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Islam

Il Corano come programma politico

Un Corano nella moschea Amr ibn El Aas del Cairo, Egitto [© Al Hussainy Mohamed - Flickr]

Gli islamisti pretendono di ripristinare pensiero e pratiche delle prime comunità islamiche e si appropriano dei testi sacri per costruire la loro concezione di un governo teo-democratico fondato sulla nozione di sovranità divina

Questo articolo è pubblicato in Oasis 25. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 15/04/2019 15:15:15

Non sono pochi quanti – musulmani e non-musulmani – tentano di leggere nel Corano un mandato specifico per la creazione di una particolare cultura politica o addirittura una determinata forma di governo. Il caso più emblematico è quello dei moderni islamisti, che pretendono di derivare dalle Scritture un intero sistema politico, considerandone l’instaurazione come la più urgente priorità per i musulmani dell’epoca moderna. Anche alcuni orientalisti sostengono l’idea per cui l’Islam conterrebbe una particolare teologia politica e il Corano imporrebbe ai musulmani una leadership religiosa e carismatica. Secondo tali studiosi, gli esempi tratti dalla storia sunnita che proiettano un’immagine diversa e più terrena del governante della città islamica oscurerebbero deliberatamente le tendenze politiche originarie e sovvertirebbero l’ideale coranico della guida legittima[1].

 

 

Nei primi due secoli dell’Islam l’espressione ulī ’l-amr era compresa primariamente come riferita alle persone istruite

 

 

Nel discorso politico prodotto sia da musulmani sia da non-musulmani per affermare l’esistenza di un ordine socio-politico stabilito dalla sharīa si cita spesso un particolare versetto del Corano – (4,59) – generalmente interpretato nel senso che i fedeli musulmani, purché non sia loro richiesto di violare un precetto religioso, dovrebbero obbedire senza esitazione ai loro governanti, intesi come i referenti dell’espressione coranica ulī ’l-amr (“coloro che detengono l’autorità”). Alcuni studiosi moderni si sono spinti al punto di affermare che questo versetto impedirebbe l’emergere di una cultura politica dinamica nelle società a maggioranza musulmana.

 

 

L’orientalista britannico Bernard Lewis, ad esempio, ha sostenuto con disinvoltura che Corano 4,59 insegnerebbe che «[…] il compito primo ed essenziale del suddito nei confronti del sovrano è l’obbedienza». E ha aggiunto: «Il dovere dell’obbedienza all’autorità legittima non è solo un semplice espediente politico: è un obbligo religioso, definito e imposto dalla Legge Sacra e fondato sulla rivelazione»[2].

 

 

In alcuni trattati politici musulmani medievali scritti dopo il IX secolo, tale versetto è spesso utilizzato come prova testuale a favore del quietismo politico e di una cultura dell’obbedienza all’autorità politica legittima. Tuttavia, è palesemente sbagliato affermare che si tratti di un’interpretazione indiscussa, la cui genealogia risalirebbe alle origini stesse dell’Islam, piuttosto che di uno sviluppo organico storicamente condizionato e determinato da specifiche circostanze politiche esterne. Come vedremo, quando i primi significati attribuiti a questo versetto sono confrontati con interpretazioni successive, incluse quelle moderne, emergono alcune importanti trasformazioni evolutive[3].

 

 

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Asma Afsaruddin, Il Corano come programma politico, «Oasis», anno XIII, n. 25, giugno 2017, pp. 14-21.

 

Riferimento al formato digitale:

Asma Afsaruddin, Il Corano come programma politico, «Oasis» [online], pubblicato il 19 giugno 2017, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/il-corano-come-programma-politico.

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