Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 06/06/2022 09:48:36

Lunedì 2 maggio la giunta militare al potere a in Mali ha diramato un comunicato in cui annunciava la risoluzione gli accordi presi negli anni scorsi con il governo francese, definiti da Bamako «violazioni flagranti della sovranità nazionale del Mali». Nello specifico sono tre gli accordi che la giunta maliana intende terminare: quello del 2013 che organizza le attività dell’operazione Barkhane, il trattato che regola le relazioni in ambito di difesa tra Parigi e Bamako, e il protocollo addizionale che inquadra la presenza delle forze speciali europee della Task Force Takuba. Il governo maliano ha specificato che l’accordo “quadro” delle relazioni militari tra i due Paesi resterà in vigore ancora per sei mesi, mentre la risoluzione delle parti riguardanti Barkhane e Takuba ha effetto immediato. Ciò significa, come ha scritto Morgene Le Cam su Le Monde, che Bamako ha messo nero su bianco che «considera ormai illegale la presenza di militari francesi ed europei» sul suo territorio.

 

Come noto, il Mali conta di sostituire il sostegno militare francese con i mercenari russi del gruppo Wagner, facendo avanzare ulteriormente l’influenza di Mosca nella regione. Tuttavia, le tattiche impiegate dai mercenari potrebbero tramutarsi in un boomerang per la Russia, perché potrebbero alienarle il sostegno delle comunità locali, e peggiorare la situazione legata all’estremismo jihadista. Secondo Corinne Dufka, ricercatrice di Human Rights Watch basata nel Sahel e interpellata dal Guardian, «i russi sono come un elefante in una cristalleria e non sembrano consapevoli – o non se ne curano – delle cruciali dinamiche etniche [locali, NdR]. Il loro comportamento, con la chiara complicità dei maliani, sta aumentando le tensioni etniche e creando molti nuovi jihadisti». Ciò che è successo a Moura, dove in pochi giorni sono state uccise tra le 350 e le 380 persone sembra avvalorare questa ipotesi, tanto più che nuovi documenti confermano la presenza di mercenari russi a fianco delle unità maliane impiegate in quest’area.

 

Nonostante le affermazioni del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il quale durante la famosa intervista a Rete4 ha assicurato che Wagner opera soltanto su base commerciale e «non ha niente a che fare con lo Stato russo», il gruppo paramilitare sarebbe il “cavallo di Troia” attraverso cui Mosca cerca di estendere la sua influenza non solo in Mali ma anche in altre zone dell’Africa, instabili ma ricche di risorse.  Contrariamente a quanto sostenuto da Lavrov, secondo gli analisti di TSC «la Russia usa il gruppo Wagner in Africa per raggiungere i suoi obiettivi di politica estera e ottenere l’accesso ai Paesi ricchi di minerali, gemme preziose e metalli». Come hanno ricordato anche i ricercatori Jalel Harchaoui e John Lechner, oltre al Mali, Mosca vanta «una presenza clandestina in Libia, Sudan e nella Repubblica Centrafricana [e] queste missioni continuano, a prescindere del ridispiegamento dalla Libia all’Ucraina di un modesto numero di combattenti russi specializzati nel combattimento urbano». Gli Stati Uniti hanno un approccio ambivalente all’influenza russa in Africa: se a parole ne condannano fermamente metodi e obiettivi, d’altro canto fanno poco o nulla per contrastarne la presenza. Secondo Harchaoui e Lechner ciò si deve a due ragioni: in primo luogo perché in alcuni Paesi (in particolare Libia e Sudan) importanti alleati di Washington come Egitto ed Emirati Arabi vedono di buon occhio la presenza del gruppo Wagner, e premono affinché gli Stati Uniti chiudano un occhio. Secondariamente, in altre zone, come Mali e Repubblica Centrafricana, i mercenari di Mosca si oppongono a fazioni armate «che secondo il punto di vista di Washington sono ugualmente pericolose, se non di più».

 

Sulla presenza russa in Africa ha riflettuto anche lo studioso Alex Thurston sul suo Sahel Blog. Thurston ha commentato in particolare un articolo del Washington Post che racconta la storia di un trentenne Burkinabé sostenitore di Vladimir Putin, utilizzandola per mostrare l’impatto della propaganda russa nella regione. Secondo Thurston, questo articolo – che richiama una tendenza generale della stampa americana – glissava in maniera opportunistica sui fallimenti della Francia nella regione e sulle conseguenze di questi fallimenti. Così facendo, la narrazione secondo cui «la Russia sta conquistando l’Africa» diventa un «metodo per semplificare eccessivamente il motivo per cui la situazione nel Sahel sia peggiorata così tanto».

 

Se la guerra in Ucraina provoca uno sciopero persino a Dubai

 

È stato un evento più unico che raro a Dubai: il primo maggio i lavoratori della multinazionale Deliveroo hanno indetto uno sciopero. Come ha scritto il Wall Street Journal i riders «si sono rifiutati di effettuare le consegne per oltre 24 ore, paralizzando il servizio dell’azienda», in un periodo cruciale come il week end immediatamente successivo alla fine del Ramadan. I lavoratori hanno protestato fino a lunedì, quando Deliveroo ha accettato di reintrodurre la paga di 2,79 dollari a consegna, al posto dei 2,38 che erano stati stabiliti nel tentativo di far fronte ai crescenti costi (in particolare dopo che il governo emiratino per il terzo mese consecutivo aveva innalzato i prezzi del gas). Quanto avvenuto è tanto più significativo se si ricorda che negli Emirati gli scioperi sono illegali. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, i lavoratori in agitazione avrebbero ricevuto mail minatorie dalle agenzie interinali che ne gestiscono i contratti, nelle quali si ricordava che la partecipazione in attività sindacali come lo sciopero è «un reato grave che può portare al processo, al carcere o alla deportazione» nel Paese d’origine. Consapevoli dei rischi, i riders hanno specificato come il loro sciopero non fosse politico e non prendesse di mira il governo emiratino, che per ora non ha commentato l’accaduto. Quando pensiamo a Dubai vengono in mente il lusso sfrenato, l’innovazione e il Burj Khalifa, di certo non le lotte sindacali. Ma le condizioni dei lavoratori contrastano con l’avveniristica e sfarzosa apparenza della città. Come infatti ha osservato Mustafa Qadri, CEO dell’organizzazione umanitaria Equidem, se questo è il modo in cui migliaia di lavoratori di una grande azienda globale sono trattati a Dubai, sarebbe il caso di domandarsi quali siano le condizioni in cui versano le migliaia di altri lavoratori espatriati, che prestano il loro servizio in realtà più piccole e che difficilmente attraggono l’attenzione internazionale.

 

Una piccola postilla: è l’aumento dei prezzi dei carburanti dovuto alla guerra in Ucraina ad aver spinto l’azienda a ridurre il salario dei lavoratori che hanno poi scioperato. Se questo è ciò che avviene a poco più di due mesi dall’invasione in un luogo sviluppato e ricco, possiamo purtroppo immaginare quali effetti potrà avere la guerra in un arco temporale più lungo e in altri Paesi del Medio Oriente molto più vulnerabili.

 

Dubai in questi giorni è stata al centro anche di un’inchiesta pubblicata da Le Monde. Per il quotidiano parigino «il più appariscente degli Emirati arabi uniti è anche uno dei centri finanziari più opachi del pianeta, una destinazione provvidenziale per i soldi illeciti o sospetti», dato confermato dalla recente decisione dell’organizzazione mondiale contro il riciclaggio (FATF) di inserire gli Emirati Arabi Uniti nella “lista grigia” dei Paesi osservati speciali. Come ha scritto Le Monde, una fuga di dati ha confermato che criminali, trafficanti di droga e figure sottoposte a sanzioni operano liberamente a Dubai, dove investono i loro denari. In particolare sono più di cento i membri dell’élite politica russa, dei funzionari e degli uomini d’affari vicini al Cremlino che hanno investito in beni immobiliari a Dubai.

 

Biden fa la corte a MbS

 

Come illustrato anche in precedenti puntate del Focus attualità, le già complicate relazioni tra Stati Uniti e alleati del Golfo sono messe a dura prova dalla guerra in Ucraina. Particolarmente significativo è stato il rifiuto opposto da Muhammad Bin Salman (MbS) e Muhammad Bin Zayed (MbZ) a ricevere una telefonata dal presidente americano Joe Biden. The National Interest ha pubblicato questa settimana un testo di Mohammad Khalid Alyahya, ex direttore dell’emittente satellitare al-Arabiya, grazie al quale è possibile scorgere la frustrazione saudita nei confronti di Washington. Secondo Alyahya i vertici sauditi «hanno iniziato a credere che i leader in America non si prendono più cura degli interessi nazionali degli Stati Uniti, figurarsi di quelli sauditi». Il mancato intervento in Siria e Crimea proprio mentre la Casa Bianca negoziava un accordo con la Repubblica Islamica iraniana, la rimozione degli houthi yemeniti dalla lista delle organizzazioni terroristiche, e – come ha scritto Amwaj Media – la concessione dello status di “major non-Nato ally” al Qatar, hanno portato la casa reale saudita alla conclusione che gli Stati Uniti stanno smantellando l’ordine internazionale che proprio loro hanno stabilito nel corso del ‘900, spingendo Riyad verso Pechino e Mosca. Un effetto di certo sgradito a Washington, che infatti cerca di recuperare il terreno perduto: sul Wall Street Journal del 4 maggio è comparsa la notizia secondo cui il direttore della CIA William Burns avrebbe compiuto una visita non annunciata a Gedda e incontrato Muhammad Bin Salman. I due avrebbero discusso della produzione di petrolio da parte dell’Arabia Saudita, dell’invasione russa dell’Ucraina, dei negoziati con l’Iran e della guerra in Yemen e l’incontro avrebbe avuto toni più cordiali del solito. «Qualcosa come una danza di corteggiamento tra Washington e Riyad sembra prendere forma a porte chiuse», ha scritto Karen Elliott House, ricordando che «il presidente Biden e il principe ereditario Muhammad bin Salman possono non piacersi, ma hanno un disperato bisogno uno dell’altro», sia per questioni di politica internazionale che per la realizzazione dei propri progetti a livello interno. È per questo che l’editorialista del Wall Street Journal auspica il ritorno a una relazione collaborativa tra gli Stati Uniti e il Regno. L’opinione di Josh Rogin pubblicata sul Washington Post è diametralmente opposta: il viaggio di Burn sarebbe «solo l’ultimo esempio dell’amministrazione Biden che va col cappello in mano a implorare MBS di aprire i rubinetti» del petrolio. È proprio la capacità di mantenere stabile il mercato energetico internazionale ad aver storicamente motivato la partnership tra Stati Uniti e monarchie del Golfo, ma – dal momento che le capitali arabe si rifiutano di adempiere a questo ruolo – «cosa ottengono di preciso [gli Stati Uniti] in cambio dell’investimento» a sostegno di questi Paesi? Il punto è che secondo Rogin l’alleanza de facto tra MbS, MbZ e Putin è del tutto comprensibile: «tutti i tre dittatori vedono la diffusione di libertà, democrazia e diritti umani come una minaccia esistenziale» al loro potere. Emirati ed Arabia Saudita, conclude Rogin, avevano a disposizione uno strumento per aiutare gli Stati Uniti e l’Ucraina: pompare più petrolio, ma hanno scelto di non farlo. «Con amici come questi, chi ha bisogno di nemici?», si chiede Rogin.

 

Tutti i problemi di Erdoğan

 

Il presidente turco Erdoğan ha presentato un piano con il quale intende rimpatriare un milione di siriani attualmente presenti in Turchia. Secondo Erdoğan l’area nordoccidentale della Siria (la provincia di Idlib) è ormai una «zona sicura» (sic!) e i siriani possono andare ad occupare le 50.000 case che sono state costruite grazie all’operato di diverse ONG turche. Il trasferimento dovrebbe avvenire su base spontanea, ma secondo il quotidiano emiratino The National «il governo non ha ancora convinto i siriani» a muoversi verso le aree designate, che includono Azaz, Jarablus, Al Bab, Tal Abyad e Ras Al Ayn. Come ha ricordato Middle East Eye, i siriani in Turchia non sono ufficialmente rifugiati anche se godono di una «protezione temporanea» e sono per la gran parte dispersi sul territorio turco. La maggior parte dei migranti sono impiegati nell’economia informale, dove sono sottopagati, ciò che «spinge i salari verso il basso e provoca risentimento tra le comunità locali», messe a dura prova da una pessima situazione economica, con l’aumento dei prezzi alimentari che a marzo ha raggiunto il 60% su base annuale.

 

Con l’approssimarsi delle elezioni in Turchia si comprende come Erdoğan possa utilizzare anche un piano di rimpatrio dei migranti per racimolare consenso. Anche perché il rivale Kemal Kılıçdaroğlu, rafforzato dalle vittorie elettorali del 2019 a Istanbul e Ankara, ha ricordato nel corso del suo ultimo intervento al Parlamento che si prepara a «una grande lotta contro la crescente povertà, l’inflazione devastante e la dolorosa ingiustizia che stanno distruggendo il Paese». Ma soprattutto, come ha osservato il Financial Times, Kılıçdaroğlu è riuscito a «costruire e tenere insieme [finora, NdR] una nebulosa alleanza di partiti dell’opposizione uniti dall’obiettivo di sconfiggere l’uomo che ha passato quasi 20 anni alla guida del Paese, inizialmente come primo ministro e in seguito come presidente». Tuttavia, secondo Berk Esen, visiting fellow del German Institute for International and Security Affairs, Kılıçdaroğlu è un «grande kingmaker, ma non un king»: se l’opposizione vuole avere qualche chance di successo dovrà trovare un candidato diverso dal burocrate Kılıçdaroğlu, come Mansur Yavaş o Ekrem İmamoğlu, i sindaci di Ankara e Istanbul.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Che cosa significa per gli arabi la visita di Erdoğan in Arabia Saudita

 

Come promesso la settimana scorsa, apriamo questa rassegna stampa con una panoramica delle opinioni arabe sulla visita di Recep Tayyip Erdoğan in Arabia Saudita. Il tema è molto sentito, viste le sue implicazioni per tutto il Medio Oriente. Negli ultimi anni Ankara e Riyad si sono infatti contese l’egemonia sul mondo sunnita, schierandosi su fronti opposti nelle varie crisi regionali: la Turchia, insieme al Qatar, tendenzialmente a favore dell’influenza islamista, l’Arabia Saudita a guidare il blocco della risposta anti-rivoluzionaria alla Primavera araba. Non è perciò un caso che siano decine gli editoriali su questo tema. Qui ne riproponiamo alcuni tra i più significativi.

 

Partiamo dal quotidiano londinese al-‘Arab, vicino alle posizioni emiratine, che ha titolato “La Turchia si riconcilia con gli arabi e lascia cadere la carta della Fratellanza musulmana” spiegando come la nuova posizione turca sia «un tentativo da parte di Erdoğan di adattarsi all’ambiente regionale, pensare in maniera pragmatica a preservare gli interessi del suo Paese e mettere a tacere le voci dell’opposizione, che lo accusano di isolare la Turchia nella regione». L’incontro con la leadership saudita, ha scritto il giornalista palestinese Fadel Manasfa, autore dell’editoriale, è stato reso possibile dalla precedente visita di Erdoğan negli Emirati, che «hanno funto da mediatori per rimuovere l’iceberg che si frapponeva tra Riyad e Ankara».

 

Anche la postura turca nei confronti di Israele è cambiata. Secondo Manasfa, Hamas e la Fratellanza musulmana sono «una carta ormai logora, destinata a essere esclusa dalla nuova equazione turca». Da un lato, Erdoğan ha divorziato da Hamas vietando ai leader del movimento di tornare in Turchia, dall’altro ha adattato al nuovo corso la narrazione ufficiale sulla questione israelo-palestinese: mentre l’anno scorso aveva condannato senza se e senza ma gli abusi delle forze di sicurezza israeliane nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, quest’anno il presidente turco ha scelto un vocabolario più edulcorato per commentare la recente escalation di violenze alla moschea al-Aqsa, attribuendo la responsabilità dell’accaduto agli estremisti ebrei senza addossare la colpa direttamente al governo israeliano.

 

Al-Sharq al-Awsat, quotidiano panarabo di proprietà della famiglia reale saudita, ha celebrato il ritorno della Turchia nella «posizione che le è connaturale dal punto di vista geografico e strategico […], e il ritorno al linguaggio della logica nell’arena delle relazioni [geopolitiche] di base». Con grande soddisfazione, l’editorialista Samir Atallah ricorda come la visita di Erdoğan in Arabia Saudita costituisca l’ennesima battuta d’arresto dell’Islam politico: «A Istanbul – ha scritto in merito alla chiusura forzata del canale tv “Mekameleen” dell’opposizione islamista egiziana – è iniziata la rimozione delle impurità e la chiusura delle fabbriche della setta [la Fratellanza musulmana, NdR] e delle pompe della stupidità».

 

Una riflessione più articolata si trova sul quotidiano panarabo al-Quds al-‘Arabī, che ha titolato provocatoriamente “Erdogan si è arreso o si è svegliato?” Il giornalista algerino Tawfiq Rabahi riconosce la lucidità e la perspicacia di Erdoğan, che «in tre mesi è riuscito a fare ciò che gli altri avrebbero impiegato anni a realizzare». «In politica – scrive – si dice che non esistono amicizie permanenti né inimicizie eterne. Esistono piuttosto interessi che cambiano e si trasformano, e la bravura sta nel sapervisi adattare. Tuttavia, sono pochi i politici e i leader dei governi che osano virare di 180 gradi in un tempo da record e senza batter ciglio. Erdoğan è uno di questi».

 

Offrire una lettura di ciò che ha fatto il leader turco, riflette Rabahi, dipende dal versante da cui si osservano i fatti: «Hanno ragione i sostenitori di Erdoğan, che vedono nella sua trasformazione un ritorno al realismo politico dettato dalle condizioni regionali e internazionali complesse» e allo stesso tempo hanno ragione i suoi detrattori, che considerano questo cambio di rotta «un disvelamento dell’uomo e della sua vera natura». E, infine, ha ragione anche chi ritiene che Erdoğan sia stato costretto dalla situazione regionale ad abbandonare le «posizioni ‘onorevoli’ che ha difeso con tenacia per lungo tempo». A prescindere da tutto, però, conclude il giornalista, è troppo presto per fare dei bilanci. Le differenze ideologiche esistenti tra il sistema di governo turco e quello di Riyad, Abu Dhabi e il Cairo hanno un peso. E questa è la ragione per cui durante le visite diplomatiche di Erdoğan sono stati messi a tema soprattutto l’economia e gli accordi commerciali, mentre le questioni politiche sono rimaste nell’ombra.

 

Opposta è invece la posizione del quotidiano libanese filo-hezbollah al-Akhbār, che con tono sprezzante descrive un leader turco perdente, mortificato e debole, il quale per iniettare denaro saudita nell’economia in crisi del suo Paese e sperare di vincere le prossime elezioni presidenziali ha dovuto rinnegare tutte le scelte fatte in passato, dal sostegno garantito negli ultimi anni ai Fratelli musulmani alle accuse contro Muhammad Bin Salman per l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Il fatto che la visita diplomatica si sia svolta nel Regno e non in Turchia serve a ricordare a Erdoğan che «è lui a cedere» e a trovarsi in una posizione di debolezza, così come è significativo che al suo arrivo in Arabia Saudita non sia stato accolto da MbS ma dall’emiro di Mecca, Khalid al-Faysal, che nel 2018 era stato inviato in Turchia per cercare un accordo, mai trovato, sul caso Khashoggi.  

 

Rimanendo ancora nel panorama dei media libanesi, più moderata è la posizione di al-Nahār, secondo il quale «il riavvicinamento turco-saudita è un buon segnale della nascita di un quadro di compromesso nella regione, ma non significa la formazione di un blocco sunnita regionale […]. Questo perché la regione sta assistendo all’intreccio di molte politiche pragmatiche, che hanno ribaltato parecchi equilibri nelle posizioni, nelle politiche e nei metodi di diversi Stati e governi».

 

Concludiamo la nostra panoramica con un editoriale di Azzam al-Tamimi, intellettuale islamista e biografo di Rachid Ghannouchi, il leader del partito tunisino Ennahda. Sul sito d’informazione ‘Arabī21, Tamimi si è detto amareggiato, ma non sorpreso, dalle scelte geopolitiche di Ankara. Diventata per alcuni anni il rifugio degli islamisti perseguitati nei Paesi arabi, a seguito della «vittoria della controrivoluzione e del ritorno della tirannia in varie parti della regione araba, la Turchia ha iniziato a fare i suoi calcoli» – ha scritto – giungendo alla conclusione di non poter più «continuare a portare la bandiera del cambiamento […] e i pesi di rivoluzioni abortite e di una primavera diventata un inverno pungente».

 

Dopo tutto già nel 2016 – scrive Tamimi – c’erano state alcune avvisaglie dell’incapacità della Turchia di tenere la posizione, quando le forze di sicurezza turche fecero irruzione in un hotel di Istanbul bloccando una conferenza sulla teoria del metodo profetico secondo lo shaykh ‘Abdessalam Yassin, fondatore del movimento islamista marocchino Giustizia e Carità. Questa azione di forza aveva avuto luogo in cambio dell’impegno da parte del Marocco di vietare sul suo territorio tutte le attività dei seguaci di Fethullah Gülen, a cui pochi mesi dopo, nell’estate 2016, sarebbe stata imputata la responsabilità del fallito colpo di Stato ai danni di Erdoğan. In quell’occasione, il presidente turco si era mostrato pronto a sacrificare la causa islamista per ottenere un vantaggio politico. Dopo tutto, scrive Tamimi, «non sono gli ideali né la nobiltà d’animo a governare le relazioni internazionali, ma gli interessi».

 

Quel tormentato rapporto tra religione e politica

 

Concludiamo la nostra rassegna segnalando due articoli dedicati al rapporto tra religione e politica apparsi rispettivamente su al-Quds al-‘Arabī e al-‘Arabī al-Jadīd. Gli articoli riflettono due posizioni opposte, una più filo-islamista, l’altra liberale. La prima è quella dello scrittore yemenita Mohamed Jumaih, che su Al-Quds al-‘Arabī ha riflettuto sulla «politicizzazione del secolarismo». L’autore ha denunciato «le correnti estremiste laiche, che hanno impedito alla religione di interferire nella politica ma hanno consentito alla politica di continuare a interferire nella religione». Jumaih ha inoltre mosso diverse accuse, alcune delle quali molto discutibili, all’Occidente, agli orientalisti e ai “pensatori” arabi – le virgolette sono dell’autore – i quali, avendo alle spalle storie personali di sofferenza vissute nei loro Paesi di origine, quando arrivano nelle “capitali laiche” (virgolette ancora dell’autore) «scaricano carichi di odio represso contro le loro comunità d’origine». Jamaih conclude con un invito a non politicizzare la religione da un lato né il secolarismo dall’altro.

 

Al-‘Arabī al-Jadīd ha pubblicato invece una lunga riflessione di Saqr Abu Fakhr sul «rinascimento arabo [Nahda, in arabo] abortito». La conclusione a cui giunge l’autore è che ciò di cui oggi hanno bisogno i Paesi arabi tormentati dall’odio religioso non è più la separazione della religione dallo Stato, ma l’abolizione del monopolio delle confessioni sui waqf [le fondazioni pie], sugli istituti assistenziali come gli ospizi, gli orfanotrofi e gli ospedali, e sugli statuti personali e i loro tribunali». Facile a dirsi, molto meno a farsi. Chi potrebbe farsi carico di questo arduo compito? «Il giusto illuminato, anche se è un tiranno. Con l’espressione ‘giusto illuminato’ – scrive l’autore – intendo lo Stato illuminato. Altrimenti continueremo a oscillare tra l’ascesa e la caduta, come un uomo che si trovi in un lago esposto al fuoco dei ladri: se sale perisce, se scende annega. Ciò che ci è richiesto – afferma ancora Abu Fakhr ricordando alcune grandi figure del rinascimento arabo sensibili al richiamo della laicità dello Stato – è di ascoltare Farah Antoun, Shibli Shumayyil, ‘Abd al-Rahman al-Kawakibi e Taha Hussein, e andare oltre in maniera positiva».

 

In breve

 

La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi hanno influito sullo stile dei festeggiamenti per la fine del mese di Ramadan, che secondo AP News sono stati caratterizzati anche da timori e incertezze per il futuro. In India in particolare le celebrazioni si sono svolte in un clima di paura per via degli attacchi subiti dai musulmani per mano dei nazionalisti indù.

 

Il peggioramento della situazione economica e la riduzione della disponibilità di elettricità costringono i siriani a utilizzare vecchi strumenti come i fornelli a kerosene (al Jazeera).

 

Il Corno d’Africa è devastato dalla peggiore siccità degli ultimi quarant’anni (Newlines Magazine).

 

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