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Islam

La sharī‘a, via divina costruita dagli uomini

Il Libro sacro dei musulmani è un “libro-specchio”: i significati che l’esegeta promuove non sono nel testo, ma emergono dall’interazione tra il testo e la sua esperienza. Le norme giuridiche, anche quando trovano fondamento nei versetti, non sono derivate attraverso una semplice operazione di lettura. Lo dimostra ampiamente l’esempio del divieto del vino: il commentatore riorganizza il testo coranico dopo averlo ristrutturato e, appoggiandosi su dati esterni, ne propone un’interpretazione.

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Per capire bene l’esegesi giuridica del Corano1 occorre partire dalla presentazione della nozione classica di sharī‘a, la “legge islamica”. Non ci riferiamo qui alla concezione coranica della Legge, bensì all’idea singolare formulata dai giuristi nel corso del IX secolo e che nei secoli successivi sarebbe diventata egemonica. In tal modo si capisce che sarebbe anacronistico parlare di sharī‘a prima del IX secolo. Certo, fin dai suoi albori, l’Islam aderisce all’idea di una legge divina rivelata, ma il concetto di sharī‘a è una manifestazione particolare di quest’idea.

 

 

1Il termine arabo tafsīr designa esclusivamente l’esegesi del Corano. Quando si tratta dell’esegesi della Sunna si parla di sharh, spiegazione.

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