Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 06/06/2022 09:29:13

Oltre alla guerra in Ucraina e alla situazione economica, nella campagna elettorale francese hanno avuto un peso significativo anche temi come l’identità, la laicità della Repubblica, l’immigrazione e la presenza dell’Islam. Se n’è parlato molto nei mesi precedenti al voto e da ultimo anche nel dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen di questa settimana.

 

Il presidente francese uscente è stato fortemente criticato da più parti per il suo approccio nei confronti dell’Islam, che ha trovato espressione nella cosiddetta «legge sul separatismo». Mentre la sinistra lo ha accusato di discriminare i musulmani, Marine Le Pen (anche nel corso del dibattito) ne ha denunciato l’inefficacia nel contrastare le derive estremiste. Macron ha risposto attaccando Marine Le Pen proprio per le sue posizioni anti-Islamiche, criticando in particolare la sua intenzione di vietare alle donne musulmane di indossare l’hijab negli spazi pubblici. Una proposta che Marine Le Pen ha rivendicato con forza in diretta televisiva: «sono per la proibizione del velo nello spazio pubblico. Lo dico nella maniera più chiara». Il velo – ha inoltre affermato qualche giorno prima la candidata – non sarebbe infatti un simbolo religioso, bensì un simbolo di un’ideologia – l’islamismo – che vuole «imporre la sharia» in Francia. Una proposta definita «senza alcun senso» dal leader di En Marche, che ritiene potrebbe provocare una «guerra civile» in Francia.

 

Ma per chi hanno votato e voteranno i musulmani francesi? Alla luce di quanto abbiamo scritto finora è facile dire che certamente non hanno votato per questi due candidati. E infatti, come riporta La-Croix, al primo turno il 69% degli elettori musulmani francesi avrebbe espresso la sua preferenza per il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon, che ha beneficiato «del sostegno di certe voci influenti della comunità musulmana francese, appartenenti alle correnti dell’Islam politico, comprese le più rigoriste». Un candidato definito «il meno peggio» da alcuni pensatori, tra cui Hani Ramadan che, a differenza del più famoso fratello Tariq, ha condiviso l’endorsment a Mélenchon. Su una cosa, infatti, madame Le Pen ha già vinto: la sua ingombrante presenza ha spinto il candidato centrista Macron ad adottare politiche (come la legge sul separatismo) sempre meno di centro e sempre più di destra. A questo proposito, Rayan Freschi ha scritto su Middle East Eye che chiunque vincerà porterà avanti un’agenda sostanzialmente islamofobica. Non è molto dissimile la posizione di Zouhairr Ech Chetouani, un musulmano francese intervistato dal Financial Times. Chetouani nel 2017 aveva partecipato alla campagna per Macron, ma ora afferma che «era un sogno quando è stato eletto e si è trasformato in un incubo. Non penso che Le Pen sarebbe peggio».

 

Ciononostante, vi è una parte di comunità islamica francese, quella più istituzionale, che si spende per la rielezione di Macron. È il caso della Grande Moschea di Parigi, che ha organizzato un iftar «a sostegno della rielezione del signor presidente della Repubblica Emmanuel Macron», per citare direttamente le parole del rettore della moschea, Chems-Eddine Hafiz. Hafiz ha invitato i fedeli musulmani a votare per il candidato uscente, aggiungendo che l’astensione o la scheda bianca «rafforzerebbero l’estrema destra». È precisamente su questo punto che Macron ha insistito ieri visitando il quartiere popolare di Saint-Denis, dove ha cercato di guadagnarsi i voti dei musulmani che al primo turno hanno votato per la sinistra.

 

Curiosamente, l’evento organizzato dalla moschea di Parigi ha sollevato qualche critica proprio sulla base della legge sul separatismo voluta da Macron, che rafforza il divieto – già previsto dalla legge del 1905 – di tenere eventi di carattere politico in luoghi destinati al culto. Fatta la legge, trovato l’inganno: l’evento si è svolto nel ristorante della moschea, che formalmente non rientra tra gli spazi riservati al culto.

 

La guerra in Ucraina scava solchi

 

La guerra in Ucraina scava solchi non solo tra le parti direttamente in causa, ma anche tra i Paesi che più o meno direttamente, volenti o nolenti, vi sono coinvolti. I rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita sono tra quelli messi più alla prova. Secondo il Wall Street Journal, le relazioni tra Washington e Riyad sono «al punto più basso da decenni», soprattutto per via della decisione saudita di non schierarsi apertamente contro l’invasione russa e di non aumentare la produzione di petrolio come richiesto dagli Stati Uniti. A ciò si aggiunge l’insoddisfazione reciproca per come sono gestiti alcuni dossier, dall’assassinio di Jamal Khashoggi, al nucleare iraniano, passando per la posizione nei confronti degli houthi yemeniti. Inoltre, stando a quanto sostenuto ancora dal quotidiano newyorchese, il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman si aspetta che Washington, dopo aver sostenuto il rivale Muhammad bin Nayef, riconosca la legittimità della sua pretesa al trono. Come? Fino a «pochi mesi fa, una telefonata sarebbe stata sufficiente. Ora, i funzionari sauditi dubitano che persino una visita di Stato sia abbastanza». Dopo la pubblicazione dell’articolo, sia Riyad che Washington ne hanno smentito la ricostruzione secondo cui le relazioni tra i due Paesi sarebbero vicine a un punto di rottura. Secondo l’ambasciata saudita negli Stati Uniti, le relazioni tra i due Paesi sono «storiche e rimangono forti», mentre l’affermazione secondo cui MbS vorrebbe il beneplacito di Biden per la sua ascesa al trono sarebbe «senza senso». Anche Adrianne Watson, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha riaffermato l’impegno degli Stati Uniti a garantire la difesa del Regno saudita e ha ricordato i «successi diplomatici» delle ultime settimane.

 

Altri Paesi stanno invece cercando di capitalizzare sulla necessità europea di trovare risorse energetiche con cui affrancarsi dalla dipendenza dalla Russia. È certamente il caso del Qatar, che tra l’altro ha appena inaugurato un consiglio congiunto con l’Arabia Saudita per lo sviluppo delle relazioni economiche. Come ha riportato Bloomberg, il piccolo emirato sta valutando l’ulteriore espansione della sua capacità di esportazione di gas naturale liquefatto (già prevista in aumento del 60% entro il 2027). Un altro Paese a cui guarda l’Europa per diminuire la dipendenza dalla Russia è l’Algeria, dove si è recato anche il presidente del Consiglio Mario Draghi. Questo potrebbe addirittura essere «il momento dell’Algeria», scrive il Financial Times, che però avverte: in realtà «l’Algeria non ha gas aggiuntivo da rendere disponibile velocemente», soprattutto a causa di anni di mancati investimenti.

 

Da quando gli idrocarburi hanno iniziato a garantire cospicue rendite ai Paesi produttori di Medio Oriente e Nord Africa si è creato un divario notevole tra i possessori di risorse naturali e coloro che invece sono costretti a fare affidamento sulle importazioni. Oggi però questo gap tende ad aumentare considerevolmente: i Paesi produttori – che riescano o meno ad aumentare la loro produzione – beneficiano infatti dell’aumento dei prezzi e della domanda da parte degli Stati europei; al contrario, i Paesi mediorientali che non hanno risorse energetiche proprie, subiscono l’aumento dei prezzi di gas e petrolio, che si somma a quello delle materie prime alimentari. Gli aumenti – ha scritto al-Monitor – potrebbero causare rivolte e proteste, e se i governi cercheranno di neutralizzarli attraverso i sussidi, ciò causerà un ulteriore stress fiscale e la riduzione della spesa in altri ambiti, come il welfare o i progetti di investimento.

 

Scontri ad Al-Aqsa. Chi beneficerebbe di una nuova escalation?

 

Nelle ultime settimane la tensione e le violenze tra israeliani e palestinesi hanno continuato ad aumentare. A partire dal 22 marzo si sono verificati una serie di attentati in Israele che hanno provocato 14 morti, mentre il 15 aprile sono cominciati nuovi scontri tra la polizia israeliana e i palestinesi nel complesso di Al-Aqsa. Un articolo dell’Associated Press fa ordine sulla successione degli eventi, che lunedì hanno subito un’accelerata: un razzo è partito da Gaza verso Israele, che ha risposto con un attacco aereo. Sebbene le autorità israeliane abbiano cercato di ridurne il potenziale provocatorio, vietando al politico di estrema destra Itamar Ben-Gvir di parteciparvi, mercoledì un corteo di ebrei ultranazionalisti ha sfilato per la città vecchia di Gerusalemme con le bandiere di Israele. Ieri nuovi razzi dalla Striscia, seguiti da attacchi aerei israeliani. Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, ha attaccato Israele e affermato che «ciò che i coloni stanno facendo ad Al-Aqsa porterà a un confronto diretto», mentre il ministro degli esteri giordano Ayman Safadi ha reso noti gli sforzi di Amman per raffreddare la situazione. Ma ha anche detto che «la mancanza di un orizzonte politico pone una minaccia considerevole». Gli scontri hanno coinvolto Al-Aqsa in quanto luogo simbolo per eccellenza del nazionalismo palestinese, scrive Anshel Pfeffer su Haaretz, ma come avvenuto nel caso della guerra dell’anno scorso, le motivazioni degli scontri vanno rintracciate altrove. Se nel 2021 aveva pesato la necessità di Hamas di affermare la sua posizione a discapito dell’ANP (che aveva rinviato le elezioni palestinesi), quest’anno a beneficiare di un’escalation sarebbero l’organizzazione filoiraniana del Jihad Islamico Palestinese e l’ultradestra israeliana di Netanyahu. Per ora tuttavia, scrive Pfeffer, né il governo Bennett né Hamas sembrano volergli dare questa soddisfazione. Haaretz ha espresso gli stessi argomenti in un editoriale a firma della redazione: «il problema è che alcune persone in Israele vogliono una seconda operazione “Guardian of the Walls”». È per questo – si legge – che vengono organizzate parate come la Marcia della Bandiera, definita «una manifestazione aggressiva di suprematismo ebraico il cui scopo è incitare, provocare litigi e conflitti e mettere a fuoco Gerusalemme, Israele e se possibile l’intero Medio Oriente».

 

Gli scontri avvengono in una situazione di grande incertezza per il governo israeliano, che recentemente ha perso la maggioranza alla Knesset. Inoltre questa settimana si è riunito il consiglio della Shura, l’organo “religioso” del partito arabo al governo Ra’am. A seguito di questo incontro il partito ha “congelato” la sua partecipazione alla coalizione di maggioranza, decidendo di non partecipare alle votazioni e alle attività del parlamento israeliano, le cui attività sono però sospese fino all’8 maggio, indipendentemente dalle scelte del partito arabo.

 

Lo Stato Islamico torna a colpire in Afghanistan

 

In Afghanistan è tornato a colpire lo Stato Islamico, che ha attaccato una scuola in un quartiere di Kabul abitato dalla minoranza hazara sciita. L’attentato ha provocato la morte di almeno sei persone e il ferimento di 34. Razia, una giovane hazara di Kabul ha rilasciato una dichiarazione al Wall Street Journal: «Noi hazara abbiamo una grande domanda per i Talebani: perché le scuole, le sale per i matrimoni, gli ospedali e i centri educativi sono attaccati solo nelle zone degli hazara?». La una domanda da un lato evidenzia l’incapacità dei Talebani di mantenere la sicurezza nel Paese, ma dall’altro suggerisce che il gruppo islamista non sia così preoccupato finché gli attacchi prendono di mira questa minoranza. Il rischio per gli hazara non è soltanto quello di cadere vittime degli attentati, ma far perdere a un’intera generazione l’accesso all’istruzione. Lo si capisce leggendo un’altra dichiarazione di Razia: «dopo questo attacco ho deciso di non mandare più nessuno dei miei figli o dei miei fratelli a scuola, perché non abbiamo l’energia per sopportare altre perdite tra i nostri cari». Secondo una lunga analisi pubblicata da Newlines Magazine lo Stato Islamico in Afghanistan non è forte come un tempo. Ciò nondimeno, esso pone una minaccia seria ai Talebani. Abdul Basit, reserch fellow alla Scuola di Studi internazionali di Singapore, ha espresso un concetto simile: «lo Stato Islamico non è una minaccia esistenziale per i Talebani. Non sono in grado di conquistare nessuna area. Ma scalfiranno l’idea dei Talebani di aver portato la pace in Afghanistan».

 

E non c’è solo la provincia locale dello Stato Islamico a provocare instabilità nell’area. Come ha scritto infatti Lynne O’Donnell su Foreign Policy, in Afghanistan sono tornate attive organizzazioni come al-Qaeda, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, Tehrik-i-Taliban Pakistan e Lashkar-e-Taiba: «l’Afghanistan si è ripreso la corona di centrale del terrore».

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Quale ruolo per la Turchia in Medio Oriente?

 

Dopo aver riallacciato i rapporti con l’Egitto e con gli Emirati, nelle ultime settimane la Turchia ha riaperto i canali diplomatici con Israele. La visita del presidente israeliano Isaac Herzog ad Ankara ha stimolato la riflessione dei media arabi sul riposizionamento della Turchia nello scacchiere geopolitico internazionale.

Su al-Jazeera, iI politologo turco Jalal Salmi ha definito il nuovo rapporto tra i due Paesi un «matrimonio d’interesse», da cui la Turchia ha molto da guadagnare. Una normalizzazione con Israele consentirebbe infatti alla Turchia di a) ridurre il suo isolamento regionale; b) riavvicinarsi all’Occidente, godendo in particolare del sostegno degli Stati Uniti e del Regno Unito; c) cooperare con Tel Aviv in settori chiave come quello del commercio, dell’energia, della difesa e dei servizi di sicurezza; c) svolgere il ruolo di mediatore nella questione palestinese.

 

A rendere possibile il riavvicinamento tra i due Paesi, ha scritto Salmi, è stato l’approccio più equo ed equilibrato adottato dall’amministrazione Biden sulla questione israelo-palestinese, la formazione in Israele di un governo più moderato rispetto a quello di Netanyahu, la crisi economica che imperversa in Turchia e rende necessario ricucire le relazioni con i Paesi più prosperi della regione, e la necessità di far fronte comune contro la potenziale crescita dell’influenza iraniana: «l’Iran è vicino a poter produrre armi nucleari […], oltre al fatto che la firma di un nuovo accordo nucleare significa il suo ritorno sul mercato energetico» con il beneplacito di Washington, che dallo scoppio della guerra in Ucraina considera le fonti energetiche iraniane una valida alternativa a quelle russe. Per Ankara coltivare i rapporti diplomatici è dunque una necessità.

 

Il nuovo corso inaugurato da Erdoğan è stato paragonato dal politico siriano curdo ‘Abd al-Basit Sida alla politica degli “zero problemi con i vicini”, adottata vent’anni fa da Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri e primo ministro di Erdoğan, poi diventato suo rivale. La Turchia, ha scritto Sida, «in virtù dell’influenza che esercita in Siria, Iraq e Libia può svolgere un ruolo positivo nel placare la situazione e favorire la stabilità regionale. Ma questo passo non è fattibile né efficace senza un coordinamento con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, che, per il suo peso arabo, islamico e internazionale, rimane l’attore più influente nel controllo degli equilibri regionali». Tuttavia, ha concluso Sida, per raggiungere la stabilità della regione normalizzare le relazioni tra i Paesi non è sufficiente, ma occorre affrontare la questione palestinese e la questione curda (quest’ultima riguarda tra i 20 e i 25 milioni di cittadini che vivono nel sud-est della Turchia).

 

Su ‘Arabī21 Said El-Haj è restio a definire il percorso che vede impegnata la Turchia come politica degli “zero problemi”. Quel modello, spiega, è stato adottato in Turchia dal 2002 al 2011, anno in cui sono scoppiate le rivoluzioni e «la regione è passata da ‘zero problemi’ a ‘zero calma’». Dopo essere stata isolata per diversi anni a causa delle sue posizioni sulle Primavere arabe, la Turchia – ha spiegato El-Haj – ha tentato di uscire dall’angolo nel 2016 lanciando lo slogan “più amici, meno avversari”, un percorso che però non ha avuto esito positivo. Oggi invece la Turchia sembra riuscire nel suo intento, anche se la politica estera adottata da Erdoğan differisce dal vecchio approccio di Davutoğlu «in termini di motivazioni, premesse, clima regionale e metodo, ciò che lascia presagire che anche i risultati potrebbero essere diversi». Quella degli “zero problemi” «era una strategia e una politica ben definita, fondata su precedenti e chiare teorizzazioni, mentre il percorso attuale sembra più vicino a una tattica temporanea guidata da contesti e sviluppi locali, regionali e internazionali». Inoltre, anche il contesto regionale è molto cambiato: oggi il Medio Oriente è molto polarizzato, a differenza del passato quando la Turchia aveva buoni rapporti con diversi Stati senza necessariamente impegnarsi in assi geopolitici.

 

La Svezia nell’occhio del ciclone

 

È notizia di pochi giorni fa la provocazione del politico svedese di estrema destra Rasmus Paludan, che ha minacciato di dare alle fiamme copie del Corano, scatenando le proteste dei musulmani in molte città del Paese (i musulmani in Svezia costituiscono l’8% della popolazione). L’atto di profanazione sarebbe dovuto avvenire durante una manifestazione organizzata dal movimento anti-islamico “Stram Kurs” di cui Paludan è capo, nella città di Norrköping. L’evento è stato annullato all’ultimo a causa degli scontri tra i musulmani scesi in piazza a manifestare contro i militanti di estrema destra e le forze di polizia svedesi. La vicenda ha indignato il mondo islamico, molti dei cui leader hanno condannato la provocazione di Paludan. Lo stesso hanno fatto diversi giornalisti.

 

Per al-Quds al-Arabī bruciare il Corano è «espressione di un fallimento politico e morale di fronte ai gruppi estremisti ostili agli stranieri, ai musulmani e all’Islam. Il miglior modo per rispondere a questi fenomeni vergognosi sono la prudenza, la consapevolezza, il rispetto delle leggi e l’apertura alla società». Al-Quds ha da un lato elogiato i musulmani svedesi, che hanno esercitato il loro diritto a manifestare contro queste provocazioni, dall’altro ha condannato il governo svedese, che consente a personaggi come Paludan di compiere gesti sacrileghi e altamente provocatori nei quartieri musulmani delle città svedesi in nome della libertà di espressione.    

 

Secondo il quotidiano emiratino al-‘Ayn, la vicenda svedese è paradossale e mette in luce «molte mancanze delle democrazie occidentali, che non si sono curate del rispetto per le religioni e dei simboli religiosi cosicché in Svezia bruciare la bandiera di un Paese è considerato un crimine, mentre è consentito bruciare il Corano ».

 

Il punto del vice-muftì ucraino sui musulmani in Ucraina

 

Rimanendo ancora in Europa, segnaliamo infine un’intervista al vice-mufti dell’Ucraina Murat Suleymanov realizzata dal quotidiano ‘Arabī21. Suleymanov ha parlato di 100.000 musulmani ucraini sfollati, la maggior parte dei quali rifugiati nelle città occidentali dell’Ucraina, nei Paesi europei o in Turchia, e ha definito il sostegno offerto a Putin da alcuni Paesi islamici «una grande sedizione»: questi Paesi sarebbero rimasti vittime della propaganda russa secondo la quale l’America vuole distruggere tutto ed è nemica del mondo arabo. Suleymanov ritiene inoltre che le autorità islamiche russe siano contrarie alla guerra, ma non lo possano dichiarare per timore del potere tirannico del presidente russo, e ha tenuto a specificare che il governo ucraino non ha mai chiesto al muftì dell’Ucraina di emettere fatwe o rilasciare dichiarazioni di condanna contro l’aggressione russa.

 

In breve

 

Kemal Kilicdaroglu, a capo del partito più grande tra quelli che compongono l’opposizione al presidente Erdogan, sta preparando la prossima campagna elettorale invocando un ritorno alle politiche economiche “tradizionali” (Wall Street Journal).

 

Un report congiunto pubblicato da Amnesty International e Human Rights Watch conferma in maniera inequivocabile la brutalità delle azioni compiute contro i tigrini dalle forze etiopi di Abiy Ahmed (The Economist).

 

A un anno dalla morte di Idriss Deby Itno, la giunta militare al potere in Ciad (presieduta dal figlio) non sembra avere alcuna intenzione di avviare la transizione del potere verso i civili (Deutsche Welle).

 

L’Oman si appresta a introdurre per la prima volta una tassa sul reddito nel 2023 (Al-Monitor).

 

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