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Religione e società

Musulmana per fede e cristiana per cultura

Asmae Dachan [foto: Arianna Pagani]

Per Asmae Dachan, nata in Italia da genitori siriani, integrarsi non significa rinunciare a qualcosa, ma rispettare quello che c’è e aprirsi verso gli altri.

Ultimo aggiornamento: 03/04/2020 16:15:03

Asmae Dachan è una giornalista professionista, scrittrice e poetessa italiana di origini siriane. Nel 2019 il presidente della Repubblica Sergio Mattarellla l’ha insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica. L’intervista fa parte della serie “Voci dell’Islam italiano”, realizzata nell’ambito del progetto “L’Islam in Italia. Un’identità in formazione”.

 

Intervista a cura di Sara Manisera

 

 

 

Qual è stato il tuo percorso di crescita e di formazione?

 

Mio papà è arrivato negli anni ’60, io sono nata e cresciuta in Italia. Mi definisco italiana di adozione, anzi anconetana. È come se avessi avuto due mamme, una biologica che mi ha dato il sangue, che è la Siria, e una adottiva che mi ha cresciuta e amata, ed è l’Italia. Quando vedo la baia e il porto di Ancona, al rientro dai miei viaggi di lavoro, mi sento a casa. Per quanto riguarda la mia formazione, mi sono laureata in Teologia e Studi islamici. Nel frattempo mi sono sposata, ho avuto due figli e ho continuato a studiare. Ho voluto approfondire la mia passione per la scrittura e trasformarla in professione. Mi sono così iscritta a Scienze della Comunicazione a Urbino e ho fatto la specialistica in Editoria e Informazione.

 

 

Quali sono le difficoltà per una giornalista donna in Italia?

 

Sicuramente la precarietà e la condizione economica. Riuscire a pagare le bollette a fine mese e poter vivere di questo mestiere. A livello di diritti, invece, non siamo ancora arrivate alla parità economica tra uomo e donna e questa è una strada in salita che stiamo percorrendo tutte, al di là della nazionalità e della religione.

 

 

E le difficoltà da italiana e musulmana?

 

Non ho mai vissuto fenomeni di discriminazione in Italia. Gli occhi addosso su di me credo dipendano più dalla curiosità, ma non l’ho mai vissuta negativamente. In generale non ho mai avuto problemi per la mia religione… anzi, spesso mi occupo di dialogo interreligioso, quindi intervisto vescovi, parroci e seguo eventi religiosi cristiani. In più, essendo nata e cresciuta in Italia, in particolare qui nelle Marche, sono profondamente influenzata dalla cultura cristiana, pertanto non posso che definirmi italiana di fede musulmana ma di cultura cristiana. Per esempio, io sono contraria alla rimozione dei simboli religiosi perché credo che sarebbe un’offesa all’intelligenza umana e alla sensibilità degli altri. Integrare non è sottrarre a sé stessi. Integrare è rispettare quello che c’è e aprirsi verso gli altri, aprire il cuore e la mente. Certamente quando a esporsi sono donne italiane e musulmane, si paga il prezzo di essere delle pioniere, per esempio la prima donna italiana a fare il medico, o la prima consigliera comunale o la prima giornalista musulmana… che poi nella vita professionale io sono laica, nel senso che non lavoro da religiosa. La fede è un elemento personale, però in generale ci troviamo spesso sotto il tiro incrociato. A me fa sorridere, così come mi fa sorridere quando si parla di seconde generazioni… mi fa ridere, non mi fa arrabbiare perché penso che abbiamo sempre bisogno di etichettare per semplificare. Mi fa arrabbiare, però, il non voler vedere la complessità di questa realtà. Chi nasce qui da genitori stranieri o migranti non eredita la condizione di migrante. Noi donne, figlie di migranti, siamo cresciute in una situazione piena di stimoli sociali, culturali, religiosi e di insegnamenti ereditati dalla famiglia. In più ciascuna ha le proprie passioni. Ci ritroviamo a essere traduttrici di queste realtà. Penso che il nostro contributo possa essere fondamentale perché noi abbiamo la perfetta padronanza della lingua, che i nostri genitori non avevano, e quindi riusciamo a mediare di più. In generale, comunque, si guarda ancora all’Islam come se fosse una realtà estranea all’Italia, come se venisse da fuori mentre c’è un Islam autoctono, fatto da persone nate e cresciute qui che sono italiane sotto tutti i punti di vista, non solo nel sangue ma anche culturalmente, proprio da un punto di vista di acquisizione della religione cristiana. Guardando le altre esperienze europee, il rischio di non considerare queste persone italiane come una ricchezza è che si creino dei ghetti, non solo come luogo fisico ma anche come luogo mentale. Così facendo, questi ragazzi finiscono per fare gruppo solo tra di loro. E di solito un ragazzo marginalizzato, che non si sente accettato, è più facile che sia attratto da qualcosa che gli dia l’idea di un collante identitario forte che può sfociare in qualcosa di deviato o di illegale. La società, certamente, è cambiata molto negli ultimi anni. Quando andavo a scuola, io ero l’unica straniera. Forse, non si è fatto abbastanza per preparare questo cambiamento sociale di cui solo gli insegnanti si sono accorti.

 

 

Che rapporto hai con la fede?

 

Dopo il liceo, mi sono presa un po’ di tempo per ricercare me stessa, capire la mia religione e mi sono iscritta a un corso di studi islamici. È stato un percorso di conoscenza della mia religione, nel senso di studi, di storia, di regole. La scoperta della fede è avvenuta molto più tardi. Io la chiamo la notte dell’Innominato: ho trovato Dio in un campo per sfollati in Siria. Quella notte e quel viaggio mi hanno cambiato la vita. Era il mio primo reportage all’estero, in un Paese in guerra, in quella che era la mia casa. Sono cambiata come persona perché ho imparato a essere più umile e vicina al dolore degli altri. Quello è stato un profondo viaggio nella fede.

 

 

Che rapporto hai con la famiglia?

 

Chiunque faccia questa professione è una persona fuori dalle righe. In più quando lo fa una ragazza che è una mamma e una donna, ci sono degli elementi di criticità (ride). In realtà la mia famiglia mi ha sempre incoraggiata a studiare. Hanno sempre insistito perché noi figli studiassimo e ci tenevano che tutti ci laureassimo. Hanno investito sulla nostra formazione. E poi i miei genitori hanno sempre voluto che fossimo attivi, nello sport, nel sociale e questo ha influenzato il mio percorso.

 

 

Quali sono i progetti per il futuro?

 

Scrivere, scrivere e scrivere. I miei progetti sono legati principalmente alla crescita professionale soprattutto ora che i miei figli sono grandi. Ho un nuovo romanzo in cantiere e vorrei continuare questo impegno nell’incontro dell’altro che si traduce negli incontri con le scuole, negli eventi pubblici, nei viaggi di lavoro sul campo e nel volontariato, un fiore all’occhiello italiano.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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