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Religione e società

Diversi, ma insieme verso una nuova cittadinanza

Libano /2. Per quanto affascinanti, i modelli occidentali non possono essere trapiantati nel mondo arabo. Qui la società civile, radicalmente segnata dall’appartenenza religiosa, è provocata a cercare una nuova originale via a partire dal desiderio condiviso di una vita in comune.  

Quando si parla di laicità in Oriente, c’è in partenza un problema terminologico: la laicità, al-‘ilmâniyya, come termine e come concetto, è al centro di un dibattito molto lungo, che risale alla prima Nahda [rinascimento] araba (1850-1914) e che ha coinvolto i rappresentanti religiosi tradizionali, sia musulmani che cristiani. Poiché l’espressione “secolare”, prossima a “laico”, non esiste in arabo, nel XIX secolo il termine adottato per tradurre tale nozione fu lâ-dînî, letteralmente “areligioso” o “anti-religioso”. Così la nozione venne vista come portatrice di un modello sociale e politico segnato dall’irreligiosità. È ben vero che alcuni pensatori liberali della Nahda militarono per una certa forma di laicità, utilizzando il termine ‘ilmâniyya, peraltro senza troppo successo. Tuttavia diversi pensatori della Nahda arabo-islamica che cercavano di trovare negli stessi testi religiosi la soluzione ai problemi delle loro società hanno sottolineato che il termine era estraneo (dakhîl) rispetto alla realtà sociale, religiosa e politica del mondo arabo-islamico e non corrispondeva alle ambizioni dei suoi popoli.

 

 

È vero che questa laicità continua ad affascinare élite o correnti politiche e sociali, in Libano e nel mondo arabo. Esse vi vedono una soluzione a tutti i mali delle loro società, attraverso la separazione radicale tra religione e Stato. Quest’ultimo diverrebbe l’istanza neutra che regola gli strumenti della violenza in un intento di non-discriminazione, amministra il sistema dei diritti e dei doveri di ciascuno nei confronti degli altri e dello stesso Stato, così come le libertà fondamentali degli individui o delle comunità, e si fa carico dello sviluppo economico e sociale a beneficio di tutti. Ma le nostre società, profondamente segnate dalla religione, sono pronte ad accogliere una realtà di questo tipo, che è qualcosa di più che un sistema formale? Non si tratta forse di una filosofia dell’esistenza, un insieme socio-politico e morale di valori umani poggiante su un sistema giuridico che privilegia ciò che è individuale, positivo e razionale? Non si presenta forse come una laicità integrale e radicale che non tiene conto dei principi religiosi e metafisici indiscutibili?

 

 

Tra numerosi musulmani e anche tra alcuni cristiani orientali si continuano a incontrare le stesse reazioni, lo stesso dialogo tra sordi: adottare il secolarismo equivale a respingere l’ordine che ha prevalso nella loro società, rigettare l’ordine morale, rifiutare la verità del messaggio religioso e allinearsi a modelli stranieri importati. Così tentare di trovare una soluzione al confessionalismo politico e al tribalismo sociale attraverso il secolarismo si conclude nel voler curare un male con un altro.

 

 

Riformulare le Categorie Occidentali

 

 

Nell’intento di rispondere a tali questioni e a tali reticenze, è evidente che il concetto di laicità ha bisogno di essere riformulato, nel suo significato e nella sua forma, dal momento che le nostre società, anche se ne hanno bisogno, non possono assumerlo tale e quale. Anche il termine, oggetto di divisione, dovrà essere scartato. Queste società sono caratterizzate dalla pluralità religiosa, etnica e culturale e la questione capitale è l’accettazione della pluralità come accettazione della differenza; l’importante è aiutare a valorizzare l’esperienza esistenziale di questa pluralità, nel rispetto congiunto delle comunità e dell’individuo. Tale esperienza non è lontana dai fondamenti della cittadinanza nella sua accezione occidentale, visto che ciò che le nostre società cercano, a tastoni e attraverso le varie crisi per cui sono passate, è il desiderio e la volontà di realizzare l’obiettivo finale della vita in comune.

 

 

Recenti ricerche condotte sul funzionamento delle nostre società (tra cui una che ha preso in esame un centinaio di progetti educativi di istituzioni scolastiche libanesi gestite dalle comunità religiose) mostrano che l’esistenza stessa degli individui e delle comunità resta guidata e orientata, se non determinata, da valori religiosi specifici. Queste società sono fortemente impregnate di religione, per molteplici ragioni, mentre altre società se ne smarcano e la emarginano. Le comunità religiose e culturali che formano le nostre società conoscono un forte ripiegamento su se stesse, nella ricerca di elementi che le radichino nelle proprie identità e le distinguano dalle altre. Basta vedere come queste diverse comunità, musulmane, cristiane ed ebraiche, si aggrappano alla gestione e al rafforzamento degli statuti personali che reggono la vita degli individui. I diversi regimi politici che si sono succeduti, per rimanere in carica, non hanno fatto altro che sostenere una militanza religiosa contro l’altra. Tale situazione ha soltanto aumentato le rimozioni ed esacerbato gli odi, ha generato conflitti di ogni tipo e, apparentemente, ha rafforzato le maggioranze e reso più fragili le minoranze.

 

 

Di fronte a tale situazione, quale via scegliere e concepire? Non occorre forse cercare un’altra strada (non oserei definirla una terza via), che cerchi di promuovere una cultura della cittadinanza, dei diritti e dei doveri di ciascuno e di ogni comunità? Ciò implica che non sia necessario separare il cittadino dalle sue radici religiose comunitarie, ma piuttosto fondare la sua azione e i suoi obiettivi su elementi religiosi o valori morali, sociali, spirituali e di cittadinanza già abbozzati nelle stesse religioni e che possono essere definiti valori trans-comunitari. Detto altrimenti, se esiste un’opportunità di realizzare una certa forma di laicità, una laicità integrativa e rispettosa dei valori religiosi, essa non può che venire dalla realtà sociale stessa, da un’educazione delle nuove generazioni alla cultura civica e della cittadinanza, un’educazione che sia cosciente della posta in gioco e della necessità di azioni comuni condivise tra le varie comunità religiose attraverso le loro molteplici e numerose istituzioni sociali, educative, caritative, religiose e spirituali. Se un’azione è necessaria in vista della costruzione di una cultura comune della cittadinanza, occorre che queste istituzioni lavorino insieme ai gravi problemi sociali che minano il corpo sociale nel suo insieme.

 

 

Operare insieme per consolidare un’esperienza esistenziale della pluralità, nella conoscenza e nel riconoscimento reciproco, implica sottolineare i valori trans-comunitari più rilevanti e presenti nei discorsi delle diverse comunità. Questi valori, reperibili qui e là, potrebbero essere i seguenti: il rispetto e la tolleranza, i valori morali, la cultura dei diritti e dei doveri degli individui, la famiglia, la giustizia per tutti, la pietà, ecc.

 

 

In questo modo, ogni progetto di costruzione della convivialità, obiettivo delle società democratiche, diventa una responsabilità civica delle comunità stesse, sia a livello dell’educazione al rispetto della differenza dell’altro sia a quello delle azioni comuni o particolari o interne da praticare per dar corso a questa volontà. Ma tale progetto civico e politico è una sfida per le comunità religiose e gli attori della società civile. Va realizzato qui e ora.

 

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