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Religione e società

Il meticciato all’oratorio

Oratorio di Locate a Ponte San Pietro (BG) - Foto: Kaptain [Public domain], da Wikimedia Commons

L’oratorio costituisce uno spazio d’incontro tipico della Chiesa italiana. Oggi coinvolge anche giovani di altre religioni, in particolare musulmani

Ultimo aggiornamento: 09/11/2018 09:50:31

Il testo è contenuto in "Raccontarsi e lasciarsi raccontare. Esperimenti di dialogo islamo-cristiano"Acquista l’e-book qui.

 

In uno degli oratori della zona 3 della città di Milano un bambino marocchino si è sentito male mentre giocava a calcio ed è morto poco dopo all’ospedale. Il salone dell’oratorio è stato messo a disposizione, su richiesta della famiglia, per la celebrazione del funerale. L’oratorio era infatti un punto di riferimento importante per la famiglia e luogo frequentato quasi quotidianamente dal bambino.

 

Questo episodio mostra la complessità dello scenario nel quale si situano molti spazi di aggregazione giovanile nella diocesi di Milano e, più in generale, legati alla Chiesa e alle organizzazioni cattoliche ovunque in Italia. Gli oratori operano ormai in un contesto profondamente interculturale e interreligioso e sono chiamati ad affrontare quotidianamente una realtà in continua evoluzione. Sono luoghi che possono offrire un contributo significativo nei percorsi d’integrazione di minori stranieri e, di conseguenza, delle loro famiglie.

 

Molti educatori locali si stanno interrogando su come affrontare questa trasformazione: prendere semplicemente atto delle trasformazioni oppure rileggere la propria identità e declinare in modo nuovo i propri fondamenti e i propri modi di agire. La speranza di monsignor Luca Bressan, responsabile per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi di Milano, è che gli oratori diventino luoghi ponte, terre di mezzo che, attraverso il meticciato di culture, consentano alla fede cristiana di conoscere sempre nuove forme per essere annunciata e vissuta, e per continuare a trasfigurare il mondo.[1]

 

Il dialogo interreligioso si articola a diversi livelli e in diverse forme. Uno di questi è il livello pastorale, il dialogo della vita: incontri tra persone di provenienze e religioni diverse che cercano di conoscersi, condividere e creare qualcosa di nuovo e inclusivo per tutti.

 

1. Perché sono importanti gli oratori

Nel contesto italiano, in particolare nel Centro-Nord, l’oratorio è rimasto nel tempo un luogo importante di socializzazione e un punto di riferimento per molti bambini e adolescenti, oltre che per le loro famiglie. Il fatto che la dimensione religiosa sia il cardine di tutte le attività che l’oratorio propone non sembra rappresentare un elemento discriminante per chi non è cattolico: lo dimostrano i numeri in crescita costante dei giovani di origine straniera che vi partecipano. L’oratorio nasce come struttura aperta a tutti, pronta ad accogliere anche chi esprime bisogni peculiari: esso è per sua natura in dialogo con il contesto locale nel quale è inserito ed è attivo protagonista nei cambiamenti che coinvolgono la comunità.[2]

 

Nel 2015 secondo la ricerca IPSOS “L’oratorio oggi”, commissionata dalla FOM (Federazione Oratori Milanesi) e da ODIELLE (Oratori Diocesi Lombarde), gli oratori in Lombardia erano 2.307. Nel 15% di questi si svolgono attività specifiche per gli stranieri. In media, infatti, almeno un bambino su dieci è straniero, e di questi un terzo è musulmano. In alcuni oratori delle diocesi di Cremona, Lodi e Milano i minori stranieri raggiungono percentuali vicine al 40-50%.[3]

 

Secondo la ricerca “Educare generando futuro. I minori di origine straniera in oratorio: dall’integrazione alla condivisione” a cura di ISMU, FOM, Caritas Ambrosiana e Ufficio Pastorale Migranti Diocesi di Milano, i ragazzi stranieri arrivano all’oratorio soprattutto grazie al doposcuola o ai corsi di lingua italiana, organizzati in genere per i genitori che spesso portano con sé i figli piccoli, o attraverso gli inviti di amici e compagni di scuola. Nel primo caso sono per lo più gli insegnanti della scuola a parlare ai ragazzi del doposcuola e dell’aiuto che esso potrebbe offrire per l’apprendimento della lingua e per un sostegno scolastico generale. Più rare sono le situazioni in cui il contatto nasce attraverso l’iscrizione dei ragazzi ai campi estivi.

 

Secondo la ricerca condotta dalla Caritas Ambrosiana[4] sui doposcuola nella diocesi di Milano, più del 40% dei giovani che li frequenta ha origini straniere, con punte del 90% nei quartieri più popolari di Milano. Questo dato supera il 50% nella città di Milano e nella zona di Lecco, mentre nelle altre parti della diocesi tale percentuale si attesta intorno al 30-35%. Nella sola diocesi ambrosiana sono presenti quasi 200 doposcuola, dove lavorano prevalentemente volontari: universitari, insegnanti e pensionati.

 

Il campo estivo è uno dei momenti cardine nella vita dell’oratorio. Offre infatti importanti occasioni di condivisione tra italiani e stranieri e di educazione a valori comuni a tutte le nazionalità e le religioni: l’amicizia, il rispetto dell’altro, l’onestà.[5]

 

L’indagine “Educare generando futuro” mette anche in luce come l’oratorio estivo risulti essere tra le attività maggiormente frequentate dai ragazzi di origine straniera: la loro percentuale si situa, infatti, attorno al 27%. Fatto 100 il totale dei ragazzi stranieri presenti negli oratori estivi, la percentuale di cattolici si attesta al 60,2%, i musulmani sono il 26,9% e i rappresentanti di altre confessioni cristiane sono il 10%.

 

È possibile anche che alcuni ragazzi di origine straniera, dopo i primi anni da “utenti di servizi”, diventino animatori, allenatori di una squadra sportiva o, più raramente, partecipino agli incontri di catechismo o di confronto e riflessione del gruppo adolescenti. In quest’ultimo caso, i momenti di preghiera non sono vincolanti per i ragazzi non cattolici. Come spiega Maurizio Ambrosini, infatti, «l’oratorio non viene percepito come luogo di indottrinamento cattolico. Alcuni lo frequentano solo per le attività sportive, per altri invece è anche un’occasione di impegno».[6] È quella che Paola Bonizzoni chiama “inclusione non partecipante”: «I ragazzi hanno la possibilità di fare comunque un’esperienza di spiritualità e di riflessione che trascende (in quanto universale e connaturata alla natura umana) la specificità (e la padronanza) del linguaggio cattolico».[7] Don Andrea Plumari, della parrocchia di Precotto, spiega come si pongono davanti ai momenti di preghiera i frequentatori dell’oratorio non cattolici: alcuni partecipano ma senza pregare, mentre altri non vi prendono parte, forse per evitare problemi con la famiglia.

 

Nel corso degli anni ho avuto sia chi diceva: «Sì, vengo in cappella ma non prego», perché non voleva sottolineare una differenza, sia chi preferiva stare fuori dalla chiesa. A questi affidavo lavoretti. Nella maggior parte dei casi, preferiscono dire «Vengo in chiesa e non prego» per sentirsi come gli altri. Mi è capitato soltanto un caso di un ragazzo che mi ha detto: «Don, non vengo più in chiesa perché poi le preghiere mi rimangono in testa e mi sento a disagio, non farmi più venire».[8]

 

In poco più della metà degli oratori che compongono il campione della ricerca “Educare generando futuro” ci sono animatori di origine straniera (52%), mentre il 44,4% delle parrocchie ha responsabili stranieri negli ambiti relativi alla pulizia e alla manutenzione, anche se in questo caso si tratta di adulti. Più scarsa è invece la partecipazione di immigrati nei consigli pastorali (23,5%) o tra i catechisti (19%). Anche la quota di educatori (13,4%) e di allenatori sportivi (12,9%) risulta relativamente modesta.

 

Le famiglie intervistate, italiane e straniere, anche non cattoliche, considerano l’oratorio un luogo di educazione e accudimento, uno spazio sicuro, in cui è chiesto il rispetto delle regole e vengono forniti stimoli positivi. Salvo rari casi, esse non ritengono che la connotazione religiosa sia un problema per il proprio figlio. L’approccio dominante nei confronti delle attività parrocchiali è spesso di carattere strumentale: l’oratorio sopperisce al bisogno di cura e di educazione. Sarebbe interessante capire se, qualora esistessero strutture simili nelle comunità religiose di appartenenza, i ragazzi stranieri si orienterebbe verso quelle piuttosto che verso gli oratori, che hanno però il valore aggiunto di offrire la possibilità di stare con coetanei italiani.

 

Quanto alla partecipazione delle famiglie alle iniziative parrocchiali, esse hanno un ruolo attivo nella fase di “contatto” iniziale, quando iscrivono il figlio al doposcuola o all’oratorio estivo, ma sono meno coinvolte nelle fasi successive: i livelli di partecipazione, infatti, sono molto bassi. Sempre secondo la ricerca “Educare generando futuro”, nessuna attività/iniziativa vede il coinvolgimento di più del 7% delle famiglie immigrate. Chi si lascia coinvolgere è impegnato perlopiù nelle attività caritative e missionarie (6,3%), nel gruppo famiglie (6,2%) e nelle attività ricreative e culturali (5,2%).

 

Quanto alla proposta educativa dell’oratorio, gli intervistati per la ricerca “Educare generando futuro” concordano su due punti: la presenza di ragazzi stranieri non cattolici nelle attività delle parrocchie stimola l’innovazione, è occasione di conoscenza reciproca e fa sorgere la necessità di una formazione specifica per educatori, catechisti e animatori. La maggior parte di questi ultimi è tuttavia restio a partecipare alle (poche) attività di formazione organizzate sul tema dell’immigrazione e della multiculturalità, come dimostra l’indagine.

 

2. Buone pratiche, grandi fatiche

Lo scenario fin qui presentato può apparire complesso e in un certo modo scoraggiante. Esistono però in Lombardia e Piemonte esperienze di riflessione sul tema e nuove proposte più o meno articolate. È il caso della “Fabbrica dei Sogni”, un progetto educativo per ragazzi stranieri nato a Bergamo nel 2000 da un’intuizione di alcuni adulti della parrocchia di San Giorgio. Con il sostegno dei padri gesuiti, essi hanno deciso di aprire un centro per ragazzi immigrati al fine di rispondere al bisogno di accoglienza e solidarietà. Avviato come doposcuola, il centro è cresciuto negli anni fino a diventare una struttura educativa a tutti gli effetti frequentata quasi quotidianamente da più di 150 ragazzi e ragazze di oltre trenta nazionalità. Pur non essendo un vero e proprio oratorio, il tema religioso non è escluso: «Gli adolescenti si confrontano sulle questioni calde della loro età e nei dibattiti emerge il valore della fede di ciascuno» raccontano gli educatori.[9]

 

C’è poi il progetto “Alla scoperta di Cremona. Un’esperienza di animazione educativa per l’integrazione dei minori stranieri immigrati”, realizzato dalla Fondazione ISMU nell’estate 2008, in collaborazione con la Fabbrica del Talento dell’Università Cattolica di Milano e la diocesi di Cremona. L’iniziativa prevedeva attività di animazione organizzate con il coinvolgimento dei GREST (oratori estivi) cremonesi, con l’obbiettivo di far scoprire e raccontare la città ai ragazzi stranieri, mentre ai “cremonesi” nativi consentiva di assumere un punto di vista diverso da quello quotidiano, per riscoprire e riraccontare il proprio territorio.

 

Nel quartiere di Precotto, a Milano, nei locali dell’oratorio si tiene il doposcuola due volte alla settimana e il corso di italiano per stranieri, in collaborazione con l’associazione Monserrat. L’idea di fondo è che ognuno sia accolto nel rispetto delle proprie esigenze. Su questa base un paio di anni fa era stato organizzato un corso di italiano per sole donne, musulmane e cristiane: i mariti non volevano che le mogli frequentassero i corsi tenuti da insegnanti uomini. Don Andrea Plumari, coadiutore nella parrocchia, sottolinea comunque l’uso strumentale dell’oratorio da parte delle famiglie straniere. Le attività feriali vedono una grande partecipazione di bambini di origine straniera e, tra loro, ci sono molti musulmani. Nell’estate del 2015 due animatori erano musulmani[10] e, poiché in quel periodo digiunavano per il Ramadan, è stato organizzato un momento in cui potessero raccontare agli altri educatori la loro esperienza e il suo significato. Don Andrea racconta come, nonostante fossero musulmani, si siano sentiti accolti nella proposta cristiana dell’oratorio: «La vita vince sulle paure e i pregiudizi perché si sta insieme».[11]

 

Vista la coincidenza temporale dell’oratorio estivo con il Ramadan, quell’anno in Lombardia è stata lanciata un’importante iniziativa, promossa dagli Uffici della Pastorale dei Migranti delle Diocesi Lombarde in accordo con gli Uffici di pastorale giovanile. Il progetto prevedeva:

 

-          L’organizzazione di un iftâr condiviso (il pasto/rito di rottura del digiuno all’ora del tramonto) in oratorio (o presso il vicino Centro Culturale Islamico, in una piazza, nel cortile di un condominio...), in collaborazione con gruppi di cittadini di religione musulmana;

-          la promozione di un’esperienza di digiuno della durata di una giornata, nella quale sentirsi maggiormente prossimi a chi stava vivendo il mese di Ramadan e che avrebbe potuto concludersi con la condivisione dell’iftâr;

-          la visita al più vicino Centro Culturale Islamico;

-          la raccolta di testimonianze legate al Ramadan (nel Paese di origine, in terra di emigrazione, la prima volta in cui è stata fatta questa esperienza), il menù tipico dell’iftâr o la ricetta di qualche dolce tipico;

-          la preparazione e il recapito degli auguri per la Îd al-fitr, la festa di fine Ramadan;

-          la ricerca sul calendario islamico delle date dei successivi Ramadan e degli orari della preghiera.[12]

 

Simili iniziative vengono organizzate già da alcuni anni anche nella città di Torino. Ogni anno in via Saluzzo, nel quartiere di San Salvario, viene organizzato un iftâr aperto alla cittadinanza, un’iniziativa promossa dall’ACIST (Associazione Culturale Islamica di San Salvario Torino) con il sostegno dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia (GMI) e dell’Associazione culturale Azeytuna.

 

Sempre a Torino è significativa l’esperienza dell’associazione ASAI (Associazione Salesiana di Animazione Sociale), nata oltre vent’anni fa nell’ambito dell’Oratorio Salesiano San Luigi, nel quartiere di San Salvario, e poi diventata autonoma. L’obbiettivo iniziale dell’associazione era incontrare ragazzi stranieri e farli interagire con gli italiani. Intorno ad ASAI si sono radunate, fin dall’inizio, persone appartenenti a religioni diverse, anche atei, che hanno scelto di portare avanti un discorso pedagogico di tipo laico e inclusivo. Presso la sede di ASAI si svolgono celebrazioni cattoliche a Natale e Pasqua, una domenica al mese la sede diventa punto di ritrovo per i buddhisti bengalesi, i musulmani sunniti vi festeggiano l’inizio e la fine del Ramadan e gli sciiti la festa per la nascita di ‘Alî. ASAI ha inoltre contatti con le moschee della zona, con la scuola ebraica del quartiere, i valdesi e le parrocchie del territorio, e partecipa ad alcuni tavoli di confronto su questioni sociali. Ogni estate ASAI, insieme ad alcuni oratori, organizza “l’oratorio mobile” al Parco del Valentino, costituito da tre tendoni e un camper. L’esperienza è nata dalla richiesta della circoscrizione e delle forze dell’ordine di avere un presidio animato di mediazione in una zona di forte spaccio e criminalità. Qui ASAI organizza laboratori e tornei. Dopo qualche tempo si è creato un clima di rispetto anche con chi vende o fa uso di droghe: gli spacciatori si allontanano per fare i loro affari, ma non dicono di no alla possibilità di fare due chiacchiere o due tiri al pallone.

 

Il Sermig-Arsenale della Pace è un’altra realtà che a Torino lavora da anni nell’ambito delle relazioni interculturali e interreligiose. Nel 2007 il Sermig ha creato l’Arsenale della Piazza, uno spazio animato di incontro e gioco, nato su richiesta di alcune mamme italiane che chiedevano sicurezza per i propri figli che giocavano nella zona. A differenza di ASAI, il Sermig ha una forte impronta cattolica e, nelle parole dell’educatore Alberto Rossi, «il rispetto rivolto agli operatori e alla struttura deriva anche dal fatto che ci si rende conto che facciamo quello che facciamo perché mossi da valori cristiani».[13] Motivare cristianamente il perché dell’accoglienza – sottolinea anche don Andrea Pacini riportando le parole del cardinale Carlo Maria Martini – permette di spiegare la carità assistenziale che altrimenti rischierebbe di essere muta.[14] Il coinvolgimento delle famiglie è un aspetto importante: se il Sermig esiste, è grazie anche al loro sostegno.

 

Un’ultima esperienza torinese degna di nota è quella del DIR, il progetto di dialogo interreligioso dell’agenzia formativa Casa di Carità Arti e Mestieri. Il progetto parte dalla realtà di classi miste per la formazione professionale e dalle richieste di ragazzi provenienti da contesti religiosi diversi di conoscere le comunità e le fedi presenti a Torino. La Casa di Carità propone alcune ore di formazione sul dialogo interreligioso finalizzate a far conoscere progetti e realtà che si occupano di questo tema sul territorio torinese e offrire agli stranieri non cattolici dei punti di riferimento. Il progetto ha visto la collaborazione dell’Ufficio di Pastorale Migranti, la moschea di via Saluzzo, la sezione locale dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia e la Chiesa ortodossa romena di via Accademia Albertina.

 

3. Un supplemento di cultura

Per la buona riuscita di queste iniziative è molto importante la presenza di educatori capaci di accompagnare nel rispetto valorizzando le differenze. A questo proposito diventa sempre più urgente organizzare percorsi di formazione anche su temi molto specifici quali la legislazione e la regolamentazione dell’immigrazione e, dal punto di vista religioso, l’Islam e le sue diverse correnti. Già il cardinal Martini nel documento Noi e l’Islam del 1990 metteva in guardia contro il conflitto e il relativismo disinformato. Il fenomeno, infatti, va conosciuto – precisava – per evitare «uno zelo disinformato che può esprimersi sia attraverso atteggiamenti di chiusura pregiudiziale sia – più sovente – attraverso atteggiamenti superficiali che in nome di un generico ottimismo non colgono la complessità delle questioni e i problemi. La posizione corretta è un serio sforzo di conoscenza, un supplemento di cultura».[15] Come sottolinea don Andrea Pacini, l’obbiettivo di questi percorsi di formazione dovrebbe essere quello di «fornire una conoscenza in grado di impedire il cristallizzarsi di pregiudizi e atteggiamenti conflittuali o irenici (in entrambi i casi espressione di zelo disinformato), per dare quel minimo di conoscenza che permetta di entrare in rapporto con l’altro in modo efficace (conoscendo l’essenziale che riguarda la religione e la cultura altrui e le questioni problematiche in rapporto alla propria cultura e fede religiosa)».[16]

 

Il documento “Musulmani all’oratorio” dell’Ufficio CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso considera l’opportunità di invitare imam locali per fornire agli educatori strumenti utili a una migliore conoscenza e comprensione dei ragazzi: «Il dialogo interreligioso e interculturale, infatti, esigono la conoscenza della propria e dell’altrui religione».[17]

 

È importante, però, proporre anche momenti di formazione sul Cristianesimo per le famiglie straniere, non con l’obbiettivo di convertirle, ma per far loro conoscere i valori che stanno alla base del “servizio di cui usufruiscono”. Questo in alcune realtà avviene già, come ha raccontato all’International Journalism Festival di Perugia 2015 monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: «Molte famiglie di immigrati, ad esempio, si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica per una finalità di tipo culturale, per conoscere la cultura del Paese in cui si trovano».[18]

 

Le esperienze raccontate sono molto significative, ma mettono anche in evidenza una problematica ampiamente diffusa in Italia: la mancanza di accompagnamento da parte delle istituzioni e l’iniziativa lasciata troppo spesso ai singoli.

 

Da ultimo, sarebbe opportuno considerare l’oratorio un luogo di integrazione non solo per i ragazzi, ma anche per le loro famiglie, che dovrebbero essere maggiormente coinvolte anche rispetto alla responsabilità educativa condivisa. Spesso – sostengono i responsabili di alcuni oratori – non vengono implicate perché si teme di essere invadenti. Questo però fa sì che si perdano occasioni importanti per creare nuove relazioni.

 

Il testo è contenuto in "Raccontarsi e lasciarsi raccontare. Esperimenti di dialogo islamo-cristiano", realizzato nell'ambito del progetto di ricerca "Conoscere il meticciato, governare il cambiamento" con il contributo di Fondazione Cariplo. Acquista l’e-book qui.

 


[1] ISMU, FOM, Caritas Ambrosiana e Ufficio Pastorale Migranti Diocesi di Milano, “Educare generando futuro. I minori di origine straniera in oratorio: dall’integrazione alla condivisione”, Milano 2014, p. 4.

[2] Ibidem.

[3] ISMU, “Progetto Oratorinsieme”, Milano 2014.

[4] Caritas Ambrosiana, I doposcuola parrocchiali nella diocesi di Milano, Milano 2010.

[5] Laura Badaracchi e Claudio Urbano, Se in oratorio arriva lo straniero, «Popoli» 4, vol. 96 (aprile 2011).

[6] Ibidem.

[7] Paola Bonizzoni, Incroci. Traiettorie di socialità di adolescenti italiani e stranieri in un oratorio milanese, in Maurizio Ambrosini, Paola Bonizzoni, Elena Caneva (a cura di), Incontrarsi e riconoscersi. Socialità, identificazione, integrazione sociale tra i giovani immigrati, Fondazione ISMU, Milano 2011, p. 120.

[8] Intervista a cura dell’autrice, 20 ottobre 2015.

[9] Laura Badaracchi e Claudio Urbano, Se in oratorio arriva lo straniero, p. 41.

[10] Il documento redatto dalla CEI, I musulmani in oratorio, mette in guardia rispetto alla chiarezza dei ruoli: «Non tutti i ruoli sono disponibili a tutti poiché non comportano responsabilità identiche in ordine alla “missione”: il ruolo dell’educatore o dell’animatore, nel senso pieno del termine, implicano l’identità, la formazione, l’impegno di vita cristiani e la piena condivisione del progetto pastorale. Il ruolo del mediatore culturale, invece, può essere svolto anche da non-cristiani o non-credenti che aiutano a conoscere e dialogare con altre culture/religioni» (p. 2).

[11] Intervista a cura dell’autrice, 20 ottobre 2015.

[12] Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, Rapporto Immigrazione 2014, Edizioni Tau, Roma 2014.

[13] Ibidem.

[14] Andrea Pacini, Il dialogo interreligioso e le relazioni islamo-cristiane in Italia: linee di sviluppo e prospettive, Relazione presentata al Convegno “L’islam in Italia. Appartenenze religiose plurali e strategie diversificate”, Torino, 2-3 dicembre 2004, p. 10.

[15] Andrea Pacini, Il dialogo interreligioso e le relazioni islamo-cristiane in Italia, p. 11.

[16] Ibidem.

[17] CEI, I musulmani in oratorio, p. 2.

[18] http://bit.ly/2vFg5CL.

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