Non sono più tanto le regioni nord-atlantiche ad attirare il maggior numero di stranieri, ma i Paesi emergenti, che imprimono una direzione inedita ai movimenti globali della forza lavoro.

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Ultimo aggiornamento: 23/07/2024 15:16:06

Quando il lavoro manca. Contro le previsioni di pochi anni fa, le migrazioni mondiali stanno cambiando destinazione e forma. Non sono più tanto le regioni nord-atlantiche ad attirare il maggior numero di stranieri, ma i Paesi emergenti, che imprimono una direzione inedita ai movimenti globali della forza lavoro.

 

La persistente crisi economica e finanziaria, iniziata nel 2007-2008 come crisi del sistema bancario e finanziario statunitense, rende incerte le previsioni sulle migrazioni nel medio termine (fino al 2020). Cinque anni fa la maggior parte degli analisti prevedeva che le migrazioni verso i Paesi ad alto reddito sarebbero continuate a crescere vigorosamente. Tuttavia, la massiccia distruzione di posti di lavoro provocata dal prolungarsi della crisi ha segnato una battuta d’arresto del saldo migratorio in molti dei maggiori Paesi d’immigrazione della regione nord-atlantica. Nel complesso, i flussi migratori, in grande crescita nei due decenni precedenti alla crisi, hanno grandemente rallentato, registrando spesso un calo notevole sia dell’immigrazione legale che di quella clandestina[1].

 

Non tutti i Paesi ricchi hanno sperimentato cali simili. I Paesi tradizionalmente meta di immigrazione, cioè i Paesi anglofoni che si sono costituiti, sono cresciuti e continuano a crescere in maniera significativa attraverso l’immigrazione (Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda), hanno mantenuto durante la crisi un numero elevato di ingressi regolari di immigrati. Inoltre, salvo alcune eccezioni, i flussi di immigrati in uscita dai Paesi ad alto reddito sono stati piuttosto modesti. La quantità complessiva di migranti ha continuato ad aumentare come effetto dell’aumento del numero dei Paesi interessati da una maggiore immigrazione o che stanno diventando meta di immigrazione.

 

Non è chiaro quanto durerà l’impatto della crisi economico-finanziaria nella regione nord-atlantica e se i flussi migratori verso il mondo ad alto reddito potranno tornare (e quanto rapidamente) a essere consistenti. Le ragioni che impongono una certa cautela nel rispondere a queste domande sono evidenti se si guarda all’ampiezza e alla profondità della distruzione dei posti di lavoro iniziata nel 2007.

 

Distruzione dei posti di lavoro[2]

 

Gli Stati Uniti sono stati l’epicentro di un’emergenza del mercato del lavoro che ha assunto dimensioni mai viste dopo la Grande Depressione. Nonostante l’occupazione non-agricola sia cresciuta di 5,7 milioni rispetto al suo punto più basso raggiunto tre anni fa (febbraio 2010), da allora l’economia statunitense è cresciuta in maniera anemica: +2,4% nel 2010, +1,8% nel 2011, e +2,2% nel 2012 (U.S. Bureau of Economic Analysis e U.S. Bureau of Labor Statistics). Inoltre, dei nuovi posti di lavoro, solo un ammontare compreso tra 1,2 e 1,4 milioni l’anno va ad assorbire le richieste di quanti entrano per la prima volta a far parte della forza lavoro. Di conseguenza, solo una modesta percentuale dei nuovi posti di lavoro – meno di due milioni in totale negli ultimi tre anni – contribuisce a ridurre il colossale esercito dei disoccupati e dei sottoccupati.

 

Negli Stati Uniti oltre 22 milioni di persone, pari a più del 14% della forza lavoro, sono ancora disoccupati o sottoccupati. La percentuale degli uomini con un lavoro ha raggiunto il livello più basso dal 1948, cioè da quando il Dipartimento del Lavoro statunitense ha iniziato a raccogliere questi dati. A febbraio 2013 il 40% dei disoccupati era senza lavoro da 27 o più settimane, ciò che aumenta la probabilità di un deterioramento delle loro capacità. Questo fatto crea l’apparente paradosso per cui mentre un grande numero di lavoratori resta disoccupato, molti posti di lavoro rimangono vacanti a causa del crescente divario tra le competenze disponibili e le competenze richieste dai datori di lavoro[3]. I più colpiti sono i lavoratori sopra i 55 anni, che restano disoccupati più a lungo rispetto agli altri gruppi di età e hanno maggiori difficoltà a trovare un lavoro con una retribuzione simile a quella precedente[4]. Inoltre, gli investimenti in tecnologie che durante le recessioni permettano di incrementare la produttività risparmiando sulla manodopera riducono l’offerta di lavoro nel post-recessione, creando un fenomeno noto come jobless recovery (ripresa senza occupazione). Accade nei periodi successivi alle recessioni, quando l’economia ricomincia a crescere, talvolta in maniera vigorosa, ma per un po’ di tempo non produce nuovi posti di lavoro. Inoltre, il periodo necessario perché i tassi di disoccupazione ritornino ai livelli pre-recessione sono diventati più lunghi nel corso delle ultime tre recessioni. Un esempio illustra bene il punto: nonostante un minor numero di lavoratori (146 milioni nel dicembre 2007 contro i 143 milioni del dicembre 2012) gli Stati Uniti hanno un PIL molto più alto oggi di cinque anni fa: 15.700 miliardi di dollari rispetto ai 14.000 miliardi di dollari nel 2007[5].

 

Ma la preoccupazione per i dati sull’occupazione non si limita agli Stati Uniti. A distanza di cinque anni dai primi segnali, nel mercato americano dei mutui, del disagio che avrebbe poi portato alla crisi finanziaria mondiale e tre anni dopo l’inizio di una lenta ripresa nelle economie più avanzate, la crisi occupazionale europea è anche più grave di quella degli Stati Uniti. In America infatti la recessione è stata meno profonda e la ripresa più rapida di quella di altre economie avanzate colpite dalla crisi finanziaria. Nel gennaio 2013 26,2 milioni di persone nei 27 Stati membri dell’Unione Europea erano disoccupate, 1,8 milioni in più rispetto all’anno precedente[6]. La situazione è ancora più seria se si considerano tutti gli aspetti dell’emergenza economica: nel 2011 42,6 milioni di lavoratori dell’UE risultavano disoccupati o sottoccupati[7].

 

Cicatrici economiche

 

Inoltre in molti Paesi dell’UE la disoccupazione giovanile è estremamente elevata e continua a crescere. Le conseguenze potenziali di questo fenomeno sono preoccupanti. Tra queste, due sono particolarmente rilevanti: le “cicatrici economiche” di lungo termine, che spesso pregiudicano il reddito di quanti hanno trovato un lavoro o hanno conservato il proprio lavoro nel corso di una recessione; il rischio di disordini sociali provocati dal fatto che il fascino delle ideologie estremiste tende ad aumentare tra persone con scarse prospettive. Inoltre, quando i giovani con poche speranze si radicalizzano è facile che mantengano posizioni estremiste per periodi più lunghi, sollevando lo spettro di una “generazione perduta” sia in termini sociali che economici.

 

Se molti milioni di lavoratori in Nord America e nell’Unione Europea sono stati colpiti dalla crisi, la sofferenza si diffonde tra i gruppi in maniera non uniforme. Gli uomini, i lavoratori giovani e soprattutto i giovani immigrati e i membri di gruppi minoritari hanno pagato il prezzo più alto. Negli Stati Uniti, ispanici, neri, lavoratori di mezza età e adolescenti sono stati colpiti più duramente rispetto ad altri gruppi. In Europa, a subire le conseguenze economiche ed occupazionali più gravi tra gli immigrati e i gruppi di origine straniera sono stati gli andini e i maghrebini in Spagna, i bengalesi, i pakistani e i portoghesi nel Regno Unito e la maggior parte degli immigrati in Grecia[8].

 

Le ragioni che rendono tali gruppi sistematicamente più vulnerabili degli altri sono diverse:

1) minori competenze (identificabili): in genere gli immigranti hanno livelli di competenze più bassi o competenze più difficili da riconoscere o tradurre nell’economia locale. Questi svantaggi sono aggravati da una scarsa padronanza della lingua.

2) Minore esperienza lavorativa e impiego precario: i lavoratori giovani, gli immigranti e le minoranze svantaggiate hanno spesso una minore esperienza lavorativa e, in modo più o meno formale, sono soggetti alla regole “dell’ultimo assunto/primo licenziato”. Di conseguenza il loro lavoro tende a essere più precario rispetto agli altri gruppi. Si trovano cioè a svolgere attività che si espandono e si contraggono secondo il ciclo della domanda. Le enormi perdite, in diversi Paesi, di posti di lavoro nel settore dell’edilizia e in alcuni segmenti del settore dei servizi (vendite e servizi di accoglienza) ne sono una dimostrazione diretta.

3) Scarsa formazione: solitamente i datori di lavoro investono poco nella formazione di questi lavoratori, ciò che li rende maggiormente sacrificabili e dà loro minori probabilità di trovare nuove occupazioni.

4) Settore occupazionale: molti dei lavoratori in difficoltà lavoravano per lo più nei settori colpiti più duramente dalla crisi. Negli Stati Uniti e in Spagna, per esempio, lo scoppio della bolla immobiliare ha portato al collasso del settore edilizio, che era fonte di occupazione per un gran numero di immigrati, molti dei quali clandestini. Negli Stati Uniti, durante la crisi il settore edilizio ha perso 2 milioni di posti di lavoro e ha iniziato a mostrare segni non contrastanti di una lenta ripresa solo negli ultimi sei mesi: da quando ha toccato il suo minimo occupazionale, nel gennaio 2011, l’industria edilizia ha recuperato solo 349.000 posti di lavoro[9].

 

Movimenti globali

 

La Grande Recessione e i suoi effetti persistenti nella regione nord-atlantica hanno portato molti studiosi, incluso chi scrive, a riesaminare le ipotesi relative alla traiettoria delle immigrazioni in molte società industriali avanzate, e in particolare nell’Unione Europea. Nei vent’anni che hanno preceduto la recessione, l’emigrazione verso molti degli Stati membri dell’UE è cresciuta a un ritmo senza precedenti. In Spagna, per esempio, il numero di immigrati è salito in circa quindici anni da pochi punti percentuali al 14% della popolazione. Una crescita eccezionalmente veloce si è verificata anche in Finlandia, Irlanda, Regno Unito, Grecia e Italia. In tutti i casi, i rapidi tassi di crescita hanno concesso poco tempo a questi Paesi per adeguare il loro quadro giuridico e istituzionale e integrare in maniera efficace i nuovi arrivati. Ma soprattutto, la velocità con la quale è aumentata l’immigrazione e il notevole entusiasmo[10] dimostrato nei suoi confronti da alcuni governi non ha dato alla gente comune la possibilità di adattarsi ai numerosi cambiamenti che l’immigrazione implica. Questo, a sua volta, ha creato in diversi Paesi un terreno fertile per una reazione negativa nei confronti dell’immigrazione, come si è visto con la crescita di partiti nazionalisti con programmi fortemente, anche se spesso selettivamente, anti-immigrazione, in particolare contro i musulmani. La crisi economica non ha fatto altro che acuire quella reazione.

 

A ben vedere, nel complesso le migrazioni internazionali hanno continuato ad aumentare. Ma tale aumento si è verificato per lo più nelle economie a medio reddito e in particolare in quelle emergenti, come Brasile, Russia, India, Cina ma anche Sud Africa, Messico, Turchia, Indonesia e molti altri Paesi del Sud-Est asiatico. La ragione principale di questa tendenza è facilmente comprensibile. Mentre molti Paesi ricchi hanno continuato a lottare con tassi di disoccupazione da record, in molti Paesi a medio reddito la disoccupazione è in calo. Infatti gran parte del mondo “in via di sviluppo” cresce a un tasso superiore, e nella maggior parte dei casi molto superiore, rispetto a quello del mondo più sviluppato. Il centro di gravità dell’economia mondiale si sposta verso l’Asia, che oggi rappresenta il 34% dell’attività economica mondiale ma che secondo le previsioni genererà nel 2034 circa il 57% della produzione mondiale (OCSE 2010) e i Paesi a medio reddito sono destinati a diventare poli di attrazione sempre più importanti per gli immigrati, per una somiglianza in termini di competenze richieste e per un’affinità rispetto ai Paesi d’origine.

 

Una classe media in espansione

 

Entro il 2030 si prevede che la classe media globale crescerà di quasi il 150%, da 1,85 miliardi circa nel 2009 a 4,9 miliardi. L’ondata più consistente è prevista in Cina, India, Indonesia, Vietnam, Tailandia e Malesia. La rapidità e la durata della crescita prevista in questi Paesi porterà probabilmente la componente asiatica della classe media mondiale dall’attuale 30% a oltre il 60%[11]. Questi Paesi tuttavia non sono gli unici a sperimentare una rapida crescita della classe media. Anche Russia, Messico e Turchia, così come Brasile, Cile, Sud Africa e molti altri Paesi latino-americani e africani, stanno registrando elevati tassi di crescita della classe media. Inoltre la classe media attiva[12], un parametro distinto e spesso anticipatore dell’aumento della classe media, rappresenta secondo l’ILO oltre il 40% della forza lavoro nel mondo in via di sviluppo e si prevede che possa raggiungere il 50% entro il 2017[13].

 

Una classe media in crescita ha implicazioni molto importanti per la crescita economica e di conseguenza per le migrazioni internazionali. Tra queste implicazioni vi è il fatto che le classi medie chiedono e consumano più beni e servizi. Questo fatto, a sua volta, stimola la crescita economica e attira gli investitori stranieri, desiderosi di acquisire quote importanti di una classe di consumatori in espansione. Nella misura in cui crescono le classi medie, aumentano anche le aspettative legate al rispetto dello Stato di diritto e alla trasparenza istituzionale, dal momento che esse desiderano mantenere la nuova condizione economica e sociale. E con l’aumento dei redditi delle persone, si espande il mercato dei servizi personali di ogni tipo. Con l’ascesa professionale dei lavoratori indigeni si forma gradualmente un vuoto che i lavoratori immigranti sfruttano rapidamente. Questi fenomeni sono di regola le premesse dell’immigrazione.

 

Le nuove forme della migrazione

 

Il periodo post-crisi sarà carico di incertezze e le domande che metterà sul tavolo saranno molte di più di quelle a cui si può dare una risposta definitiva. Tuttavia ci sono probabilmente elementi sufficienti per prevedere come evolverà la situazione. Per esempio, è improbabile che la crescita dell’immigrazione verso i Paesi dell’UE ad alto reddito ritorni ai livelli pre-crisi. È invece molto più probabile che i livelli saranno più moderati e che chi attualmente lavora adegui le proprie aspettative rispetto alla durata del lavoro, all’assistenza sociale su cui potrà probabilmente contare, e ai lavori che sarà disposto a fare piuttosto che “appaltarli” a nuovi immigrati. Inoltre, considerando le “tossine” politiche che l’immigrazione rilascia in alcuni Paesi, è importante chiedersi se alcune società industriali avanzate possano essere arrivate a un punto di svolta in materia d’immigrazione tale da dover prevedere un periodo in cui la domanda di immigrati qualificati supererà quella di immigrati poco qualificati.

 

Certo, una volta ripartita la crescita, la domanda di lavoratori immigrati con poche competenze formali dipenderà moltissimo da come si comporteranno sul mercato del lavoro i gruppi di lavoratori che si trovano spesso ai margini. Tra questi, i lavoratori meno istruiti, i lavoratori demotivati, i poveri urbani, i lavoratori svantaggiati e diversamente emarginati (molti dei quali sono minoranze), le donne disoccupate che vorrebbero tornare a lavorare, i prepensionati che ritornano a lavorare, i lavoratori anziani che posticipano la pensione, o quanti possono aver rifiutato certi tipi di lavoro perché fisicamente troppo onerosi o socialmente sgradevoli. Collettivamente, le scelte che fanno questi gruppi contribuiranno a determinare il numero degli immigranti di cui i Paesi riceventi avranno “bisogno” nei prossimi anni; incideranno anche le decisioni dei governi, dei datori di lavoro e dei singoli individui in merito all’economia, al mercato del lavoro e al welfare.

 

Alcuni dei motori primari della migrazione non cambieranno. I baby boomers possono andare in pensione più tardi di quanto inizialmente previsto, ma l’invecchiamento continuerà a generare una domanda di immigrati sia per lavorare sia per pagare le tasse necessarie a sostenere il welfare e gli anziani. Il flusso di nuovi lavoratori nei Paesi con tassi di fertilità stabilmente bassi, come la Spagna e la Germania, crescerà però più lentamente e questo fatto, insieme all’invecchiamento della popolazione, eserciterà una pressione crescente sui lavoratori. Di conseguenza gli indici di dipendenza degli anziani[14] aumenteranno ancora. Nei Paesi ricchi i sistemi di istruzione e formazione continueranno a combattere per intercettare la domanda del mercato del lavoro dal momento che nessun Paese può anticipare in maniera soddisfacente la domanda futura di competenze, né sviluppare industrie nazionali specializzate e competitive facendo esclusivo affidamento sui talenti coltivati in patria. La sfida dei policymaker diventa perciò offrire risposte politiche credibili in un periodo di grande incertezza e di disoccupazione persistentemente elevata, impegnandosi nello stesso tempo nella ricerca di competenze globali e garantendo l’apertura e la tolleranza che permettono la competitività nel lungo periodo.

 

Il differenziale di opportunità

 

Nel frattempo, alcune forme di migrazione hanno continuato a crescere e probabilmente cresceranno ancora più rapidamente nei prossimi anni. La maggior parte di queste sono una risposta a quel differenziale di opportunità tra i Paesi che rappresenta il principale motore dell’immigrazione. Tali forme possono essere riassunte come segue.

1) L’emigrazione dai Paesi ad alto reddito aumenterà a causa delle difficoltà economiche. Parte di essa sarà diretta verso le ex-colonie, dove le opportunità sono aumentate. I flussi da tenere sott’osservazione sono quelli da Paesi come l’Irlanda e gli Stati mediterranei dell’Unione Europea che, reduci da tradizioni secolari di emigrazione, sono diventati in poco più di un decennio importanti attori dell’immigrazione. Ora però sembrano ritornare al loro modello storico.

2) I flussi migratori bilaterali tra i Paesi ad alto reddito e dai Paesi ad alto reddito verso quelli a medio reddito e in rapida crescita cresceranno geometricamente. Le migrazioni tra i Paesi ad alto reddito si verificano da generazioni e rappresentano circa un quarto di tutte le migrazioni[15]. Le disposizioni dell’Unione Europea sulla libera circolazione e, di fatto, l’apertura dei Paesi più ricchi all’immigrazione da Paesi con livelli di sviluppo simili indicano che tali movimenti continueranno a crescere. Anche la migrazione Nord-Sud, che nel 2012 riguardava circa 13 milioni di persone[16], aumenterà fortemente, in particolare nei Paesi a medio reddito in rapida crescita, trasformandoli nei futuri snodi dell’immigrazione (questi Paesi ospitano già un numero consistente di immigrati provenienti dai Paesi vicini a basso reddito). In effetti, lo sforzo di molti Paesi a medio reddito per attirare immigrati qualificati dal Nord del pianeta è ben avviato e mira innanzitutto a incentivare il rimpatrio dei propri espatriati attraverso agevolazioni fiscali e concessioni valutarie, opportunità di ricerca e altri incentivi. I Paesi puntano inoltre ad attrarre le imprese multinazionali attraverso incentivi simili, come anche attraverso la disponibilità di una riserva di lavoratori ben preparati senza i molti vincoli in materia d’immigrazione dei Paesi ad alto reddito. Tali Stati inoltre garantiscono la disponibilità di una nuova e sempre più consistente classe media, desiderosa di acquistare i prodotti delle imprese multinazionali.

3) Gli immigrati qualificati saranno sempre più ambiti. Le abilità e le competenze sono già considerate in tutto il mondo “la risorsa fondamentale” e la loro ricerca si sta di conseguenza intensificando. Le politiche sull’immigrazione in molti Paesi ad alto reddito sono particolarmente attente al reclutamento di laureati altamente qualificati, in particolare con diplomi in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica rilasciati da università rinomate. La concorrenza tra questi laureati è già abbastanza accesa.

4) Gli studenti internazionali sono in continuo aumento. Oggi più di 3 milioni di studenti studiano fuori dai loro Paesi d’origine, quasi il doppio rispetto al 2000. Questo numero potrebbe più che raddoppiare entro il 2020 (UNESCO, 2011). Non solo i proventi degli studenti stranieri che pagano le tasse sono troppo vantaggiosi per essere ignorati (secondo il Dipartimento del commercio degli Stati Uniti gli studenti contribuiscono all’economia statunitense con oltre 21 miliardi di dollari l’anno – Institute for International Education, 2011), ma il valore dell’istruzione straniera aumenta con l’aumentare della concorrenza per l’accaparramento dei talenti, un fatto che non è sfuggito all’attenzione dei genitori di tali studenti.

5) Anche altre forme di migrazione continueranno a crescere. Tra queste, la migrazione di investitori e pensionati, la migrazione all’insegna dell’“avventura”, la migrazione dei figli di immigrati che tentano di esplorare le opportunità offerte nei Paesi di origine facendo leva sul vantaggio di possedere la cittadinanza del Paese di adozione dei genitori.

6) Infine, è molto probabile che a cambiare saranno anche la forma e la natura delle migrazioni. Per buona parte degli ultimi cent’anni le migrazioni hanno seguito uno schema ben consolidato in cui il ricongiungimento famigliare e la cittadinanza rappresentavano l’ultima tappa del processo. Ma con molta probabilità le nuove migrazioni saranno temporanee e su base contrattuale (con carattere di “mobilità” più che di migrazione tradizionale) e in genere non comporteranno l’adozione della cittadinanza. Le forme collaudate di residenza prolungata senza cittadinanza in quelli che probabilmente sono i maggiori attori asiatici dell’immigrazione diventeranno la regola.

 

Ciononostante una cosa è abbastanza chiara. I governi stanno già riconsiderando alcuni degli assunti relativi alla domanda quasi incessante d’immigrazione su larga scala e alla sua relazione con la crescita economica e la prosperità. La nuova lettura sarà molto più sfumata. In futuro, le pressioni politiche condurranno molto probabilmente a migrazioni più selettive e a una gestione più attiva del sistema di immigrazione. Accettare le richieste d’ingresso di nuovi immigrati con competenze scarse o comunque facilmente reperibili in altro modo potrebbe diventare meno automatico di quanto non lo fosse in passato. È probabile inoltre che i governi comincino a pensare maggiormente a come e dove investire nelle competenze professionali dei lavoratori emarginati e segnati da esperienze economicamente negative e di quelli che la globalizzazione ha lasciato indietro. La ristrutturazione economica a cui la crisi ha costretto quasi tutte le economie avanzate e i conseguenti investimenti per l’aumento della produttività renderanno più difficile sostenere le ragioni dell’immigrazione su larga scala.

 

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[1] Si veda Demetrios G. Papademetriou e Madeleine Sumption, “Human Mobility in the US and Europe to 2020”, capitolo 7 di Transatlantic 2020, http://transatlantic.sais-jhu.edu/publications/books/Transatlantic_2020/ch07.pdf.
[2] Questa sezione è un aggiornamento e ampliamento di Demetrios G. Papademetriou, Migration Meets slow Growth, «Finance and Development» 49 (settembre 2012), 3.
[3] Cfr. Lawrence F. Katz, “Long-Term Unemployment in the Great Recession”, testimonianza per il Joint Economic Committee del Congresso americano, 29 aprile 2012, disponibile su http://www.jec.senate.gov/public/?a=Files.Serve&File_id=e1cc2c23-dc6f-4871-a26a-fda9bd32fb7e e Mai Chi Dao & Prakash Loungani, The Tragedy of Unemployment, «Finance and Development» (dicembre 2010), http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2010/12/Dao.htm
[4] U.S. Government Accountability Office, “Unemployed Older Workers”, aprile 2012, http://www.gao.gov/products/GAO-12-445
[5] U.S. Department of Commerce, Bureau of Economic Analysis, “National Income and Product Accounts”, febbraio 2013, http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm
[6] Eurostat, “Unemployment Statistics”, gennaio 2013, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Unemployment_statistics,
[7] Eurostat, 2011.
[8] Eurostat, “European Labor Force Survey”; U.S. Department of Labor, Bureau of Labor Statistics, “Current Population Survey”.
[9] U.S. Department of Labor, Bureau of Labor Statistics, “The employment Situation”, marzo 2013, http://www.bls.gov/news.release/empsit.toc.htm
[10] Le economie in espansione hanno assorbito con relativa facilità la manodopera supplementare, mentre i robusti sistemi di welfare hanno protetto quanti hanno perso il lavoro in seguito alle ondate di nuovi immigrati. (La perdita del lavoro è in genere inferiore a quanto si possa immaginare soprattutto quando l’economia è in crescita). Inoltre, i consumatori hanno tratto beneficio dalla riduzione dei costi dei beni e dei servizi prodotta dalla presenza di immigrati sottopagati e molti policymaker hanno elogiato l’effetto dell’immigrazione nel mantenere “sotto controllo” l’inflazione nei salari, un’affermazione che i lavoratori nazionali direttamente interessati comprensibilmente detestano.
[11] Contrariamente alle classi medie europee e americane per le quali si prevede la riduzione dall’attuale 50% del totale ad appena il 22% durante lo stesso periodo. Fonte: Reuters.
[12] Quanti vivono con almeno quattro dollari al giorno.
[13] ILO, Global Employment Trends 2013.
[14] L’indice di dipendenza degli anziani misura il rapporto tra la parte di popolazione anziana non attiva e la popolazione attiva.
[15] United Nation Population Division, Department of Economic and Social Affairs, “Migrants by origin and destination: The Role of South-South migration”, Population Facts 3 (2012), http://www.acpmigration-obs.org/sites/default/files/popfacts-2012-3-South-South-migration.pdf
[16] Ibid