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Islam

Per l’Islam italiano la priorità è la formazione

Francesca Bocca-Aldaqre nel suo studio a Piacenza [foto Arianna Pagani]

Ha un dottorato in neuroscienze, ma ora si dedica a tempo pieno alla teologia islamica e all’insegnamento. Francesca Bocca-Aldaqre è convinta che i musulmani debbano concentrarsi sull’approfondimento della propria religione

Ultimo aggiornamento: 28/02/2020 10:57:34

Francesca Bocca-Aldaqre è una studiosa di teologia islamica e direttrice dell’Istituto di Studi Islamici Averroè di Piacenza. Il suo ultimo libro è “Sotto il suo passo nascono i fiori. Goethe e l’Islam” (La Nave di Teseo), scritto con Pietrangelo Buttafuoco. L’intervista fa parte della serie “Voci dell’Islam italiano”, realizzata nell’ambito del progetto “L’Islam in Italia. Un’identità in formazione

 

Intervista a cura di Sara Manisera

 

Qual è il tuo percorso di formazione?

 

Mi sono laureata in Psicologia e Scienze Cognitive al San Raffaele di Milano. Dopo la laurea triennale, mi sono trasferita all’estero e ho fatto sia il master che il dottorato in Neuroscienze a Monaco di Baviera alla Ludwig Maximilian Universität. Lì ho deciso di fare un doppio percorso di studi e mi sono specializzata anche in Studi islamici. Ho scelto di dedicarmi a questo percorso perché è una disciplina dove c’è più da fare, perché, soprattutto in lingua italiana, manca moltissimo la ricerca. In Italia esiste una tradizione di studi islamici, nel senso di accademici che si occupano dell’Islam, ma sono pochissimi i musulmani che attivamente interpretano la propria tradizione. Sicuramente questo è causato dalla storia e dalle difficoltà economiche della comunità musulmana in Italia rispetto ad altri Paesi. In Germania, per esempio, anche nelle regioni tradizionalmente più cattoliche, ci sono molte persone di provenienza turca, della seconda o terza generazione, che fanno studi islamici all’università. Qui no. La comunità musulmana in Italia è attiva in numerosi settori, specialmente nel sociale, ma molto meno in quello culturale e accademico, quindi mi sembrava una cosa molto stimolante dedicarmi a questo percorso di studio. 

 

Perché hai scelto di dedicarti alla ricerca e alla scienza?

 

Per quanto riguarda le neuroscienze posso dire che mi ha sempre affascinato il modo in cui pensiamo e mi piace l’approccio sistematico alle cose, cioè mettere in ordine i pensieri, che è un metodo che provo ad applicare anche alla teologia. Per quanto riguarda gli studi islamici, invece, posso dire di essere sempre interessata alla parte più teologica e sistematica, cioè ordinare il contenuto teologico del Corano e della Sunna, materiali che possono sembrare disordinati a prima lettura, sia allo scopo di insegnarli che di comprenderli meglio.

 

Quali sono le maggiori difficoltà da ricercatrice?

 

Le maggiori difficoltà da ricercatrice sono culturali, ovvero ritagliarsi un’area di indipendenza intellettuale senza essere etichettata come apologetica. A volte è complicato uscire da quella che è una tradizione stabilita. Poi ci sono difficoltà economiche, perché non essendo la teologia islamica contemplata nelle Università mancano cattedre, borse di studio e fondi di ricerca.

 

Quali sono le maggiori difficoltà da donna e da musulmana?

 

Rispetto alla maggioranza delle donne musulmane in Italia, io ho avuto poche difficoltà. Per esempio, parlando di velo, nel mio caso si dà per scontato che sia una mia scelta. Non so se perché sono convertita, se perché sono di qui, se perché ho scelto di fare il lavoro di studi islamici. Nei confronti delle altre donne, invece, si pensa che siano obbligate da qualcuno e quindi sono sempre viste come povere vittime da liberare. Ho qualche difficoltà sul lavoro, nel scindere il piano personale e quello professionale. A volte gli studenti o altri colleghi vogliono sapere perché sono musulmana e questo è qualcosa che non si chiederebbe mai a un teologo di un’altra fede.

 

Qual è il rapporto con la tua famiglia?

 

I miei genitori sono cattolici credenti e mi hanno sempre sostenuta. Quando ho scelto di identificarmi come musulmana non erano contenti della mia scelta, anche perché vivevo a Boston, negli Stati Uniti, e loro erano lontani, quindi non capivano cosa stesse succedendo. Quando sono tornata in Italia, hanno capito che è una scelta che cambia alcuni aspetti della mia vita ma che non lede la nostra vicinanza. Io conosco bene la teologia del Cristianesimo, loro si sono informati su quella dell’Islam. Le differenze ci sono ma noi viviamo assieme, ed è con naturalezza che trascorriamo tutte le festività, Natale e il Ramadan, Pasqua e l’Eid.

 

L’immagine della donna musulmana è spesso associata a vessazioni, violenza e sottomissione. Quali le cause? Che responsabilità hanno i media?

 

Da parte degli immigrati di prima generazione ci sono delle differenze culturali che non vengono capite rispetto al Paese ospite. Il ruolo della donna in alcuni Paesi arabi – limitiamoci a quell’area – è concepito nella sfera del privato; questo dipende da una serie di motivi non riconducibili per forza all’Islam. La conseguenza è che, spesso, quando marito e moglie vanno a fare qualcosa è lui che parla, perché magari lui lavora e conosce la lingua oppure perché la moglie è timida o perché per costume si fa così. Di conseguenza, l’immagine che viene trasmessa è quella della “donna sottomessa”. I media hanno un’enorme responsabilità. Alle donne musulmane non viene quasi mai dato spazio. Si fanno servizi giornalistici sull’argomento, e si intervista l’imam, che è un uomo, e soprattutto si pensa che nelle moschee o nei posti di responsabilità ci siano solo uomini ma questo non è vero. Io ne sono un esempio. Prendiamo la comunità musulmana di Piacenza. Io gestisco l’Istituto Averroè e non c’è stato alcun problema legato al mio genere.

Francesca Bocca-Aldaqre

 

Qual è il tuo ruolo in questo Istituto?

 

Mi è stato chiesto di dirigere l’Istituto Averroè tre anni fa perché non erano soddisfatti di come era insegnato l’Islam ai bambini. In moschea si fa una sorta di catechismo, oltre a insegnare la lingua araba, e ciò che si è sempre fatto è utilizzare i libri di testo delle scuole del Nord Africa, portarli qui e farli studiare ai bambini. Il problema è che i bambini italiani di origine marocchina capiscono una parola su dieci, quelli albanesi nessuna parola e quindi a loro volta portavano i libri dall’Albania. In questo modo c’è il rischio che si crei una situazione settaria, non soltanto perché i bambini imparano in lingue diverse, ma addirittura cose diverse perché, essendo di scuole giuridiche differenti, uno la preghiera la faceva in un modo, l’altro la faceva con leggere differenze. Negli ultimi tre anni mi sono occupata di introdurre dei libri di testo in italiano – gli unici in Italia che insegnino l’Islam ai più piccoli – e di far dialogare l’Istituto con la comunità cittadina, ad esempio con i Carabinieri. L’educazione civica può essere fatta benissimo fuori da qui ma credo sia importante dare una chiave islamica ai ragazzi per affrontare certi temi della società e per evitare che si sentano scissi in due. I giovani confondono molto spesso religione e cultura, e questo sfortunatamente è una colpa della comunità musulmana in Italia, che ha sempre cercato di mantenere le moschee “il luogo del Marocco o dell’Albania” perché “così è come a casa”. Io capisco le difficoltà dello sradicamento, ma questo ha danneggiato molto i giovani perché nascendo e crescendo in Italia si sono trovati costretti a scegliere ed è quello che noi cerchiamo di evitare. Se inizi a giudicarli per come si vestono o per cosa mangiano, il rischio è che loro taglino i ponti con la cultura d’origine. Per questo è importante che ci sia un Islam italiano.

 

Come e in che modo cultura, credo e religione entrano in contatto?

 

Personalmente l’appartenenza religiosa mi ha fatto scoprire aspetti della mia cultura a cui prima non avevo guardato. Per esempio Goethe e tanto altro della cultura europea sono in relazione con l’Islam.

 

Che progetti hai nel futuro?

 

Vorrei introdurre un nuovo modo di insegnare l’Islam e la sua teologia, sia all’interno della comunità musulmana che al di fuori, in Università. Ho in mente un altro libro che tratta le corrispondenze tra pensatori musulmani e occidentali e sto scrivendo un manuale di lezioni sull’Islam. In realtà ho tanti progetti in testa.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

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