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Le nostre letture

La vocazione missionaria del buon musulmano

Il movimento islamico Tabligh Jama‘at, tra pratiche e discorsi sociali

Questo articolo è pubblicato in Oasis 29. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/09/2019 09:02:45

Copertina Siddiqi.jpg

Recensione di Bulbul Siddiqi, Becoming ‘Good Muslim’. The Tablighi Jamaat in the UK and Bangladesh, Springer, Singapore 2018

 

Nonostante la sua grande diffusione a livello internazionale, il numero di etnografie sul movimento islamico di proselitismo pietista conosciuto come Tabligh Jama‘at è piuttosto ridotto. Becoming Good Muslim di Balbul Siddiqi, attualmente professore di Antropologia e Sociologia alla North South University di Dhaka (Bangladesh), si inserisce nel contesto di una rinnovata attenzione accademica, oltre che giornalistica, verso questa realtà nata nel 1927 a sud di Delhi intorno all’attività missionaria dello shaykh indiano Muhammad Ilyas.

 

Mettendo a frutto la sua identità di musulmano e di bangladese, Siddiqi costruisce un testo ben strutturato, completo e di facile lettura, basato su un lungo lavoro sul campo tra Cardiff e il Bangladesh, dove ha seguito le comunità locali durante le loro principali attività religiose, tra cui le tipiche missioni di 40 giorni (chilla) e le sessioni quotidiane di studio (ta’leem) e di predicazione (gasht), che rappresentano «la colonna portante del Tabligh», come titola uno dei capitoli del volume.

 

Partendo da un resoconto essenziale ma completo della letteratura precedente, e con una scrittura lontana da ogni sperimentalismo post-moderno, Siddiqi introduce il lettore alle pratiche e ai discorsi sociali attorno a cui si costruisce il movimento Tabligh in contesti tra loro molto differenti. Il risultato è un ottimo testo per chi si approccia per la prima volta all’argomento.

 

L’autore, infatti, descrive le pratiche religiose a cui partecipano e si sottopongono i tablighi, sottolineandone una certa “unità globale”. È proprio questo aspetto a risultare fondamentale per la costruzione di un’identità immaginaria transnazionale fondata su regole replicabili, il cui fine è consentire al fedele di coltivare, in ogni parte del mondo, il proprio cammino di purificazione individuale all’interno di un gruppo, grazie a una personale e costante attività di da‘wa (l’invito, secondo il concetto coranico, a “comandare ciò che è bene e proibire ciò che è male” che si concretizza in diverse pratiche a seconda del gruppo di riferimento, del periodo storico e del contesto).

 

Per esempio, nel quarto capitolo, intitolato “Undertaking chilla: becoming a Tablighi follower”, Siddiqui descrive molto bene come i tre viaggi di predicazione di quaranta giorni consecutivi siano la chiave per costruire una conoscenza religiosa esperienziale, che risulta la chiave per comprendere a fondo i sei principi del movimento, i quali testimoniano un’iniziale ispirazione sufi: la Kalima (la fede in un unico Dio), la salāt (preghiera), lo ‘ilm e il dhikr (la conoscenza e il costante ricordo di Dio), l’ikrām al-muslim (il rispetto per tutti i musulmani), l’ikhlās i-niyyat (la sincerità dell’intenzione) e l’opera di da‘wa. Questi sei punti, originariamente formulati dal fondatore, hanno lo scopo di aiutare i membri del movimento a riprodurre, o forse sarebbe meglio dire “incorporare”, la comunità ideale dei Sahāba, i compagni del Profeta.

 

Proseguendo la sua analisi, Siddiqi espone chiaramente alcune delle caratteristiche maggiormente legate alla costruzione di capitali e significati sociali che caratterizzano l’esperienza del Tabligh, come la possibilità di negoziare il proprio status attraverso un empowerment religioso, la ridefinizione delle pratiche di genere, e la creazione di una vera e propria nuova forma di pellegrinaggio islamico. Alla Bishwa Ijtema (letteralmente il “raduno”) di Tongi, località a nord di Dacca, il più grande a livello internazionale nel mondo musulmano dopo lo hajj alla Mecca, è dedicato tutto il sesto capitolo, che prende spunto dalla doppia esperienza di partecipazione dell’autore, nel 1995 come fedele, e nel 2010 come ricercatore.

 

La seconda parte del libro, invece, si concentra sulla realtà del Tabligh inglese, che ha nella moschea di Dewsbury, sede anch’essa di un’ijtema annuale, non solo il suo punto di riferimento, ma anche quello di tutto il movimento tabligh in Europa. Dopo aver messo in luce la connessione cooperativa con le moschee Deobandi presenti sul territorio, Siddiqi si concentra sulla descrizione delle pratiche quotidiane di predicazione, sottolineando come il “lavoro” sia svolto cercando di seguire pedissequamente le indicazioni del fondatore Muhammad Ilyas, anche in un ambiente in cui la presenza musulmana è minoritaria.

 

La centralità della moschea come luogo educativo fondamentale rivela, da una parte, l’importanza che i tablighi riservano all’educazione delle seconde generazioni in un ambiente diasporico e, dall’altra, il necessario punto di riferimento delle attività giornaliere di predicazione, studio collettivo e mashoara (incontro).

 

La formazione di un’identità globale di carattere trasformativo, capace di far diventare il fedele un «buon musulmano» attraverso una serie di regole di comportamento e di pochi ma fondamentali libri, fa sorgere localmente esperienze di gruppi transnazionali tendenzialmente egualitari, legati dalla propria identità religiosa più che etnica, basati su un’organizzazione interna fluida a base carismatica.

 

Se la costruzione di una distinta comunità tabligh (termine che i tablighi stessi non approvano perché latrice di un’idea di “separazione” dal resto della umma) promuove un’identità musulmana particolare, essa crea allo stesso tempo un isolamento dalla società britannica che espone il movimento ad accuse di “isolazionismo” e di poca trasparenza e capacità di tenere sotto controllo i propri membri. Accuse che rischiano, così, di vanificare il tentativo dei tablighi stessi di costruire una buona immagine di sé e del movimento all’interno del contesto inglese sia tra i non-musulmani e sia tra i musulmani stessi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Gabriele Maria Masi, La vocazione missionaria del buon musulmano, «Oasis», anno XV, n. 29, luglio 2019, pp. 134-136.

 

Riferimento al formato digitale:

Gabriele Maria Masi, La vocazione missionaria del buon musulmano, «Oasis» [online], pubblicato l’11 settembre 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/jamaat-tabligh-gran-bretagna-bangladesh.

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