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Religione e società

E se proviamo a parlare di connessioni?

 

 

 

Autore: AMSELLE J.-L.

 

Titolo originale:
Branchements. Anthropologie de l'universalité des cultures

 

Editore: Flammarion, Paris 2001

 

Traduzione it.:
Connessioni. Antropologia dell'universalità delle culture

 

Editore:
Bollati Boringhieri, Torino 2001

 

 

 

Come il precedente Logiche meticce, anche Branchements nasce da un lavoro sul campo, condotto nelle capitali di tre paesi africani: Bamako nel Mali, Il Cairo in Egitto e Conakry in Guinea. Il filo conduttore di questo nuovo lavoro, come spiega Amselle, «riguarda la tematica della "connessione": in tal modo ci si è voluti allontanare da quella del "meticciato", la nostra problematica precedente, che ci sembra oggi troppo segnata dalla biologia» (p. 7). Questo allontanamento, a sentire Amselle, non sembra solo una questione terminologica: «ricorrendo alla metafora elettrica o informatica della connessione, cioè a quella di una derivazione di significati particolaristici rispetto a una rete di significati planetari, si prendono le distanze dall'approccio che consiste nel vedere nel nostro mondo globalizzato il prodotto di una mescolanza di culture viste a loro volta come universi chiusi, e si riesce a mettere al centro della riflessione l'idea di triangolazione, cioè di ricorso a un terzo elemento per fondare la propria identità» (p. 7).

 

 

Lo scopo di questo libro è dunque provare a sostenere la scommessa dell'interculturalità in un modo più convincente di quanto fosse possibile utilizzando la metafora del meticciato: quest'ultima, secondo Amselle, correva il rischio di avvicinarsi al mito di Babele, secondo cui l'incomunicabilità tra gli uomini nasce precisamente dalla mescolanza caotica delle lingue generata dalla giustapposizione delle diverse comunità umane. Al contrario, la metafora della connessione sembra obbedire ad uno schema babelico capovolto: «nello schema della connessione, è proprio l'interconnessione la condizione di esistenza della comunicazione interculturale».

 

L'idea di Amselle non è cambiata: non c'è cultura senza culture e questo vale per tutte le epoche. La novità, rispetto a Logiche meticce, è nella particolare prudenza usata per non cadere in un pericoloso equivoco: facendo del fenomeno di mobilità generalizzata delle culture (traveling cultures) un processo di omogeneizzazione di segmenti sparsi, l'idea di meticciato «tradisce la sua appartenenza a una problematica biologica che rappresenta l'equivalente di quello che, sul piano economico, costituisce la teoria della globalizzazione» (p. 21). In altri termini, Amselle sembra essersi reso conto che l'affrettato elogio che oggi viene fatto del meticciato «corrisponde a una concezione poligenistica del popolamento umano nella quale le diverse specie sarebbero oggetto di un lavoro permanente di incrocio e di ibridazione» (p. 21). Al contrario, se proprio si vuole parlare di meticciato, bisogna abbandonare l'idea di mescolanza come omogeneizzazione e ibridazione, postulando «che ogni società è meticciata e quindi che il meticciato è il prodotto di entità già mescolate, che rinviano all'infinito l'idea di una purezza originaria» (p. 21).

 

 

Ora, questa idea che l'origine di una cultura sia già in se stessa una connessione, cioè qualcosa che non è possibile fissare e catalogare, rappresenta per Amselle la premessa teorica per sostenere un'antropologia dell'universalità delle culture: i particolarismi locali, infatti, lungi dal restare isolati in una relativistica incommensurabilità, «si iscrivono sempre nel quadro di un sistema più ampio, che dà loro un senso» (p. 46). Lo si capisce studiando, ad esempio, i fenomeni di globalizzazione religiosa e linguistica avvenuti in Africa: «a una dominazione arabo-musulmana che ha indotto la naturalizzazione e l'indigenizzazione dei significanti universali nelle lingue locali, corrisponde una dominazione occidentale-cristiana che, a sua volta, si è manifestata mediante la traduzione del significante planetario cristiano nei diversi idiomi culturali africani» (p. 58).

 

 

Proprio questa compenetrazione/connessione è la dimostrazione, secondo Amselle, che le grandi religioni sono «universi particolarizzabili» e che «l'universalismo, lungi dal contrastare la manifestazione delle differenze è, al contrario, il mezzo privilegiato della loro espressione (p. 46). Resta solo un dubbio: è proprio vero - come sembra sostenere Amselle - che l'universale è solo il "planetario"? In altri termini, se certamente si danno significanti universali nel senso di estesi alla globalità del pianeta, è possibile affermare che esistono anche significati universali, il cui valore non dipende dalla loro pur necessaria declinazione empirica (storico-geografica), ma dalla qualità antropologica che sono in grado di veicolare?

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