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Medio Oriente e Africa

I Paesi produttori alla prova della transizione energetica

Raffineria in Kuwait [Homo Cosmicos / Shutterstock]

La riduzione della domanda di petrolio e gas pone una sfida esistenziale per tutti quei Paesi che dipendono dalle rendite da idrocarburi. Le diverse “Vision” proposte servono a mantenere stabilità interna, posizione geopolitica e rendita economica. Avranno successo?

Ultimo aggiornamento: 30/03/2021 09:11:20

Grazie alle loro abbondanti riserve petrolifere e di gas, i Paesi del Mediterraneo e del Golfo Persico sono al centro dell’attuale sistema energetico globale. Il petrolio ha avuto un ruolo decisivo nel plasmare la regione dal secondo dopoguerra. Tuttavia la linfa petrolifera che ha caratterizzato l’evoluzione di questi Paesi potrebbe venire a mancare – o almeno ridursi sensibilmente – con l’avanzare della transizione energetica. Tale transizione è sostenuta da una crescente volontà politica e dai continui sviluppi tecnologici e dovrebbe comportare una riduzione significativa di consumi di fonti fossili a livello globale.

 

La riduzione della domanda di petrolio e gas pone una sfida esistenziale per tutti quei Paesi che dipendono fortemente dalle rendite petrolifere a livello economico e fiscale. Oltre al potenziale danno economico, i Paesi produttori rischiano di vedere ridotta anche la propria influenza geopolitica nello scacchiere internazionale e, se vorranno mantenere un ruolo internazionale e preservare la stabilità interna, dovranno accettare di adattarsi al nuovo scenario.

 

Innanzitutto occorre sottolineare come l’evoluzione della transizione energetica globale sia un processo politico. È per questo motivo che essa potrebbe svilupparsi a diverse velocità in diverse aree geografiche a seconda di esigenze economiche, impegno politico e pressione sociale. A livello internazionale, dunque, i Paesi produttori dovranno sviluppare strategie per mantenere quote di mercato e assicurarsene di nuove, prestando maggior attenzione alle regioni del mondo dove le traiettorie di domanda energetica saranno più profittevoli. In questo modo, i Paesi produttori potrebbero continuare a beneficiare della rendita petrolifera, che potrà essere utilizzata per la stabilità e la trasformazione interna.

 

Si stima infatti che i Paesi asiatici vivranno un aumento della domanda energetica, spinti dalla crescita economica e demografica, dal miglioramento degli standard di vita e dalla crescita dei consumi. Al contrario, l’Unione Europea punterà a ridurre sensibilmente la sua esposizione alle fonti fossili, avendo annunciato il suo impegno a diventare il primo continente carbon-neutral entro il 2050. In questo contesto sarà dunque necessario per i Paesi produttori avere un “export portfolio” ben strutturato e diversificato per far fronte alle possibili riduzioni della domanda nei prossimi decenni. Inoltre si prevede che i Paesi esportatori di petrolio andranno incontro a un futuro più complicato (caratterizzato da una crescente competizione tra i produttori per accaparrarsi quote di mercato sempre più ridotte) rispetto a quelli che esportano principalmente gas (ad esempio, il Qatar). Il gas è infatti visto come fonte “ponte” per la transizione energetica e per questo la sua domanda dovrebbe ridursi meno rapidamente. Gli analisti e le compagnie petrolifere si aspettano invece un picco della domanda di petrolio già nel prossimo futuro – abbandonando gli (infondati) timori di peak oil supply (ovvero la preoccupazione per il raggiungimento del picco nelle estrazioni, col successivo rischio di non poter soddisfare la domanda energetica) e abbracciando le opposte previsioni di peak oil demand, vale a dire una situazione dove non è l’offerta di petrolio a incontrare un picco, bensì la domanda.

 

A causa dello strettissimo nesso tra stabilità interna e rendita petrolifera, la transizione energetica potrebbe incidere significativamente sulla governance dei Paesi produttori. Sin dal crollo dei prezzi nel 2014, i Paesi produttori hanno elaborato diverse strategie (le cosiddette “Vision”) con l’obiettivo di prepararsi a una riduzione della rendita petrolifera e proteggersi dalla volatilità dei prezzi del petrolio attraverso la diversificazione economica ed energetica. Tali “Visioni” mirano a incentivare la produttività, stimolare il settore privato e sviluppare i settori non petroliferi. Il tentativo di diversificare la propria economia rispetto alla dipendenza da idrocarburi non è nuovo nei Paesi produttori; basti pensare che l’Arabia Saudita aveva espresso tale necessità già nel suo primo National Development Plan del 1970. Il timore di un futuro con una minore domanda di idrocarburi e minori rendite spinge i leader della regione a ripensare il proprio modello economico in due modi: promuovendo la diversificazione in altri settori (non-oil) e proteggendo e rafforzando la competitività delle loro industrie petrolifere.

 

La crisi sanitaria ed economica causata dalla pandemia e la crescente considerazione per la transizione energetica come volano per la ripresa economica post-COVID-19 pongono con maggiore urgenza la necessità di un’effettiva attuazione delle Visioni. Diversi fattori interni determineranno la riuscita o il fallimento della trasformazione. Tra questi, ci sono sicuramente la demografia, una governance stabile e la capacità finanziaria di mettere in atto le misure necessarie alla diversificazione economica e fiscale.

 

Il fattore demografico

 

I Paesi con una popolazione ampia, giovane e in crescita (come Algeria, Arabia Saudita e Iraq) dovranno far fronte alla trasformazione del proprio contratto sociale e della struttura socioeconomica nazionale. Al contrario i Paesi con una popolazione ridotta, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, potrebbero avere vita più facile nella realizzazione delle riforme di diversificazione.

 

La crescita demografica accentuerà ulteriormente le già evidenti debolezze dell’attuale modello socioeconomico. Infatti, la crescita demografica ha effetti diretti sul reddito pro capite e sugli sviluppi occupazionali. Per esempio, si stima che due dei più grandi produttori di petrolio (Iraq e Arabia Saudita) subiranno un importante incremento demografico (+28 milioni e +10 milioni entro il 2040, rispettivamente). Questo ridurrà ulteriormente i ricavi netti derivanti dalla rendita petrolifera, se calcolati pro capite. I Paesi produttori che riscontreranno un aumento della loro popolazione potrebbero rischiare di concentrarsi su politiche di breve periodo per mantenere una certa stabilità interna (come successo dopo la Primavera araba), senza riuscire a investire e attuare strategie e politiche mirate alla trasformazione economica e fiscale del Paese. L’instabilità interna potrebbe anche provocare un indebolimento generale dell’industria petrolifera nazionale, riducendo le rendite e avviando un circolo vizioso di ulteriori disordini sociali. Al contrario, i produttori con popolazioni ridotte (Emirati con 9,7 milioni di abitanti e Qatar con 2,8) dovranno affrontare il problema in maniera meno pressante. La transizione obbliga ulteriormente i produttori a creare possibilità economiche e lavorative per i propri cittadini, in vista di una riduzione dell’efficacia delle precedenti politiche economiche.

 

La questione della governance

 

La necessità di attuare riforme coraggiose evidenzia un altro fattore che sarà decisivo nella transizione energetica (ed economica) dei Paesi del Mediterraneo: la governance. La capacità politica di definire e realizzare le trasformazioni necessarie ad adattare il proprio modello socioeconomico all’era della transizione energetica sarà determinante per i Paesi produttori. Quelli che attualmente sono caratterizzati da disordini sociopolitici interni rischiano di rimanere indietro in questo processo. Basti pensare alle difficoltà che devono affrontare importanti produttori come l’Algeria, l’Iraq o la Libia. Questi Stati potrebbero essere tentati di focalizzare le proprie politiche energetiche ed economiche sulla massimizzazione delle proprie riserve invece che investire nelle riforme necessarie, puntando a un sollievo socioeconomico di breve periodo. L’instabilità politica potrebbe anche disincentivare gli investimenti esteri utili a trasformare l’economia nazionale e riposizionare lo Stato nel nuovo contesto internazionale. Per esempio, i problemi politici e sociali dei Paesi nordafricani (Algeria e Libia) complicano eventuali scenari di cooperazione energetica, come nel caso delle future importazioni europee di idrogeno dalle sponde meridionali del Mediterraneo – circa 40GW entro il 2030 secondo alcune stime. Paesi con una leadership e una governance più stabile come Qatar ed Emirati potrebbero attuare seriamente e in maniera più determinata le proprie Vision, assicurando un contesto favorevole anche per gli investimenti esteri. In aggiunta, la transizione energetica e la riduzione della rendita petrolifera spingono i governi a ripensare il proprio modello sociopolitico. Le riforme economiche, fiscali ed energetiche necessarie ad affrontare la transizione rischiano infatti di costringere i governi a fare i conti con le istanze di partecipazione politica provenienti dai propri cittadini. Una governance solida, ma capace di modificarsi, sarà un fattore determinante per il successo della trasformazione energetica, economica e geopolitica dei diversi Paesi produttori.

 

La capacità finanziaria

 

Il tema degli investimenti mette in luce un altro aspetto determinante, ossia la capacità dei diversi produttori regionali di finanziare le proprie riforme e allo stesso tempo ridurre gli effetti economici negativi che nel breve periodo possono essere associati alla transizione energetica. Gli Stati, come Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita, che possiedono consistenti riserve economiche e finanziarie sono meglio attrezzati per questo compito, potendo investire più facilmente le proprie risorse per la trasformazione economica ed energetica. Al contrario, Paesi con riserve finanziarie più ridotte saranno più esposti agli shock nel breve periodo, rischiando di rimanere indietro nella trasformazione energetica e nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto internazionale.

 

In questo tentativo, la disponibilità dei fondi sovrani potrebbe rivelarsi un ulteriore vantaggio economico per finanziare le attività e i settori necessari a ridurre la dipendenza economica e fiscale dall’industria petrolifera. Dunque, i Paesi che posseggono grandi fondi sovrani (Emirati, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait) potranno utilizzarli come parte integrante della propria diversificazione, finanziando programmi di ricerca e sviluppo e investendo in altri settori per accelerare il cambiamento.

 

I Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa non possono in alcun modo essere considerati ed analizzati come un gruppo omogeneo (nonostante i molti tratti comuni) e per questo gli effetti della transizione dipenderanno da fattori e peculiarità dei singoli Stati. A causa del forte nesso tra petrolio, caratteristiche nazionali e sviluppi internazionali, la regione è un ottimo esempio di come sia necessaria un’analisi sia a livello interno che a livello internazionale per comprendere appieno quali saranno gli effetti della transizione energetica e quali Stati potrebbero beneficiare di un futuro decarbonizzato.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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