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Focus attualità

Hanno vinto i talebani. E ora?

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 03/09/2021 16:27:13

Il 15 agosto i talebani hanno fatto il loro ingresso a Kabul, gettando la capitale nel caos e dando il via a una precipitosa fuga sia del personale occidentale che di molti afghani. Il ponte aereo per l’evacuazione è durato fino al 30 agosto e la scena già drammatica di quei quindici giorni è stata macchiata da un sanguinoso attentato da parte dell’affiliato locale di Isis, a cui è seguita una risposta americana che probabilmente ha ucciso anche una famiglia.

 

Oggi, mentre i talebani attaccano l’ultima resistenza nella valle del Panshir (guidata dal figlio dello storico leader Ahmad Shah Massoud), è atteso il varo del nuovo governo afghano. Secondo il Washington Post Haibatullah Akhundzada dovrebbe ricoprire la carica di “guida suprema” mentre Abdul Ghani Baradar dovrebbe ottenere la carica di presidente.

 

In questa puntata del Focus attualità sintetizziamo quanto accaduto in Afghanistan ad agosto e passiamo in rassegna alcune delle chiavi di lettura proposte dai media internazionale per comprendere il significato di quanto avviene sia per l’Afghanistan che per il contesto regionale e internazionale.

 

Come si evince dalle cronache degli ultimi giorni (Le Monde per esempio), nel caos della ritirata occidentale una cosa è emersa in maniera piuttosto chiara: la collaborazione tra Stati Uniti e talebani. «Abbiamo delle liste che ci hanno fornito gli americani […] Se il vostro nome è sulla lista, potete passare» e raggiungere l’aeroporto, ha affermato un responsabile talebano all’AFP (citato qui da France24).

 

L’opinione di Le Monde è che la scelta di molti afghani di lasciare il Paese imbarazzi i talebani, ed è per questo che i dirigenti islamisti riuniti a Kandahar hanno annunciato che vareranno un governo “inclusivo”. Tuttavia, sottolinea sempre il quotidiano francese, i talebani son divisi al loro interno in diverse correnti. La prima ha appunto la sua base a Kandahar, e incarna la linea dura, ostile alle aperture alle altre forze politiche afgane. La seconda è invece guidata dal mullah Abdul Ghani Baradar, capo dell’area politica dei talebani e attore principale dell’accordo di Doha del 2020, che al contrario è favorevole ad aperture anche nei confronti di Hamid Karzai, Abdullah Abdullah e persino a incontrare il figlio di Ahmad Massoud (qui intervistato da Foreign policy). Non è forse un caso che Baradar sia stato liberato nel 2018 dal Pakistan grazie anche all’intervento dell’inviato americano, Zalmay Khalilzad. La terza corrente, infine, è rappresentata dalla rete Haqqani, situata principalmente lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan: temuti combattenti islamisti ma anche pragmatici “businessmen” che hanno interesse affinché che il Paese rimanga aperto alle rotte commerciali.

 

Talebani divisi, dunque? Non proprio. L’esistenza di fazioni al loro interno non deve indurre a prospettare la frammentazione del movimento degli studenti, una falsa aspettativa che peraltro ha guidato per anni l’esercito americano. Certo, il gruppo non è omogeneo, ci sono diverse (e vaghe) idee su quale forma di Stato dovrà assumere l’Afghanistan, e, come ha scritto l’analista Ashley Jackson sul Washington Post, «i leader [talebani] hanno dovuto soddisfare comandanti e combattenti con interessi e punti di vista diversi […] e il passaggio dall’insurrezione al governo di un Paese può ulteriormente esacerbare le linee di faglia esistenti». Tuttavia, proprio quando più contava (come dopo la morte del mullah Omar) e quando la pressione su di loro era maggiore, i talebani hanno dato prova di essere un’organizzazione coesa e disciplinata.

 

Uno dei membri della rete Haqqani, il ventisettenne Anas, che a dispetto dell’età ricopre un ruolo importante nell’organizzazione terroristica, è stato intervistato da Newlines Magazine e conferma la scelta di partecipare ai colloqui di Doha proprio in quest’ottica: «la nostra famiglia doveva essere presente per confutare le tesi secondo cui ci sia un network Haqqani, o che l’Emirato islamico [talebano] sia diviso in fazioni, o che noi operiamo indipendentemente da esso». Tra le altre cose Haqqani sintetizza il rifiuto dell’Occidente e plaude alla resistenza afghana: «negli anni recenti l’Occidente è stato predominante. Il mondo ha adottato non solo la cultura e il pensiero occidentale, ma anche il suo modo di vestirsi. Gli afghani sono un’eccezione. Siamo ancorati alla nostra cultura e al nostro abbigliamento».

 

Quali problemi devono ora fronteggiare i talebani “di governo”? Uno l’abbiamo purtroppo già visto: il rischio di essere “scavalcati” dai jihadisti “alla Isis”. Un altro è certamente la crisi economica. È anche (soprattutto?) alla luce di questa crisi incombente che si spiegano le dichiarazioni distensive della leadership talebana nei confronti degli altri afghani e dei Paesi stranieri, motivata probabilmente dalla necessità di accedere a qualche forma di sostegno economico internazionale. Governare non sarà un compito semplice: l’ONU ha dichiarato che la situazione della sicurezza alimentare è a livelli di crisi. Ma un’altra dinamica va sottolineata: molti impiegati statali hanno smesso di presentarsi sul posto di lavoro e questo pone a rischio anche servizi elementari come la fornitura di elettricità.

 

L’Afghanistan non ha sbocchi sul mare e dipende dalle importazioni, ma la maggior parte dei suoi confini è sigillata. La situazione economica è poi ulteriormente aggravata – come ricorda il Financial Times – dal fatto che ci sono circa 9 miliardi di riserve di valuta estera a congelati. Ma soprattutto i Paesi e gli enti donatori (Stati Uniti, FMI e Banca mondiale in testa) hanno smesso di fornire aiuti a Kabul, e questo pesa in maniera particolare su un Paese in cui «gli aiuti stranieri equivalgono a più del 40 percento del PIL». Quello che dovranno fronteggiare i talebani è «l’improvvisa fine di un’economia di guerra multimiliardaria», ha affermato Graeme Smith dell’International Crisis Group al quotidiano londinese.

 

La situazione, con i prezzi dei beni primari in forte ascesa, è di difficile soluzione e i tentativi talebani di mostrarsi pragmatici e dialoganti cozzano con una decisione presa in questi giorni: la nomina di Mohammad Idris, un veterano talebano senza particolari conoscenze economiche, a governatore della Banca Centrale. Una scelta che mostra che anche per i “nuovi” talebani l’ideologia e le logiche di appartenenza sono più importanti dell’esperienza e della competenza.

 

Il ritiro americano: cause e conseguenza

 

Joe Biden ha insistito nel definire “un successo” la ritirata americana dall’Afghanistan, necessaria soprattutto perché – ha affermato – l’alternativa era un’escalation della presenza statunitense. Dario Fabbri e Federico Petroni hanno spiegato la logica che ha guidato il ritiro «goffo e umiliante»: in primo luogo la scelta americana è quella di concentrarsi solamente sulle questioni strategiche, ovvero il contrasto all’ascesa cinese, e «la competizione tra Stati Uniti e Cina si decide in mare, non sulle alture dell’Hindu Kush». Inoltre, il costo in termini sia economici che umani della presenza americana a Kabul è uno degli elementi che ha alimentato il malcontento di una parte della popolazione americana nei confronti delle istituzioni di Washington. La speranza di Biden sarebbe quindi di avere anche benefici in termini di politica interna. Tuttavia, se da un lato le questioni di politica estera generalmente incidono poco sugli orientamenti dei cittadini comuni, dall’altro – scrive il sito conservatore Washington Examiner – non era di certo questo tipo di ritiro che si aspettavano anche i più favorevoli ad abbandonare Kabul. L’Istituto Montaigne ospita una riflessione dell’ex ambasciatore Michel Duclos, secondo il quale «nell’attuale configurazione di equilibrio di potenza, il ritiro americano dall’Afghanistan potrebbe finire per avere lo stesso effetto avuto dalla decisione di Obama nell’agosto 2013 di non intervenire in Siria: quella di incoraggiare i rivali degli Stati Uniti a sfruttare [a proprio vantaggio] l’occasione».

 

Ma forse uno degli obiettivi americani è proprio questo: coinvolgere nella gestione dell’Afghanistan le potenze regionali, e tra di esse in particolare la Cina. Sono gli stessi talebani a non fare mistero di volere la collaborazione di Pechino: poco prima della fase finale dell’offensiva il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva ricevuto una delegazione talebana, un incontro reso noto immediatamente e con tanto di foto a beneficio di chi dovesse intendere, mentre il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid in un’intervista a Repubblica ha ribadito che «Pechino ci aiuterà a ricostruire il Paese, sarà il nostro partner principale».

 

Il dilemma cinese

 

Ma cosa ci guadagna Xi Jinping da questa situazione «oltre alla prevedibile soddisfazione per l’imbarazzante scacco americano»?

La prima preoccupazione cinese è assicurarsi che l’instabilità dell’Afghanistan non si propaghi nella regione, oltrepassando il confine (circa 80 chilometri) tra Afghanistan e Xinjiang, e che i talebani recidano i legami con il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, gruppo terroristico che si è formato nello Xinjiang e responsabile degli attentati in Cina nel 2013 e 2014. Dopodiché, scrive Giorgio Cuscito sul “Bollettino Imperiale”, Pechino «vorrebbe espandere i suoi investimenti infrastrutturali in Afghanistan» (e ha cominciato a farlo da prima che i talebani riprendessero il potere) per spingere Kabul a «partecipare al corridoio infrastrutturale in costruzione tra il Xinjiang e il porto pakistano di Gwadar», un progetto dal valore stimato in 60 miliardi di dollari. Questo permetterebbe alla Cina di cooperare con il Pakistan per limitare l’influenza dell’India in Asia Centrale. C’è poi un interesse per le riserve di terre rare e litio, materiali «cruciali nella partita tecnologica con gli USA».

 

Quindi la Cina non vede l’ora di impegnarsi in Afghanistan? La risposta è ancora negativa. Come ha scritto Zha Daojiong (Università di Pechino) su China Files «la fine della presenza militare americana in Afghanistan non è realmente lo sviluppo rivoluzionario che alcuni descrivono per la Cina. L’Afghanistan è semplicemente un vicino che non se ne andrà. Complicazioni future non possono essere escluse, come del resto è sempre stato». Daniel S. Markey (Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies) è di un’altra opinione: «la Cina ora deve affrontare un enorme problema strategico proprio nel suo cortile», che metterà alla prova l’approccio economicista alla politica estera. Anche perché, come ha ricordato il Wall Street Journal, il ritiro americano dall’Afghanistan va letto proprio nell’ottica di destinare più risorse al contenimento della Cina. È per questo motivo che il ritiro americano, per quanto maldestro e mal gestito, non può essere etichettato come una sconfitta militare: al contrario, è una precisa scelta di policy, che preoccupa molti, sia a Pechino che a Mosca.

 

Qatar alla ribalta

 

Quanto avvenuto queste settimane in Afghanistan ha anche riportato alla ribalta il ruolo del Qatar. Come hanno scritto Steve Hendrix, Liz Sly e Kareem Fahim sul Washington Post, le relazioni di Doha con i talebani «riflettono l’affinità tra il piccolo Stato del Golfo Persico e gli islamisti e il suo desiderio di essere un mediatore politico [power brokers]». Il Qatar, ha affermato l’analista Cinzia Bianco, è contento di essere di nuovo importante ma è anche preoccupato per la sua immagine: l’accesso alle informazioni garantito ad Al-Jazeera durante l’ingresso dei talebani a Kabul ha reso evidente le entrature qatariote, utili anche per evacuare molte persone. Ma il rischio che corre Doha è essere percepita come troppo vicina ai talebani. Volente o nolente il Qatar potrebbe avere un ruolo insieme alla Turchia importante per rendere operativo l’aeroporto di Kabul, cruciale anche per l’arrivo degli aiuti umanitari. Non a caso Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ministro degli Esteri del Qatar, ha affermato di aver richiesto ai talebani di accettare l’assistenza straniera per la gestione dello scalo.

 

Approfondimento dalla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

 

Anche per la stampa araba il ritorno in scena dei talebani pone molti interrogativi sui nuovi equilibri geopolitici che andranno delineandosi nelle prossime settimane nel Medio Oriente allargato e sul significato che riveste per il mondo musulmano la nascita di un emirato islamico sunnita.

 

Se la stampa occidentale si divide sul significato del ritiro americano e le prospettive per l’Afghanistan, sui media arabi il dibattito è anche tra i (molti) che hanno condannato i talebani e i (pochi) che hanno esultato per la loro vittoria. In generale, i movimenti filo-islamisti hanno manifestato una certa soddisfazione per il nuovo corso afghano. Il capo di Hamas Ismail Haniyye si è congratulato con il mullah Abdul Ghani Baradar subito dopo la conquista talebana di Kabul, esponendo il suo movimento e più in generale i palestinesi a molte critiche.  

 

A questa presa di posizione ha risposto sul sito web al-Hurra (finanziato dagli Stati Uniti) Hussain ‘Abdul-Hussain, ricercatore presso la Fondazione per la difesa delle democrazie di Washington, che ha accusato i palestinesi di stare sempre dalla parte sbagliata della storia e deriso i movimenti islamisti, nelle due versioni sunnita e sciita, definendoli il “popolo delle vittorie” che vede nella “vittoria”, nella “liberazione dall’occupante” e nella creazione del “governo nazionale” l’obiettivo ultimo anziché il mezzo per raggiungere la crescita economica e garantire ai cittadini una vita dignitosa. Sarebbe questa la ragione per cui le esperienze di governo islamiste sarebbero tutte votate al fallimento. L’Afghanistan dei talebani, spiega il ricercatore, è destinato a subire la stessa sorte di Gaza governata da Hamas, con gli abitanti ridotti alla fame e alla povertà a causa del boicottaggio internazionale.

 

Gli sviluppi in Afghanistan interrogano anche il fronte sciita. Se ne è occupata tra gli altri la giornalista Randa Haidar sul quotidiano londinese al-Arabī al-Jadīd domandosi se la vittoria talebana sia anche una vittoria dell’«asse della resistenza in Libano», cioè di Hezbollah. La sua risposta è no, nonostante il partito filo-iraniano sfrutti la vittoria talebana per creare imbarazzo nei suoi avversari politici dimostrando loro come l’alleato americano sia inaffidabile e pronto in ogni momento ad abbandonarli, a differenza dell’Iran che resta fedele ai suoi alleati. Le valutazioni di Hezbollah, scrive la giornalista, sono però errate. A partire dal fatto che il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan non può essere considerato una sconfitta dell’America (e di riflesso una vittoria iraniana) perché era pianificato da molto tempo sulla base di un cambio di priorità della politica estera statunitense.

 

In definitiva, potrebbe nascere una sinergia tra i talebani e le forze filo-iraniane? Secondo Haidar è troppo presto per dirlo, se non altro perché i talebani in passato hanno sempre collaborato con al-Qaida. Da questa è nato l’Isis che, con la sua azione in tutto il Medio Oriente, ha più volte messo in difficoltà anche gli alleati dell’Iran (tra cui il presidente siriano Bashar al-Asad).  

 

L’ex direttore del quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat, ‘Abd al-Rahman al-Rashid, si è interrogato sulle ragioni per cui l’America ha fallito in Afghanistan e in Iraq mentre è riuscita a introdurre modelli di successo nella Corea del Sud, in Giappone, a Taiwan e soprattutto nell’Europa occidentale con il piano Marshall. Il fallimento viene attribuito a un’eccessiva attenzione per i dettagli militari a discapito del progetto politico nazionale, di fatto inesistente. Nei vent’anni di presenza americana, in Afghanistan non sarebbero mai emerse delle istituzioni locali motivate a combattere per il proprio Paese.

Un altro tema rilevante per il mondo arabo è quello dei rapporti tra la Turchia e i talebani. Il politologo palestinese esperto di questioni turche Sa‘id al-Hajj si è cimentato in alcune previsioni sul quotidiano filo-islamista ‘Arabī21.   

 

Oggi la Turchia, spiega al-Hajj, è divisa tra chi prende le distanze dal nuovo governo afghano e chi invece auspica un’alleanza tra Erdoğan e i talebani in nome del background intellettuale e religioso che unisce i due Paesi. In entrambi sono infatti molto radicati la scuola giuridica hanafita, la scuola teologica maturidita e l’Islam spirituale sufi. Questa comunanza tuttavia non deve trarre in inganno perché su altri aspetti, quelli politici in primis, i due Paesi si collocano su posizioni piuttosto distanti, ricorda il politologo. Tre elementi in particolare, nel lungo periodo, potrebbero pesare sui rapporti tra i due Paesi: il diverso modello di governo – un emirato islamico quello dei talebani, un partito politico al potere l’AKP –, l’appartenenza della Turchia alla Nato sotto la cui egida si sono svolte le operazioni in Afghanistan in questi due decenni, e infine le relazioni della Turchia con alcune componenti afghane appartenenti all’etnia turca (uzbeki, tagiki e turkmeni) e considerate nemiche dai talebani. 

Comunque sia, spiega al-Hajj, il dialogo con Kabul sarebbe auspicabile per almeno tre ragioni: il pragmatismo politico, che impone di incontrare un nuovo attore politico, la necessità per entrambi i Paesi di creare delle partnership economiche e il bisogno di Ankara di uscire dall’ombra geopolitica.

 

Oltre che sulle questioni politiche e geopolitiche, il mondo arabo si è interrogato anche sulla specificità del modello religioso talebano. Su al-Sharq al-Awsat l’intellettuale saudita Tawfiq al-Sayf s’interroga sulla forma di governo che i talebani vorranno dare al loro Paese e sul significato di un “emirato islamico”. In che cosa consista esattamente questo emirato non è chiaro perché oggi non esistono sistemi simili con cui fare un confronto. In ogni caso, spiega il giornalista, al di là del nome con cui lo si voglia definire, l’«emirato» non potrà che assumere la forma di uno Stato-nazione, l’unico modello compatibile con il quadro giuridico internazionale che regola i rapporti tra le nazioni.

 

Su Asās Mīdyā l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid ha definito i talebani «una nuova calamità» nel panorama islamico, prodotto dell’intelligence pakistana. Più vicini all’Islam tradizionale che all’ideologia jihadista o islamista (intendendo, in questo ultimo caso, la Jamaat-e-Islami del Pakistan e i Fratelli musulmani sostenuti dal Qatar), dai gruppi dell’Islam politico i talebani avrebbero comunque preso in prestito l’idea di “governo della sharia”, “emirato” e “califfato”. L’Islam tradizionale, spiega al-Sayyid, non prevede infatti né la creazione di Stati religiosi né il ricorso alla violenza in nome della religione.

                               

In breve

 

Il presidente tunisino Kais Saied ha prorogato la sospensione del Parlamento fino a nuovo ordine, scrive Reuters. I tunisini sembrano sostenere ancora le misure di Saied, che vanno in direzione opposta alla democrazia, e per questo Nate Grubman sul Washington Post si chiede se la democrazia sia ancora un loro desiderio. Il professor Mohamed Kerrou su The Conversation ipotizza invece per la Tunisia un sistema di “bonapartismo liberale”.

 

Rappresentanti di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Qatar e Turchia si sono riuniti a Baghdad. L’iniziativa promossa dall’Iraq, si legge su Reuters, è da considerarsi un successo perché è riuscita a mettere al tavolo nazioni rivali.

 

Il presidente turco Erdoğan ha avuto una conversazione telefonica con i Mohammed bin Zayed, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti. La telefonata, che ha messo a tema i rapporti bilaterali tra Abu Dhabi e Ankara, arriva a circa una settimana di distanza tra l’incontro tra Erdogan e il consigliere per la sicurezza nazionale emiratino Tahnoun bin Zayed al-Nahyan.

 

Il 24 agosto il ministro degli Esteri algerino ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, accusato di continuare a commettere azioni ostili verso il Paese vicino. Le relazioni tra i due Paesi, tradizionalmente difficili, erano peggiorate negli ultimi mesi per diverse ragioni, tra cui la questione del Sahara occidentale (Le Monde).   

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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