close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Islam

Dopo tanti secoli, un Libro sempre nuovo

Copertina del secondo numero della rivista al-Manar

Introduzione alla sezione Classici, Esegesi moderna, di Oasis n. 23

Questo articolo è pubblicato in Oasis 23. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 16/04/2019 11:11:09

«Il Corano è sempre vergine»: questa la formula con cui Jamāl al-Dīn al-Afghānī (1838-1897), pioniere del riformismo islamico moderno, avrebbe indicato la necessità di tornare incessantemente a leggere un testo la cui profondità restava a suo avviso inesplorata nonostante il gran numero di commenti ereditati dalla tradizione. Un patrimonio talmente ricco da risultare ingombrante e non privo di responsabilità nella decadenza delle società islamiche e nella loro incapacità di rispondere alle tante sfide lanciate dalla civiltà moderna. Per ripetere le glorie del passato – concludeva al-Afghānī – l’Islam andava riformato, purificando la tradizione dagli elementi che nel corso dei secoli avevano finito per appesantirla.

 

 

Afghānī, che fu attivista più che teorico, tracciò la strada, ma non la percorse fino in fondo. Il testimone della missione riformatrice passò così al suo discepolo Muhammad ‘Abduh (1849-1905), e al discepolo di questi Rashīd Ridā (1865-1935). Fu Ridā in particolare a lanciare l’idea di un nuovo commento del Corano finalmente all’altezza dei tempi. Dopo qualche esitazione, ‘Abduh accettò la scommessa e tra il 1899 e il 1905 tenne al Cairo, presso la moschea di al-Azhar, un corso in materia. Le lezioni furono scrupolosamente trascritte da Ridā e pubblicate sulla rivista al-Manār (“Il faro”). In questo lavoro a quattro mani è difficile distinguere l’apporto del maestro da quello del discepolo, anche perché, durante il suo corso, ‘Abduh aveva commentato solo le prime quattro sure del Corano. Ridā proseguì il commento fino alla sura 12, con la quale il lavoro si interruppe, raccogliendolo poi in un’unica opera divenuta nota col titolo di Tafsīr al-Manār (il commento del Manār), da cui è tratto il primo brano che presentiamo. Si tratta di una parte dell’introduzione al Tafsīr che Ridā attribuisce esplicitamente al pensiero del suo maestro e in cui sono esposte le idee portanti di tutto il commento: l’esegesi tradizionale ha finito per moltiplicare gli approcci particolari alla Scrittura, distogliendo molti dal “suo significato autentico”, che è la comprensione del Libro in quanto “direzione morale data da Dio per il mondo”. ‘Abduh e Ridā non propongono perciò nuovi metodi di indagine, ma si limitano a invitare i musulmani a rimettere il Libro al centro della loro vita personale, sociale e politica.

 

 

A innovare dal punto di vista metodologico fu invece il movimento inaugurato dall’egiziano Amīn al-Khūlī (m. 1966). Anche al-Khūlī ritiene che il Corano vada considerato una guida per i musulmani. Ma, a differenza di ‘Abduh e Ridā, pensa che, per essere veramente compreso, esso vada letto innanzitutto come un testo letterario.

 

 

Tra gli intellettuali che si interessano agli aspetti letterari del Corano c’è anche un altro egiziano, Sayyid Qutb (1906-1966), che prima di diventare uno dei più importanti ideologi islamisti contemporanei è stato un apprezzato critico di tendenze liberali, a cui si deve peraltro la scoperta del grande scrittore Naguib Mahfouz. In Qutb il Corano si trasforma da oggetto di studio estetico in esperienza di fede e militanza attiva. All’inizio degli anni ’50 Qutb aderisce ai Fratelli musulmani e subisce con loro la repressione del regime di Nasser. Incarcerato, mette il suo talento di scrittore a servizio della causa islamista e compone il suo Fī Zilāl al-Qur’ān (“All’ombra del Corano”), da cui è tratto il secondo brano che proponiamo nella nostra rassegna, e che diventerà, insieme al Tafsīr al-Manār, il commento coranico più influente del XX secolo. In realtà, più che un commento vero e proprio, il Zilāl è un’esegesi esperienziale, un corpo a corpo con il testo che ha lo scopo non di contemplare «liricamente una meraviglia del passato, ma di tracciare la via pratica dell’utopia della umma di domani» (Olivier Carré). Attraverso un’immersione nell’esperienza della prima comunità musulmana, la “vita all’ombra del Corano” permette al musulmano di sottrarsi alle tenebre del paganesimo, quella jāhiliyya (ignoranza) tradizionalmente associata all’Arabia preislamica, ma che in Qutb diventa categoria sovra-storica in cui rientrano tutte le società non islamiche, passate e presenti.

 

 

L’itinerario di Qutb dalla critica letteraria alla militanza islamista è percorso in senso inverso da un altro grande protagonista degli studi coranici del ‘900: Nasr Hāmid Abū Zayd. Nato nel 1943 nel basso Egitto, all’età di 8 anni conosce già a memoria il Corano e, ancora bambino, aderisce ai Fratelli musulmani. Allontanatosi poi dall’islamismo, si dedica a partire dagli anni ’70 agli studi letterari, recuperando e sviluppando gli insegnamenti di Amīn al-Khūlī sull’analisi letteraria del Corano. Per Abū Zayd, che si accosta alla Scrittura utilizzando gli strumenti della linguistica, il testo sacro è innanzitutto un messaggio, e dunque una relazione comunicativa tra un mittente e un destinatario. E, come scrive in Mafhūm al-Nass (il concetto di testo), da cui è tratto il terzo brano dell’antologia, «poiché nel caso del Corano il mittente non può essere oggetto di studio scientifico, è naturale che la via d’accesso allo studio del testo coranico sia quella della realtà e della cultura». Il testo va dunque compreso innanzitutto a partire dal contesto linguistico e culturale in cui è stato rivelato. Ma, in quanto atto comunicativo, esso è anche continuamente soggetto all’interpretazione, mai assoluta e definitiva, di colui che lo riceve. Per queste posizioni Abū Zayd fu estromesso dall’università e condannato per apostasia, ciò che lo costrinse all’esilio in Olanda. Triste destino per uno studioso che pure non si voleva rivoluzionario e ripeteva di aver semplicemente messo a frutto la lezione di alcuni classici come al-Suyūtī e al-Zarakshī.

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Michele Brignone, Dopo tanti secoli, un Libro sempre nuovo, «Oasis», anno XII, n. 23, giugno 2016, pp. 105-106.

 

Riferimento al formato digitale:

Michele Brignone, Dopo tanti secoli, un Libro sempre nuovo, «Oasis» [online], pubblicato il 21 giugno 2016, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/dopo-tanti-secoli-un-libro-sempre-nuovo.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale