioso. Alla fine dell'ordinazione il Vescovo disse: «Cari amici non ho molte cosa da dirvi ma c'è una frase che sento forte dentro di me, di cui non comprendo fino in fondo il significato ma ve la dico perché la sento molto vera: "Alla fine, finalmente, siamo tornati a casa"». Qualcuno l'ha interpretata in chiave sionista, ma il sionismo non c'entrava nulla. Il significato profondo era il ricongiungimento della Chiesa con le sue radici. Nominando un Vescovo di origine ebraica per la comunità ebraico-cattolica di Gerusalemme, la Chiesa riconosce l'importanza per sé di questa comunità e il ricongiungimento ideale con le sue origini. Questo era il vero senso: siamo tornati a casa. Ma c'è un altro aspetto che riguarda il mondo dei cristiani di espressione ebraica: le migliaia e migliaia di immigrati russi che sono di origine cristiana e che potrebbero ingrossare queste comunità. Ma dal mio punto di vista esse resteranno sempre piccole. E non solo perché i russi sono molto secolarizzati. Il fatto è che essere cristiani in Israele non è facile. è una scelta. In Europa si nasce cristiani e tutto sommato restarlo non è poi molto difficile. Qui anche se nasci da genitori cristiani devi scegliere, devi decidere se vuoi essere cristiano, e deciderlo continuamente. Perciò resteranno comunità piccole, ma comunità forti, con forte appartenenza ad Israele e forte appartenenza alla Chiesa. E avranno sempre questa duplice missione di appartenenza.

 

 

Intende dire allo stato di Israele, alla cittadinanza israeliana o qualcosa di più?

 


 

L'appartenenza alla cittadinanza israeliana non si discute. Ma per molti di questi cristiani vuol dire anche qualcosa di più: appartenenza all'Israele religiosa, alle radici. Queste comunità avranno sempre un modo di pensare e di riflettere la propria storia, la propria teologia, la propria fede in maniera particolare rispetto al resto della Chiesa. E credo che la Chiesa debba rispettare questa particolarità: vedere in essa un po' le sue origini.

 

 

Ci sono esperienze analoghe nel mondo islamico?

 


 

Bisogna distinguere da zona a zona. Il musulmano che viene da Israele, dal nord della Galilea è diverso dal musulmano che viene dai territori palestinesi. La maggioranza dei casi di conversione è a scopo di matrimonio. Ma ci sono anche musulmani che incontrano il Cristo. Sono casi rari di cui ovviamente non si parla. I rischi personali sono più alti. In Israele la società è più aperta e con maggiore facilità puoi lasciare il tuo contesto e optare per un altro. Nei territori palestinesi questo è molto più difficile, c'è una pressione sociale molto forte, per cui la Chiesa deve ricorrere a vie riservate. Anche perché essa stessa deve compiere un cammino. Non tutti i religiosi e i sacerdoti sono preparati a diventare compagni lungo quelle strade, ci sono sospetti e paure. Per tutti è un cammino molto travagliato che implica grande fiducia. Lo dicevo prima, la nostra è una terra molto dura, poco gratificante. Hai poche gratificazioni umane, le scelte si pagano.

 

 

E infatti molti cristiani se ne vanno. Ciò che impressiona è che non è un fenomeno di questi ultimi anni. Dal '48 ad oggi si calcola che circa 230 mila cristiani abbiano abbandonato la Terra Santa. La difficoltà di vivere qui non è contingente, è assoluta

 

 

Vorrei sfatare alcuni miti. Non sono solo i cristiani che se ne vanno, se ne vanno tutti, musulmani e ebrei. Si dice che quasi un milione di israeliani vivano all'estero. Comunque qui ne rimangono 6 milioni. Quasi 4 milioni sono i musulmani. Ma i cristiani sono poche centinaia di migliaia, quindi se vanno via anche solo 100 mila inoltre i cristiani della Galilea crescono di numero ma diminuiscono in proporzione perché gli altri gruppi sono demograficamente più forti. È vero che l'emigrazione cristiana è consistente nei Territori, in quattro anni sono andati via in 3 mila; non è una cifra astronomica, però dal punto di vista della popolazione è molto grave e preoccupante. Molti abbandonano perché non vedono prospettive economiche, ed è un fenomeno tipico di tutto il Medio Oriente. Certo qui è più grave perché la presenza cristiana è fondamentale. I luoghi santi non devono diventare dei musei o luoghi di una memoria storica antica, devono essere una memoria presente.

 

 

Lei ritiene questo fenomeno irreversibile? Resteranno solo frati e monaci?

 

 

No, ci saranno sempre cristiani qui.

 

 

E che ragioni offre a un giovane cristiano? Perché dover rimanere in una terra dove niente è scontato?

 

 

Io credo che anche per un giovane europeo essere cristiano stia diventando una scelta. Comunque, quando incontro le persone non è così difficile dire: tu sei nato qui, appartieni a questa terra, le tue radici sono qui; non è così difficile convincere dell'importanza di stare qui. E poi bisogna anche dire che è affascinante, non è solo duro e poco gratificante. È bello, veramente avverti una ricchezza che altrove non hai. Vai al Santo Sepolcro: non c'è un altro luogo così ricco di tradizioni religiose e di liturgie, di religiosità autentica. La gente va a pregare lì e arricchisce quei luoghi in maniera meravigliosa. Non è così difficile parlare di queste cose e trovare ascolto.

 

 

In una sua intervista lei ha detto che i cristiani palestinesi si sentono palestinesi, quelli israeliani si sentono israeliani. Non è il segno di una divisione che supera la stessa fede comune?

 


 

Innanzitutto la trovo una cosa molto bella e positiva ed è quello che distingue qui un cristiano dagli altri. Come dicevo prima le identità sono religiose, l'automatismo fa pensare che un palestinese è musulmano, un israeliano è ebreo; che insomma le identità religiose definiscono le identità nazionali. Il cristiano è diverso, nel senso che è un palestinese cristiano o un israeliano cristiano.

 

 

Per San Paolo però «non c'è più né giudeo né greco né schiavo né libero»: non vuol dire che ogni differenza, anche etnica, è abolita? E che proprio dall'esserci dei cristiani in questi due popoli ostili può nascere un ponte di amicizia?

 

 

La frase di San Paolo vuol dire che Cristo ci ha liberato da tutte queste denominazioni. L'identità cristiana è differente, Cristo ti completa come persona, ti identifica. Ma non è una astrazione, Egli si è perfino incarnato nella realtà concreta, precisa. Il cristiano che nasce in Palestina è palestinese e cristiano in tutto e per tutto e ciò vale anche per l'israeliano. Ma certamente questi due gruppi hanno qualcosa che li unisce, la persona di Gesù Cristo, e in questo sono un unico corpo che appartiene alla stessa Chiesa. Io penso che dal punto di vista pratico le comunità sono ancora troppo piccole e giovani per diventare un soggetto costruttivo. Però l'elemento di unione c'è ed è l'unica Chiesa guidata dal Patriarca latino. Questo deve essere un elemento di riflessione, far vedere come questi israeliani e questi palestinesi siano capaci di parlarsi tra di loro e non conoscano barriere. Si tratta di un auspicio, di una speranza. La Chiesa deve essere solidale con tutte le realtà del Paese, fedele alla verità. Per la Chiesa non ci sono muri di divisione, non ci devono essere muri. Dovremmo avere questa libertà di parlare con tutti e guardare tutti negli occhi. Penso al profeta Geremia, che diceva cose non facili al suo popolo e il popolo non voleva ascoltare, seguiva piuttosto i profeti di corte. Ma Geremia è rimasto fedele e solidale con il suo popolo. Ecco, io sogno una Chiesa che sappia esprimere questa appartenenza anche quando non condivide. Una Chiesa che dica: «guarda, io non condivido nulla di quello che fai, stai sbagliando, però sto con te perché ti appartengo, non ti abbandono, non ti lascio». Dovremmo recuperare questa libertà di parlare con verità a tutti, mostrando questa appartenenza senza barriere.

 

 

Il drammatico e incandescente dibattito di questi anni è quello che riguarda l'identità: io chi sono? tu chi sei? Noi e loro C'è sempre un "noi" e un "gli altri". Ci si definisce in base alle differenze, si stabiliscono dei confini. Alcuni propongono altre letture: le culture non sono piattaforme monolitiche ma piuttosto contaminazioni continue, intrecci, meticciati, per dirla con una parola tornata attuale. Come vede da qui questo tema?

 

 

Dicevo prima che le identità sono ben definite, anche i ruoli sono ben stabiliti. Ciascuno è quello che è, i rapporti tra i diversi gruppi sono chiari, e si va avanti così. Ci sono scuole cristiane, i cristiani hanno la loro rete e così i musulmani questo consente a ciascuno di mantenere e di mantenersi. Il mio punto di vista è che bisogna avere una chiara consapevolezza della propria identità, sapere chi si è; chi ha una chiara coscienza della propria identità ed è contento di quello che è non ha paura delle differenze, non ha paura del diverso perché non lo avverte come una minaccia. Da qui io vedo l'Europa più come un adolescente insicuro che come una persona matura, non vedo chiarezza rispetto alla questione dell'identità. Ad esempio non capisco perché quando si parla di differenze bisogna dare a questo termine un'accezione negativa, le differenze possono essere anche positive, ci sono, fanno parte della vita, della nostra storia, della storia del mondo. Sono vive nel nostro presente...

 

 

Forse perché differenza e identità evocano in qualche modo il fondamentalismo.

 

 

Affermare io sono cristiano, sono orgoglioso delle mie radici cristiane, ne sono fiero, e vivo così, non c'entra nulla con il fondamentalismo. Semplicemente, ho un nome e un cognome. Fondamentalismo è quando la tua identità non m'interessa, la tua verità non la voglio ascoltare, quando tu devi essere come me.

 

 

Nell'Islam di oggi sembra prevalere questa vena fondamentalista. Qual è il suo giudizio?

 

 

Anche noi qui facciamo molta difficoltà a leggere questo mondo musulmano che è molto composito. Dove l'Islam è maggioranza, tollera la presenza di cristiani. Ma non certo come in Europa intendiamo la tolleranza. Si considera che nella nostra religione ci sono elementi di bontà, e dunque si può accettare, ma in fondo non si tratta di una vera religione. Insomma, meglio se i cristiani si convertono. Poi gioca naturalmente il conflitto tra Occidente e Oriente, che influisce anche nei rapporti tra le singole persone. Una grande difficoltà è data dal fatto che non abbiamo davanti un mondo unitario: come nell'Ebraismo così anche nell'Islam non c'è una autorità unica. Si vuole dialogare, ma con chi? In prospettiva penso che l'immigrazione musulmana in Europa cambierà l'Islam, proprio come l'afflusso di ebrei qui ha cambiato radicalmente l'Ebraismo. Sono convinto che nel tempo la presenza massiccia di musulmani in Europa creerà un Islam differente. E ciò porterà dei rimedi, manifesterà una vera volontà di incontro. Le prossime generazioni saranno più libere di darsi un'identità anche europea, saranno capaci di ragionare serenamente sul tema: essere musulmani in Europa. E sarà un bene per tutti.

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