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Religione e società

Quando i deformatori salgono in cattedra

Il ”modello libanese” /2. Troppo spesso accade che i credenti prima scelgano di convivere o combattersi e poi vincolino le religioni al loro comportamento buono o cattivo, trovando arbitrariamente nei testi sacri la necessaria legittimazione “dall’alto”. 

Nelle comunità libanesi un numero considerevole di persone parla di dialogo e vita comune, ma pochi sono quelli che, non limitandosi a un discorso di pura cortesia, insistono a portare avanti un dialogo di parole e di azioni anche nei momenti di conflitto. Per questa minoranza, che va crescendo  di numero, la questione arriva a toccare il livello del dogma (’aqîda), là dove non è lecito un concordismo conciliante o uno scambio di falsità. Forse per alcuni di noi si è giunti al livello dell’adorazione di Dio attraverso questo cammino, poggiato su testi e postulati della religione di ciascuno, pur vedendo in quella religione anche elementi manchevoli o contraddittori. Questi testi insistono sull’amore, la misericordia e la giustizia, come  concetti che si richiamano a vicenda, sia sul piano della definizione che dell’applicazione.

 

 

Questa categoria di persone, che opera realmente per l’incontro, si è proposta di giungere a una comunanza cognitiva che consenta al dialogo tra i fedeli delle religioni di durare, nella convinzione che questi ultimi, cristiani e musulmani, prima creano la pace o il conflitto nelle loro scelte concrete e poi vincolano le religioni ai loro comportamenti buoni o cattivi, trovando nella pluralità dei testi religiosi e della loro conoscenza e talora nella loro contraddittorietà un aiuto nella direzione della divisione, se è questo quello che vogliono, o della comunione. In effetti tutte le milizie libanesi, mescolate alle rispettive comunità e correnti, hanno compiuto un’immane operazione di macelleria senza che mancasse loro l’approvazione di un numero a volte considerevole di religiosi attrezzati di un discorso che giustificava o incoraggiava l’uccisione di massa, con l’eccezione di quei grandi come il Patriarca Khoraiche [1], l’Imam Mussa al-Sadr [2], il Mufti Hasan Khaled [3] e lo Shaykh Muhammad Abû Shaqra [4], sostenuti da alcuni grandi uomini politici che conobbero il loro stesso tragico destino (Saeb Salam [5], Rachid Karamé [6], e Raymond Eddé [7], per fare un esempio).

 

 

Alcuni hanno operato e operano come un movimento organizzato di pensiero per diffondere tale comunanza cognitiva e propagarla, per radicare la pace interna e fondarla su elementi condivisi nel pensiero, nei valori e negli interessi. Essi vogliono incarnarla in una vita insieme che non cancelli alcuna particolarità né accetti alcuna ambiguità nel riconoscere la differenza (ikhtilâf), senza però elevarla al grado di divergenza (khilâf), per eliminare la guerra, ritardarla o limitarla se scoppia, per ridurne la durata e contenerne i crimini o per liberarsi dalla sua memoria ritornando alla memoria della vita comune e ricreandola là dove l’oblio diventa storia. 

 

 

 

Ricchezza da Far Crescere

 

 

Questa memoria gioca a nostro favore soprattutto in Libano, un paese la cui bellezza e vitalità è dovuta alla pluralità di religioni e riti, ma la cui scomparsa potrebbe dipendere proprio da questa stessa pluralità. Ciò mostra bene che la pluralità è una ricchezza da far crescere, perché non diminuisca o scompaia. Ci viene in soccorso la memoria dell’anteguerra, che ci attesta come la vita insieme sia ciò che la gente vuole, cioè i cittadini uniti dagli interessi comuni e leciti, protetti da idee che a loro volta sono assicurate dai valori. In grado di distruggere questa aspirazione, oscurarla e frantumarla c’è solo lo Stato, quando rinuncia al suo ruolo di unificatore delle componenti della società e si trasforma in una parte fondata sul numero o sulle forze interne o prese a prestito dall’esterno. In tal modo esso si muta in un’autorità che vive sulla paura del cittadino nei confronti del cittadino e dalla cittadinanza sotto lo stesso diritto e la stessa legge si passa alla comunità, la quale, mentre unisce, divide. Così la corrente (madhhab) [8] diventa correnti e il partito partiti in lotta tra loro, prima della preghiera o dopo di essa o durante, nel nome di Dio e della patria. In questa operazione l’autorità è aiutata da alcune élite presenti in ogni gruppo, spirituali o laiche, che servono in realtà la politica nel suo significato negativo. Queste élite trasformano la religione in un mezzo per servire gli interessi di questo mondo, mondo di alcuni a spese di tutti, mondo dei mercanti del tempio a spese dei suoi costruttori e di quanti vi abitano in attesa della risurrezione [9]. Ma se il mondo è di tutti, la religione può ritornare sana ripartendo da dove è venuta, dal Dio unico che si è manifestato in una persona o in un testo (shakshan aw nassan), nel Messia o nel Corano, nella professione di monoteismo e nel suo equivalente, nell’unità che si rafforza con la pluralità e nella pluralità che vive nell’unità.

 

 

L’immagine è chiara nel testo religioso fondativo, ma per quanto riguarda il diverso per fede o per scuola raramente troviamo corrispondenza tra essa e le norme relazionali e comportamentali fissate dal diritto. Questo avviene perché oggi il livello umano nel testo religioso viene esaminato soltanto da chierici o faqîh [10] alla ricerca di una corrispondenza tra esso e l’immagine che hanno in testa. Tale immagine, invece, proviene da una natura pura, da una grazia, o da un’esperienza comune nella generazione che ci ha preceduto e che nella nostra è diventata eccezionale,  anche seforse torna a essere esperienza condivisa in una parte delle giovani generazioni, le quali sono passate dall’obbedienza di molti sacerdoti e shaykh a quella di Dio, che soltanto i sapienti temono, come si dice nel Corano: «Ma temono Dio, fra i Suoi servi, solo i sapienti» [Corano 35,28]. Ancora essa può venire da una conoscenza interdisciplinare che in Libano ci è stata portata da Gibran [11] e Mikhail Nuaima [12] e altri cristiani come loro che sono passati attraverso la Nahj al-Balâgha [13], le Rivelazioni meccane [14] di Ibn ’Arabî e il Corano.  

 

 

 

Immagine Dolorosa

 

 

Tuttavia esiste un’immagine dolorosa che cerca di influenzare lo scenario, le intelligenze e la capacità di leggere il presente. Apriamo insieme i nostri libri e leggeremo nell’educazione religiosa una deformazione della religione e del credente e una calunnia del Sommo Giudice. Deformatori di questo tipo ne escono a migliaia dalle nostre scuole private, in particolare da quelle religiose, alla ricerca di nemici e tutti intenti a rievocare le nefandezze del passato per farle rivivere e con esse uccidere i vivi. Avremmo potuto curare il fanatismo degli studenti musulmani contro i cristiani, se usciti dalle scuole islamiche, o viceversa di quello degli studenti cristiani contro i musulmani, se usciti dalle scuole cristiane. Ma non abbiamo potuto curare il fanatismo degli studenti musulmani usciti dalle scuole cristiane contro i cristiani né quello dei (pochi) studenti cristiani usciti dalle scuole musulmane contro i musulmani. Oggi poi è difficilissimo curare l’avversione, le tensioni e le ipersensibilità di qualsiasi studente elementare sciita, in qualsiasi scuola, rispetto a qualsiasi studente sunnita o cristiano, o l’avversione, le tensioni e le ipersensibilità di qualsiasi studente druso rispetto agli sciiti o ai sunniti. Tale atteggiamento del resto ben si accorda con il comportamento degli studenti musulmani che ricambiano i drusi con odio, cancellazione e anatemi che poi peraltro si lanciano anche internamente. E tutti questi comportamenti trovano delle fatwe dimenticate nella storia a favorirli e giustificarli riducendo esclusivamente a questo la bontà dell’appartenenza religiosa. Non è un mistero ad esempio che i nostri giovani delle scuole medie abbiano cominciato, sunniti e sciiti, a scambiarsi fatwe sul genere “divieto di invocare la misericordia divina su un cristiano, per quanto retto e amico”, oppure sulla “illiceità di dire loro as-salâm ’alaykum [15] o di rispondere al loro saluto” etc. Se questo tipo di comportamento non si manifesta con chiarezza nella gioventù cristiana, un motivo potrebbe essere che solo pochi di loro vanno in chiesa e ci sono poche indicazioni nel catechismo riguardo la posizione e il rapporto dei cristiani con i musulmani, mentre la coscienza e i comportamenti che dipendono dalla posizione ecclesiale dei cattolici rispetto agli ortodossi o viceversa sono ben presenti e diffusi e  forse addirittura in crescita, a cominciare dalla questione della Comunione e via dicendo.

 

 

Le scuole ufficiali, governative, che ci hanno insegnato la patria e il patriottismo, la cittadinanza e il cittadino, che ci hanno insegnato Dio, oggi sono quasi prive di studenti cristiani in qualsiasi quartiere o villaggio a maggioranza musulmana. E se ancora qualcuno rimane a causa della povertà, vive una miseria continua e preferisce l’ignoranza al sapere. E la stessa cosa si può dire dei drusi con sunniti, sciiti e cristiani, o degli sciiti con drusi o sunniti. La strada poi è come la scuola. Ogni cosa è come la scuola. La lingua, la poesia e l’arte sono a somiglianza della scuola e la scuola è a somiglianza della moschea e della chiesa. 

 

 

 

L’Ideale dietro di Noi

 

 

In questa situazione il sapere e la conoscenza degli uomini delle religioni crescono, ma cresce la conoscenza di quello che divide, non di quello che unisce. Essi ci inducono a vedere il nostro ideale dietro di noi, non davanti a noi. Ebbene, l’ideale dei miei nipoti sono mia madre e mia nonna che erano semplici analfabete, amavano la vita e la gente, curavano la purezza della terra e odiavano l’errore ma non chi sbaglia [16]. Erano più amorevoli e compassionevoli e grate verso l’altro, verso il maestro cristiano o sunnita o druso che istruiva i loro figli nella scuola ufficiale sotto la bandiera libanese con l’inno nazionale, ogni mattina.

 

 

Questo discorso non è miscredenza, ma proviene dallo zelo per la religione, che è uccisa dallo stato religioso e dalla politica religiosa e trova nuova vita e protezione nello stato laico [17] e nella politica nazionale. La religione non ha perso nulla nell’Occidente quando si è prodotta quella separazione pronunciata che noi non vogliamo o vogliamo bilanciata dalla considerazione delle nostre particolarità e della nostra cultura. Invito a cancellare i dettagli che ci impediscono di dare un’istruzione religiosa nelle nostre scuole e a mantenere i tratti universali che ci uniscono. Affrettiamoci a creare istituzioni educative che allenino alla vita comune che apre gli occhi e i cuori a idee e valori, alla memoria condivisa e al sogno condiviso, facilitando nelle nostre generazioni il rispetto delle particolarità dell’altro dopo averle conosciute da vicino, e anzi amate, perché amato è colui che le porta.

 

 

Quei musulmani tra noi che praticano il dialogo sono arrivati a una conoscenza più profonda della loro fede. Altrimenti, se ci volgeremo ai nostri testi, ai testi delle varie branche del sapere religioso, o ai testi che hanno letto i testi fondatori secondo una lettura negatrice e assoluta, non troveremo alcuna via per la pace. E se tra noi c’è qualcuno che voglia una pace che debba aborrire la religione, siamo in grado di assumerci la responsabilità di questo passo estremo?

 

 

Coraggio, accordiamoci, uomini spirituali e civili, per una vita insieme. Poi andremo al testo. E se si opporrà, gli diremo insieme: «Anche noi siamo testo e teniamo alla tua santità, che proviene anche da noi. Vieni verso  di noi perché possiamo comprenderti in un modo che ti dia vita e non ti cancelli, perché dà vita a noi e non ci cancella in te».

 

 

 


 

[1] Patriarca maronita dal 1975 al 1986 (Questa e tutte le successive note sono del traduttore). 

 

 

[2] Importante esponente sciita. Nacque in Iran nel 1928 da una famiglia di notabili libanesi. Stabilitosi a Tiro, operò per conferire maggiore visibilità alla comunità sciita, fondando il Consiglio Supremo Sciita e il movimento dei diseredati. Scomparve nel 1978 in Libia in circostanze misteriose, alle quali molti ritengono non sia estraneo il colonnello Gheddafi. La nipote di Mussa al-Sadr è sposata a Muhammad Khatami, ex presidente iraniano. 

 

 

[3] Leader sunnita, nacque nel 1921. Fu ucciso nel 1989 da un’autobomba. Occupò per oltre 23 anni la carica di Gran Mufti, la più alta autorità per i sunniti in Libano. 

 

 

[4] Shaykh al-’aql (leader spirituale) della comunità drusa negli anni della guerra civile. Si oppose alla pulizia etnica ai danni dei cristiani nella regione dello Chouf. 

 

 

[5] Politico libanese (1905-2000), fu quattro volte primo ministro tra il 1952 e il 1973. Fu a capo dell’istituzione filantropica musulmana Makassed dal 1957 al 1982. Recatosi in esilio a Losanna,  ebbe un ruolo di primo piano nella negoziazione degli accordidi Taif del 1989 che posero fine alla guerra civile libanese. 

 

 

[6] Politico sunnita, otto volte primo ministro, fu ucciso in un attentato nel 1987. 

 

 

[7] Politico maronita, figlio del presidente della repubblica Émile Eddé, fondò il blocco nazionale libanese. Convinto sostenitore della convivenza tra cristiani e musulmani, dopo essere stato sconfitto alle elezioni presidenziali del 1976 abbandonò il paese e si recò a Parigi, dove morì nel 2000. 

 

 

[8] Questa parola indica una scuola (giuridica o teologica) all’interno dell’Islam. 

 

 

[9] Nella tradizione islamica si ritiene che il Tempio di Gerusalemme fosse abitato da alcuni adoratori perpetui, tra i quali Zaccaria e Maria. 

 

 

[10] Il giurisperito musulmano. 

 

 

[11] Il celebre scrittore e poeta, autore del Profeta, nato a Becharre nel 1882 e morto a New York nel 1931. 

 

 

[12] Altro celebre scrittore libanese (1889-1988). 

 

 

[13] Una collezione di discorsi, sermoni e lettere attribuiti all’Imam ’Alî, genero di Muhammad. 

 

 

[14] Capolavoro del mistico andaluso Ibn ’Arabî (1165-1240). 

 

 

[15] Il tipico saluto(“la pace sia su di voi”) che molti ritengono lecito rivolgere solo a un musulmano.

 

 

[16] Karâhiyyat al-ma’siyya, lâ l-’âsî, lett. “odio della ribellione, non del ribelle”, concetto vicino a quello cristiano di “condanna del peccato, non del peccatore”. 

 

 

[17] Letteralmente “civico”, madanî.

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