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Cristiani nel mondo musulmano

Vietato ai cristiani rimanere in Iraq

Da quando è stato rilasciato, Samer soffre di un difetto di pronuncia. Con una voce balbuziente, rievoca davanti a me i particolari del suo sequestro da parte di uomini mascherati che gli hanno bendato gli occhi e portato in un luogo buio. Racconta della sua paura e del suo costante rifugio nella preghiera, del riso secco che gli davano da mangiare e delle frustate inflittegli per registrare le sue urla su una cassetta da mandare ai familiari a fini di estorsione. Samer non è un ex dirigente del regime o del partito Baath, né un malcapitato camionista o giornalista straniero, e nemmeno un interprete al soldo delle truppe americane, ma un ragazzo di 15 anni. La sua colpa? Appartiene a una famiglia cristiana che risiede nel quartiere Baladiyyat di Baghdad. O, meglio, che risiedeva. Perché, dopo questa dura prova, i genitori di Samer e quelli di tanti altri ragazzi sequestrati hanno ritenuto che in Iraq la vita fosse diventata insostenibile per i cristiani. «Qui abbiamo tanti problemi, ma almeno sappiamo di non correre simili rischi», mi confessano. Per loro, "qui" vuol dire la Siria dove sono affluite negli ultimi mesi centinaia, o forse migliaia, di famiglie cristiane irachene in diverse ondate. La più consistente è quella che si è verificata all'indomani degli attentati che hanno colpito, il primo agosto scorso, alcune chiese cristiane di Baghdad e Mossul. Secondo il Ministro (cristiano) dell'Emigrazione, ben 40 mila cristiani avrebbero lasciato l'Iraq nelle due settimane successive alle esplosioni.

 

 

Protezione Temporanea

 

 

Quella di Samer è solo una delle tantissime storie di intimidazioni raccolte nei centri di raccolta siriani in cui i nuovi profughi si sono stabiliti con la speranza di raggiungere la destinazione definitiva. Nel frattempo, si sono procurati dalla sede dell'Onu a Damasco una "Dichiarazione di protezione temporanea" che invita le autorità a non rimpatriarli con la forza. In Siria, hanno ovviamente prediletto le aree a maggioranza cristiana: il quartiere damasceno di Bab Tuma, ma soprattutto Masakin Barze, Duwailaa e Jrimana, tutte località alla periferia della capitale siriana, e il villaggio di Saidnaya, più a nord.

 

A Masakin Barze, una trentina di iracheni mi accolgono in un salone offerto generosamente dalla parrocchia greco-ortodossa con il tipico saluto caldeo: Bshena sietsh thelokhen, (sia in pace il tuo arrivo)! Ognuno di loro ha una vita spezzata da raccontare. Rappresentano un microcosmo dell'Iraq cristiano, dai diversi quartieri di Baghdad (Karrada, Ghadir, Saadoun, al-Amin, Dora e altri ancora), a Mossul e alle altre località assiro-caldee del nord. Chi tra di loro possedeva una casa o un terreno ha svenduto malvolentieri tutto e si è trasferito con un piccolo capitale in Siria, fiducioso di ottenere un visto per qualche paese occidentale. Chi invece aveva appena i soldi per pagare i passaporti dei propri familiari (150 dollari l'uno) e le spese del viaggio, non ci ha pensato due volte. Ha preparato due valigie, l'una per gli indumenti estivi, l'altra per quelli invernali, ed è partito.

 

Raed, il papà di Samer, punta come tanti altri sulla lontana Australia e ha accluso nella richiesta di asilo presentata all'ambasciata di Canberra a Damasco anche la cassetta con le minacce dei rapitori. A lui, in fin dei conti, era andata bene: dagli iniziali 230 mila dollari richiesti dai malviventi per liberare suo figlio, ha pagato "solo" 5 mila dollari. In cambio dello "sconto" i rapitori hanno preteso da lui un elenco di cristiani più "grassi" di lui, poi gli hanno recapitato un consiglio preciso: «Hai 45 giorni per andartene. È vietato ai cristiani rimanere in Iraq».

 

Makram è l'ultimo ad aver seguito questo consiglio, visto che è giunto a Damasco dieci giorni fa. Sotto il vecchio regime faceva il docente di odontoiatria all'Università di Baghdad, poi ha deciso di stare a casa quando il suo stipendio era sceso all'equivalente di un dollaro. Dopo la liberazione, si è recato alla facoltà per riprendere il corso, ma invano. Con sarcasmo, il rettore ha esclamato davanti agli altri docenti dicendo: «Quel cristiano non ha capito nulla! Pretende di tornare a insegnare!».

 

 

Il Censimento di Khalid

 

 

È lui a fornirmi indicazioni sulle dimensioni dell'emigrazione dei cristiani. «Servivo come diacono nella Chiesa di Sant'Elia, una delle cinque prese di mira il 1 agosto, e notavo un costante calo nel numero dei fedeli. Quattro o cinque file in meno ogni domenica. Il sacerdote mi ha poi confermato questi dubbi. Prima, mi ha confidato, rilasciava uno o due certificati di battesimo o di matrimonio (necessari per confermare l'appartenenza religiosa all'estero, n.d.r.), adesso ne rilascia almeno una quarantina». Moltiplicati per il numero delle parrocchie, almeno tre decine nella sola capitale, non si può non accorgersi della gravità di un'emorragia che rende ancor più precario il destino di chi decide di rimanere.

 

Altre indicazioni statistiche le ha fornite Khalid, trasferitosi qui con moglie e sei figli, ma che trova comunque il tempo di organizzare la vita comunitaria: riunioni di preghiera o per esaminare le varie legislazioni sull'asilo, corsi di lingua inglese e caldea, l'idioma parlato dalla maggioranza dei cristiani iracheni e che egli stesso si è offerto di insegnare. «Ho censito, mi dice, 300 famiglie a Damasco e 150 a Saidnaya. Ma ci sono sicuramente altre centinaia tra Duwailaa e Jrimana, per non parlare di Aleppo, Beirut e Amman».

 

 

Aspettando l'Australia

 

 

Rita Zekert, la responsabile della Caritas siriana, conferma queste stime. «Abbiamo fornito aiuto a 700 famiglie, in larga maggioranza cristiane, solo negli ultimi sei mesi», dice, «ma sono sicura che il numero sia raddoppiato dopo gli attentati alle chiese». Insieme alle due assistenti, e nel limite del suo piccolo bilancio, cerca di venire incontro ai bisogni più urgenti: indumenti, coperte, derrate alimentarie e assistenza psicologica. «A differenza dei profughi cristiani sudanesi che aiutiamo da tempo, gli iracheni sono gente colta e benestante che si è trovata improvvisamente in stato di bisogno». Per gli interventi sanitari, la Caritas indica le cliniche gestite dalla Chiesa per ottenere i medicinali necessari, e indirizza i pazienti agli ospedali convenzionati, come quello italo-francese, per gli interventi chirurgici, i parti e le protesi. La Caritas offre, infine, ai rifugiati alcune borse di studio in elettricità, meccanica, computer, cucito, coiffure e inglese. «L'iracheno paga 10 dollari simbolici, noi gli altri 2.000», precisa Zekert.

 

L'arrivo di questi iracheni ha rappresentato una manna per i soliti approfittatori. A Damasco, l'affitto di un piccolo appartamento del costo di 60 dollari viene loro dato a 200 dollari. Gli iracheni non hanno alternativa, ma molti guardano con apprensione al giorno in cui finiranno i soldi del risparmio. Perché non tutti lavorano o se la sentono di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione. Ziad, un giovane di 25 anni, faceva l'università e non si lamenta affatto di lavorare in un'autofficina. Ma il medico Karim si sente invece sfruttato: l'ospedale siriano cui si è rivolto gli ha proposto uno stipendio di 100 dollari mensili, contro i 500 che guadagna un medico locale. Per le famiglie, solitamente numerose, una voce consistente del bilancio è rappresentata dalle spese scolastiche. Perché se è vero che la scuola in Siria è gratuita e che il governo ha dato disposizioni di accettare i bambini iracheni, rimangono comunque da pagare i libri di testo e la divisa scolastica, assai costosi.

 

I profughi seguono costantemente gli eventi nella madrepatria, ma i loro sguardi sono fissati su un'altra meta, molto più lontana. Ogni mio tentativo di farli desistere da questa soluzione estrema risulta inutile. «Ho due figli in Australia, cosa sto a fare da solo?», dice un sessantenne di Arbil. «Il problema è che l'Australia esige una cauzione di 60 mila dollari, bloccati per due anni per evitare truffe». La situazione anormale in Iraq osservo non potrà durare a lungo. È d'altronde più facile ricominciare da zero nel vostro paese piuttosto che in un paese straniero. «Il paese straniero garantisce almeno i nostri diritti», risponde una signora. «Fosse stata questione di mesi o di qualche anno, avremmo anche avuto pazienza. Ma qui si tratta di aspettare che si formi una nuova generazione con una nuova mentalità», aggiunge la sua vicina. Non sarà mica questa la prima dura prova nella storia per i cristiani iracheni, ritento. «Mai attraversata una prova simile», ribatte Zakaria. «Abbiamo sopportato 35 anni di dittatura e di guerre. Possiamo sopportare le azioni di violenza e di terrorismo, ma non i rapimenti e i ricatti. I radicali minacciano persino il nostro Clero. Ci sentiamo indifesi. Le nostre mogli e figlie vengono offese se escono senza velo. Sui muri di Baghdad sono comparse scritte del tipo: "Ogni donna scoperta è una prostituta"».

 

«Ci hanno trattato alla stregua degli americani», constata con rammarico Adel. «Eppure non siamo stati noi a chiamare gli Stati Uniti, bensì i partiti sciiti». «Ai tempi di Saddam prosegue se un predicatore si azzardava a citare i "crociati", gli uomini della sicurezza lo bloccavano all'istante. Adesso, invece, i manifestanti islamici vanno in giro gridando che non c'è posto per gli infedeli cristiani in Iraq».

 

 

Una Scelta Sofferta

 

 

Ritento ancora richiamando i duemila anni di storia cristiana in Mesopotamia che lascerebbero alle spalle. «Siamo consci della nostra missione e del nostro messaggio di amore», replica Shawkat. «Ma quando la nostra patria diventa terreno di violenze, non rimangono molte alternative: o ci lasciamo massacrare o ce ne andiamo via perché nessuno, né il governo né le autorità religiose, hanno i mezzi per proteggerci». «Per noi è stata una scelta sofferta», spiega Fouad. «Solo l'uno per cento dei rapimenti riguarda famiglie musulmane. Se un musulmano viene rapito, tutto il suo clan si mobilita per liberarlo, fosse anche con la forza. Non è il nostro caso. I cristiani non hanno una struttura clanica e sono perciò l'anello più debole della società irachena».

 

A Saidnaya, dove si parla ancora la lingua di Cristo, lo stesso desiderio di emigrare lontano pervade le famiglie ospitate nel monastero greco-ortodosso dedicato alla Madonna e in quello siriaco di Sant'Efrem. Gabriel è scappato sette anni fa in Siria perché accusato di distribuire filmati sull'eredità culturale caldea e ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Ora arrontonda il sussidio offertogli dall'Onu animando serate folcloristiche in attesa di partire presto per gli Stati Uniti con moglie e figli. «Al consolato Usa, racconta, mi hanno chiesto se siamo disposti ad abitare con dei negri, ebrei o meticci, poi se rispetto tutte le religioni ed io ho risposto di sì». Fayez, giunto due anni fa, non è altrettanto fortunato. Al consolato del Canada gli hanno spiegato che «venuto a mancare Saddam, sono venute a mancare anche le motivazioni di concedere l'asilo». Ma intende tentare di nuovo. Karim, 65 anni, mi mostra le sue gambe bruciate nell'esplosione della bomba a mano lanciata contro il suo negozio di alcolici. «È difficile rifarsi una vita alla mia età», dice sconsolato. «Mio fratello mi manda un aiuto mensile e si adopera per portarmi in Germania».

 

 

Le Luci del Libano

 

 

A Beirut, la messa domenicale nella chiesa caldea di Hazmiye è gremita di fedeli. Quanti siano tra di loro gli iracheni giunti clandestinamente in Libano è difficile saperlo. Lo stesso Vescovo Michel Kassarji non vuole fornirmi statistiche, ma mi indica un gruppo di famiglie sedute attorno a un tavolo nell'oratorio. Accompagno una di loro nella propria abitazione nel quartiere di Karm al-Zaytun, a Beirut. Una stanza spoglia di tutto, tranne che di un materasso che, di giorno, arrotolato, serve da divano. «Me l'hanno regalato i miei vicini, insieme a un piccolo armadio», dice Umm Raed. Suo marito è rimasto a Baghdad a curare il fratello malato. Ha pagato mille dollari ai contrabbandieri per attraversare, in una fredda notte di fine maggio, il confine siro-libanese insieme ai suoi sei figli. «Il più piccolo, Yussef, di 12 anni è handicappato, l'ho dovuto portare sulle spalle. Mi sentivo mancare mentre sbattevo contro i rami e bagnavo i piedi nei gelidi ruscelli». I contrabbandieri le avevano spiegato: «Quando vedrete delle luci in fondo sarete in Libano». E ce l'ha fatta. Ma la luce in fondo al tunnel in cui sono sommersi gli iracheni stenta ancora a spuntare.

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