Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 24/06/2022 17:14:28

Questa settimana il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman ha effettuato un “tour diplomatico” in Medio Oriente: lunedì era al Cairo, martedì ad Amman e mercoledì ha fatto tappa in Turchia. Le visite di MbS precedono l’attesissimo viaggio di Joe Biden nella regione e mirano tanto a individuare una posizione comune tra Arabia Saudita, Giordania e Turchia sulle questioni più rilevanti (a cominciare dall’Iran) prima dell’arrivo del presidente americano, quanto a rafforzare l’immagine di Riyad al centro della rete diplomatica dell’area.

 

Come ha ricordato al-Jazeera, la relazione tra Giordania e Arabia Saudita si è incrinata durante l’amministrazione Trump, con Amman che ha visto il suo ruolo storico di mediazione tra israeliani, palestinesi e gli altri Paesi arabi messo da parte in favore della relazione privilegiata tra la Casa Bianca e la Corte saudita. A ciò si aggiungono le voci dei legami con l’Arabia Saudita degli autori del tentato colpo di Stato in Giordania, ciò che naturalmente non ha favorito le buone relazioni tra i due Paesi. Oggi però la speranza di Re Abdallah II è soprattutto riuscire a ottenere aiuti e investimenti economici da parte di Riyad, per migliorare la delicata situazione economica del Paese, alle prese con disfunzionalità diffuse, con gli effetti della guerra in Ucraina e gli strascichi della pandemia. Secondo il politologo giordano Khaled Shneikat, l’Arabia Saudita potrebbe investire in Giordania in ambito energetico e nella costruzione di una moderna ferrovia che colleghi la città di Aqaba sul Mar Rosso alla futuristica Neom, simbolo dei progetti di sviluppo di bin Salman. In generale Riyad riconosce un valore nella stabilità giordana, necessaria affinché Amman continui a essere un cuscinetto tra il Regno da un lato e la Siria e Israele dall’altro.

 

Il piatto forte del viaggio di MbS è stato però la tappa in Turchia. Erdoğan era stato accolto in Arabia Saudita ad aprile, e ora il principe saudita ha ricambiato la cortesia. L’incontro tra il presidente turco e il principe saudita suggella la fine della disputa sorta in seguito all’omicidio di Jamal Khashoggi, avvenuto in un consolato saudita di Istanbul, e che Erdoğan ha utilizzato anche per un’offensiva mediatica contro MbS. Ora però, come ha scritto Borzou Daragahi sull’Independent, il presidente turco ha bisogno dei soldi del Golfo in vista delle elezioni turche del 2023; al contempo, MbS sembra interessato all’acquisto dei droni turchi Bayraktar, che hanno mostrato ancora una volta la loro efficacia nella guerra in Ucraina. 

 

Di certo Ankara desidera porre fine a quello che le aziende turche hanno definito un «boicottaggio non ufficiale» che nel 2020 ha ridotto le esportazioni turche verso Riyad a soli 200 milioni, contro i 3,2 miliardi fatti registrare nel 2019. Anche Ali Bakir ed Eyup Ersoy (The Arab Gulf States Institute) hanno sottolineato l’interesse economico della Turchia nel ripristino di relazioni cordiali con l’Arabia Saudita. Ciò non significa tuttavia che Erdoğan non abbia nulla da offrire ai sauditi, specificano i due autori: il Regno ha bisogno di «diversificare le sue relazioni estere e l’economia, di costruire una forte industria della difesa e di contrastare le crescenti sfide securitarie, in particolare provenienti dall’Iran». Le relazioni con Ankara sono funzionali a questi obiettivi.

 

Inoltre, il timore di molti Paesi arabi è che una Russia focalizzata sull’Ucraina lasci spazi vuoti, ciò che darebbe all’Iran l’opportunità di aumentare ulteriormente la sua influenza in alcuni Paesi chiave come l’Iraq, la Siria o il Libano. Tutto questo non significa tuttavia che la normalizzazione tra i due Paesi sia cosa fatta. Non deve trarre in inganno il comunicato congiunto pubblicato al termine della visita, nel quale si parla di «relazioni perfette». Prendiamo in prestito ancora le parole di Bakir ed Ersoy per spiegare perché: da un lato è chiaro che ci sono interessi reciproci contingenti che spingono verso il rafforzamento delle relazioni tra Ankara e Riyad, ma dall’altro gli incentivi a farlo (tendenze macroeconomiche e cambiamenti degli scenari strategici e politici regionali) non dipendono direttamente dalle scelte delle due capitali, bensì da altre forze e attori. È in forza di questa considerazione che il rapporto tra Turchia e Arabia Saudita è altalenante, e che i due Paesi, come ha scritto la ricercatrice Sinem Cengiz, sono «partner occasionali».

 

Più in generale l’iniziativa diplomatica portata avanti da diversi Stati mediorientali risponde alla consapevolezza che le politiche «aggressive e militaristiche» intraprese da ciascuno Stato della regione dopo lo scoppio delle Primavere arabe hanno, in ultima analisi, diminuito la sicurezza di tutti e si sono rivelate un boomerang per gli interessi di questi Stati.

 

Cosa chiederà Biden a MbS?

 

Il Medio Oriente, e l’Arabia Saudita in particolare, si prepara a ricevere Joe Biden. Come detto più volte, la lettura più immediata dell’incontro con bin Salman è la richiesta americana di aumentare la produzione di petrolio. Tuttavia, come hanno scritto Stephen Cook e Martin Indyk su Foreign Affairs, il presidente statunitense non dovrebbe limitarsi a queste richieste, definite di corto respiro. Al contrario, Biden dovrebbe proporre all’Arabia Saudita un nuovo accordo strategico di alto livello interamente basato su un interesse comune a entrambi i Paesi: contrastare le mire espansioniste dell’Iran. Tutto questo significherebbe naturalmente la definitiva archiviazione dell’accordo sul nucleare iraniano e la conseguente, probabile corsa di Teheran verso la costruzione dell’arma atomica.

 

Può darsi che Biden sia spinto verso questa direzione anche da considerazioni pragmatiche. È infatti improbabile che il presidente americano riesca a ottenere importanti aumenti della produzione petrolifera da parte di Riyad attraverso l’esercizio della pressione diplomatica. Ci sono invece maggiori speranze che sia l’Arabia Saudita stessa a scegliere di farlo, non per compiacere Washington, bensì per i suoi stessi interessi. I prezzi alti e l’impossibilità – causa sanzioni – di vendere il petrolio in Europa hanno spinto la Russia a offrire il proprio greggio a prezzi scontati alla Cina. Così facendo, Mosca è diventata il primo fornitore di Pechino, scalzando proprio Riyad da questa posizione. Perciò, Riyad potrebbe avere interesse a provocare una parziale discesa dei prezzi, aumentando la produzione, per cercare di recuperare posizioni sul mercato.

 

In questo contesto si situa lo “scoop” (utilizziamo le virgolette perché ormai se ne parla da tempo) di Axios, che dopo aver parlato con quattro diverse fonti interne all’amministrazione americana ha sottolineato quanto la Casa Bianca stia spingendo verso la normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita. È di questa «road map per la normalizzazione» che parlerà Biden sia con i vertici israeliani (chiunque essi saranno, ma ne parliamo nel prossimo paragrafo) che sauditi.

 

Israele: presto altre elezioni

 

Israele si prepara alle quinte elezioni nell’arco di tre anni. La legge per l’estensione del sistema legale a due livelli che protegge i coloni israeliani negli insediamenti si avvicinava alla sua scadenza e la Knesset non era nelle condizioni di rinnovarla. Per questo Naftali Bennett ha sciolto il suo governo (e perché se non l’avesse fatto probabilmente sarebbe comunque caduto a breve), ciò che automaticamente estende la durata della legge fino alla formazione di un nuovo esecutivo.

 

Mercoledì la Knesset ha votato favorevolmente il primo passaggio necessario allo scioglimento del Parlamento. Bennett non è più il primo ministro, mentre l’ex ministro degli Esteri Yair Lapid assume la carica di primo ministro ad interim, che ricoprirà per i mesi della campagna elettorale e delle negoziazioni che saranno necessarie per formare il governo dopo il voto.

 

Mentre tra i primi a festeggiare ci sono gli ebrei ultraortodossi, che in alcuni casi hanno attribuito la caduta del governo all’intervento divino, tutti guardano verso Benjamin Netanyahu, il quale secondo Foreign Policy è la figura meglio posizionata per ottenere un nuovo incarico, nonostante sia ancora sotto processo. Secondo Ben Caspit, il piano dell’ex primo ministro comprende la formazione di una maggioranza alla Knesset che possa rimuovere il procuratore generale dello Stato e varare una legge che sospenda i procedimenti penali contro i capi di Stato in carica, impedendo così l’incriminazione di se stesso. Se ciò avvenisse, si tratterebbe di un «cambiamento radicale dell’immagine di Israele, una distruzione della sua fragile democrazia», ha scritto Caspit su Al-Monitor.

 

La caduta del governo Bennett potrebbe inoltre complicare i rapporti diplomatici tra Israele e Stati Uniti, in particolare qualora dovesse essere seguita da un ritorno al potere di Benjamin Netanyahu.

 

Intanto lunedì il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha confermato che la partnership militare con alcuni Paesi arabi, a cominciare dagli Emirati, finalizzata a contrastare le minacce provenienti dall’Iran, è già operativa. Come ha commentato il New York Times, l’operatività dell’alleanza per la difesa aerea di Israele e degli Stati arabi sottolinea «la velocità con cui le relazioni [tra Israele e alcuni Paesi arabi] sono passate dall’essere simboliche a sostanziali. [L’alleanza] mostra anche come le paure per un’aggressione iraniana siano adesso una preoccupazione più pressante per alcuni leader arabi» rispetto a quella per l’occupazione israeliana.

 

Israele, dopo anni di attacchi a obiettivi iraniani in Siria, ha intensificato la sua campagna contro gli obiettivi nucleari anche all’interno dell’Iran. Bennett l’ha chiamata «Octopus doctrine», e il suo scopo è impedire che la Repubblica Islamica sviluppi una testata nucleare e un missile capace di trasportarla. Ciò ha portato all’espansione della guerra “segreta” tra Iran e Israele e ai recenti allarmi lanciati dalle autorità israeliane secondo cui cellule iraniane in Turchia sarebbero alla ricerca di cittadini israeliani per ucciderli. A questo proposito segnaliamo che, secondo quanto riportato da Haaretz, le autorità turche hanno arrestato 10 persone coinvolte nel tentativo di assassinio dell’ex ambasciatore israeliano e di sua moglie.

 

A livello di politica estera la novità per Israele è offerta dalla scoperta della sua ricchezza energetica, che offre allo Stato ebraico la possibilità di integrarsi maggiormente nel sistema mediorientale. La settimana scorsa Israele ha firmato un accordo con l’Egitto per fornire gas all’Europa, alla ricerca, anche nel Mediterraneo orientale, di fonti alternative all’energia russa. Grazie a questo accordo Israele invierà il gas tramite gasdotti verso i porti egiziani, dove la materia prima sarà liquefatta e spedita in Europa. Come ha scritto Shira Rubin sul Washington Post, uomini d’affari e politici «israeliani sperano che la diplomazia del gas sarà abbastanza potente da raffreddare le tensioni» relative al conflitto israelo-palestinese. Uno dei punti di maggior tensione di questo conflitto è senza dubbio l’uccisione della giornalista di al-Jazeera Shirin Abu Akleh, la cui morte è stata attribuita con ogni probabilità un soldato israeliano da un’indagine giornalistica del New York Times.

 

Libia divisa

 

Mentre secondo un reportage di Vivian Yee pubblicato dal New York Times sempre meno libici sono pronti a combattere contro le fazioni rivali, lo studioso Wolfram Lacher ha scritto su Newlines Megazine che «[Fathi] Bashagha e [Abdel Hamid] Dbeibah hanno riportato la Libia allo stato di divisione tra amministrazioni rivali» che c’era in Libia tra lo scoppio della guerra civile del 2014 e la formazione del governo di unità nazionale l’anno scorso. Bashagha, sostiene Lacher, ha dato troppo potere al generale Haftar, ciò che gli impedisce di ottenere il supporto delle milizie della Tripolitania.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

 

La rivincita di MbS

 

In Medio Oriente, la notizia della settimana è la visita ad Ankara del principe ereditario saudita. Se da un lato il viaggio ha suscitato l’entusiasmo dei giornalisti filo-sauditi, dall’altro esso ha sollevato uno sciame di polemiche tra i detrattori dell’Arabia Saudita. Il quotidiano londinese al-Quds al-‘Arabī, per esempio, ha riassunto l’incontro tra Muhammad bin Salman e Recep Tayyip Erdogan in questi termini: “La normalizzazione turca con i nemici di ieri: gli interessi sono al di sopra dei principi”. Con questa visita, ha scritto il giornalista siriano Bakr Sidqi, i due Paesi si prefiggevano di normalizzare definitivamente le loro relazioni dopo quattro anni di gelo a seguito dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi a Istanbul, e favorire gli investimenti sauditi nell’economia turca, che sta attraversando una grave crisi con un’inflazione al 70%, il crollo della lira turca e la diminuzione delle riserve di valute forti della Banca centrale. Anche in questo caso, tuttavia, la normalizzazione è un tema che divide fortemente l’opinione pubblica. Secondo un sondaggio citato dall’autore dell’articolo e realizzato a maggio in Turchia, infatti, solo il 30% degli intervistati vedrebbe di buon occhio il ripristino delle relazioni tra Ankara e Riyad. Inoltre, spiega l’editorialista, i partiti dell’opposizione hanno accusato il governo turco di aver «“venduto” il caso Khashoggi in cambio della speranza di ottenere investimenti sauditi che possano contribuire a superare alcune difficoltà economiche, e di aver barattato i principi con gli interessi».

 

Più moderata è la posizione del politologo Said al-Hajj, secondo il quale questa visita è importante non tanto per i risultati concreti raggiunti (quasi nessuno, considerato che la dichiarazione congiunta rilasciata dai due leader rimanda più che altro a buone intenzioni e auspici per il futuro), quanto per la volontà espressa da entrambi i leader di superare le divergenze del passato: «la visita è riuscita a sciogliere il ghiaccio tra la Turchia e l’Arabia Saudita e ha confermato la volontà delle due parti di aprire un nuovo capitolo. Su questa visita sarà possibile costruire nel prossimo futuro se ci sarà la volontà politica di farlo, ciò che al momento però deve ancora trovare conferma», ha scritto al-Hajj sul sito di al-Jazeera. Nonostante le buone intenzioni – ha concluso il politologo – per ora è comunque prematuro aspettarsi grandi passi in avanti nelle relazioni tra i due Paesi perché, come insegnano le esperienze passate, il riavvicinamento è un percorso lento.

 

Per i quotidiani sauditi, invece, questa visita segna nettamente un punto a favore di Muhammad bin Salman. Il giorno successivo alla visita, al-Riyād ha titolato “Il principe ereditario conclude un fruttuoso viaggio regionale per rafforzare la cooperazione e la sicurezza regionale”, mentre al-Sharq al-Awsat, quotidiano panarabo di proprietà della casa reale saudita, ha titolato “La scommessa saudita sul realismo politico”. Attraverso questa nuova strategia politica, che prevede di dare la precedenza agli interessi del Paese – ha spiegato Salman al-Dosayri – «l’Arabia Saudita moltiplica la sua influenza, passando dalla leadership regionale all’influenza globale».

 

Il viaggio di Biden in Medio Oriente non convince tutti

 

Di real politik ha parlato anche il Centro arabo per la ricerca e gli studi politici di Doha in un’analisi pubblicata su al-‘Arabī al-Jadīd in merito al viaggio del presidente americano in Medio Oriente, previsto a metà del mese prossimo. Spinta a riconsiderare la sua politica estera mediorientale a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’amministrazione Biden si porrebbe come obbiettivo quello di contenere l’influenza cinese nella regione, trovare una soluzione alla crisi energetica provocata dalle sanzioni occidentali alla Russia, discutere le modalità per porre fine alla guerra in Yemen, far avanzare il processo di normalizzazione tra Israele e il mondo arabo (secondo il Centro è significativo che Biden visiterà i Paesi nello stesso ordine seguito da Trump nel 2017, cioè prima Israele poi l’Arabia Saudita) e infine far pressione su Israele per evitare un’escalation militare tra l’Iran e i vicini arabi.

 

Sullo stesso quotidiano, l’ex ministro giordano Tahir Hamdi Kanaan ha espresso, con toni abbastanza militanti, il timore che la visita di Biden in Medio Oriente possa effettivamente preludere all’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo: «La cosa più pericolosa di questo passo, qualora dovesse avvenire, è l’abbandono da parte dell’Arabia Saudita della sua posizione storica contro il colonialismo sionista della Palestina. La massima espressione di questa posizione fu il sostegno offerto dal defunto re Faysal alla guerra dell’ottobre 1973, il divieto sancito dal monarca saudita alle esportazioni di petrolio e il suo desiderio di pregare nella moschea di Al-Aqsa una volta che la Palestina fosse stata liberata». Secondo Kanaan, la visita di Biden mira a persuadere il Regno a rinunciare a «quell’approccio saggio», e la ragione ultima per cui gli israeliani e gli americani sostengono iniziative politiche come gli Accordi di Abramo sarebbe «diminuire il peso politico della popolazione palestinese che vive a Gerusalemme e in Cisgiordania». L’autore conclude con una critica alle politiche attuate dal Golfo nei confronti dell’Iran spiegando che è sbagliato demonizzare questo Paese che, anche solo per la sua posizione geografica e la sua eredità culturale e religiosa, è storicamente legato ai vicini arabi da interessi di varia natura. 

 

Decisamente più sarcastico è stato invece il quotidiano filo-islamista ‘Arabī21 che, in merito alle intenzioni del viaggio di Biden, ha pubblicato una vignetta ritraente il presidente americano intento a guardare verso il Medio Oriente con un binocolo sul quale compare la scritta “petrolio”, come a dire che il vero obbiettivo è assicurarsi l’approvvigionamento di greggio in un momento di grave crisi energetica.   

 

Diametralmente opposta è invece la visione di al-Sharq al-Awsat, che ha titolato “L’Arabia Saudita non è petrolio”. Come ha scritto il giornalista libanese Nadim Koteich, essa è «uno dei pilastri principali della stabilità nella regione e nel mondo, una pista di atterraggio d’emergenza per la stabilità dell’economia globale, […] un progetto di modernizzazione della civiltà a livello della posizione dell’Islam nel dialogo e nell’interazione tra le civiltà, la locomotiva politica che può dare uno slancio eccezionale alla riconfigurazione strategica in Medio Oriente attraverso la porta della pace con Israele».

 

E come ha scritto, sempre su Al-Sharq al-Awsat, il saudita Salman al-Dosayri, «Biden aveva solo bisogno di tempo per diradare la nebbia che offuscava la sua visione politica nei confronti dell’Arabia Saudita e della regione, e rendersi conto dell’importanza di questo viaggio per completare il coordinamento permanente con Washington».

 

L’Egitto dichiara guerra ai salafiti

 

Concludiamo questa rassegna con una notizia proveniente dall’Egitto. Come ha segnalato il quotidiano londinese al-‘Arab, il tribunale del Cairo ha decretato la chiusura del canale salafita al-Rahma, aperto nel 2007 dal predicatore Muhammad Hassan. La decisione è stata definita da alcuni «un duro colpo inferto al discorso salafita», mentre altri si sono domandati se l’Egitto disponga effettivamente degli strumenti necessari per combattere l’ideologia salafita, visto che il Paese «si sta trasformando nella nuova roccaforte salafita dopo le restrizioni imposte dall’Arabia Saudita», impegnata nel percorso di riforma della religione. Ahmed Karima, professore di Giurisprudenza comparata all’Università al-Azhar, ritiene che «il salafismo sia stato spazzato via dall’Arabia Saudita per installarsi in Egitto». La domanda, dunque, è perché il governo egiziano abbia tollerato per molti anni la presenza salafita nel Paese. Una presenza tutto sommato ambigua: come spiega l’articolo di al-‘Arab, queste correnti si sono alleate con i Fratelli musulmani nel 2011 per poi disconoscerli nel 2013, quando sono scoppiate le proteste popolari contro il governo dell’allora presidente islamista Muhammad Mursi. Un altro aspetto che non è chiaro sono le ragioni per cui il partito al-Nur, il maggiore partito salafita del Paese, sia stato autorizzato a continuare a operare nonostante la Costituzione egiziana del 2014 vieti l’istituzione di partiti su base religiosa. Secondo Magdi Makkawi, la resilienza delle correnti salafite si spiega con la loro abilità a «commerciare la religione»: hanno iniziato a diffondere il loro messaggio attraverso le cassette audio negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso, sono passate ai canali satellitari nei primi anni Duemila per approdare infine (con grande successo) sul web e sui social media.

 

 

In breve

 

Afghanistan: una scossa di terremoto ha devastato diverse città e villaggi nell’est del Paese. I Talebani chiedono aiuto alla comunità internazionale. (The Guardian)

 

L’edilizia turca prospera in Africa e fa concorrenza all’industria edile cinese. (The Middle East Institute)

 

Mali: oltre 130 civili sono stati uccisi da un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaida. (Le Monde)

 

 

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