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La “collera omerica” del Libano

A tre giorni dall'esplosione [Hiba Al Kallas - Shutterstock]

Dopo la disperazione, in Libano è montata la rabbia nei confronti delle autorità. Cosa aspettarsi ora? Un approfondimento sull'esplosione avvenuta a Beirut martedì 4 agosto e le altre notizie settimanali dal Medio Oriente e dal mondo islamico

Ultimo aggiornamento: 07/08/2020 14:16:05

Più di 140 morti, 5.000 feriti e 300.000 sfollati. È questo il bilancio delle vittime, probabilmente ancora provvisorio, dopo l’esplosione verificatasi nei pressi del porto di Beirut lo scorso martedì sera. Lo shock e la devastazione hanno spinto la stampa a parlare di un «11 settembre libanese» o di una «Chernobyl del Libano». Iniziali accuse incrociate tra Hezbollah e Israele hanno poi lasciato spazio alle prime indagini, che puntano alla negligenza e alla corruzione della classe politica libanese, contro la quale la popolazione protestava da ottobre dell’anno scorso, continuando a scendere in piazza anche durante la grave crisi finanziaria e sanitaria in cui era sprofondato il Libano negli ultimi mesi. Una situazione tragica, che pone grandi interrogativi per il futuro e rischia di rendere il Libano una preda ancora più invitante agli occhi delle vicine potenze mediorientali.

 

L’esplosione: fatti e ipotesi

 

Dalle prime ricostruzioni sembra che le esplosioni siano state due, a loro volta generate da un incendio che era già in corso in uno dei depostiti del porto dove si sarebbero trovati anche dei fuochi d’artificio. Quindi, in successione si sono verificati un incendio, un’esplosione minore e la grande esplosione di cui abbiamo visto le immagini, causata da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, una sostanza utilizzata come fertilizzante ma anche per produrre esplosivi. Su che cosa abbia acceso la prima miccia, quella che ha dato origine all’incendio, al momento non si sa nulla, e potremmo non saperlo mai con certezza, nonostante il governo libanese abbia dichiarato di aver disposto un’indagine che entro cinque giorni avrebbe dovuto trovare i responsabili. Intanto, 16 persone connesse all’esplosione sono state arrestate.

 

Riguardo alla natura della detonazione, sentita fino a Cipro, a 200 chilometri di distanza dalla capitale libanese, gli esperti sono divisi. Per Danilo Coppe, esplosivista italiano, il colore rosso-arancio della nuvola prodotta dall’esplosione farebbe pensare che nel deposito o nelle immediate vicinanze ci fossero anche armi. Anche secondo Robert Baer, ex agente della CIA intervistato dalla CNN, non è stato solo il nitrato di ammonio a causare l’esplosione ma anche «munizioni e propellenti militari».

 

Secondo Chris Hunter, altro artificiere inglese, il colore arancione dei fumi dell’esplosione non deve destare particolari sospetti. Gli esplosivi si distinguono infatti tra quelli ad alto potenziale e quelli a basso potenziale. Se i primi hanno bisogno di un’onda d’urto causata da un detonatore potente e rilasciano un fumo nero al momento della detonazione, i secondi bruciano e rilasciano del fumo bianco. Per questo, continua l’esperto, lo scoppio «è più coerente con un'esplosione limitata e bassa, qualcosa come un'esplosione di fuochi d'artificio». Il colore rosse accesso potrebbe essere stato causato dalla combustione di altri materiali, come mobili o vernici, o anche solo l’elevata concentrazione di polvere nell’aria.

 

Fonti locali riferiscono che ad aver provocato l’incendio siano state le scintille scaturite da un’operazione di saldatura effettuata da alcuni tecnici chiamati a riparare il cancello di un deposito.

 

Negli ultimi giorni sono anche circolati dei video in cui si vedono dei missili colpire lo stabilimento dove era in corso l’incendio. Al momento sono tutti risultati falsi e non ci sono prove che l’esplosione sia frutto di un attacco premeditato.

 

Tuttavia Daniele Raineri sul Foglio si chiede se il nitrato di ammonio non potesse essere di per sé «una scorta di materiale esplosivo da conservare i caso di guerra», e continua: «Quelle tonnellate di nitrato d’ammonio potevano essere utili, sarebbe stato sufficiente mescolarle con carburante diesel per confezionare migliaia di bombe». Magari non si può ancora parlare di attacco, ma si può ipotizzare una scelta deliberata di mantenere il deposito lì dov’era.

 

Tra gli elementi che hanno inizialmente fatto pensare a un attentato c’era l’attesa del verdetto da parte del Tribunale speciale del Libano sull’omicidio dell’ex presidente Rafic Hariri, ucciso da un autobomba nel 2005. Gli imputati sono quattro esponenti di Hezbollah che hanno sempre rifiutato le accuse.

 

Per questo immediatamente dopo l’esplosione il dito è stato puntato su Hezbollah – è anche circolato un video in cui Nasrallah nel 2017 parlava di un’esplosione nel porto di Haifa – e poi su Israele. Tra le due parti in conflitto si sono verificati scontri al confine anche nelle settimane precedenti, ma non è seguita un’escalation. Anche a livello interno la tensione tra le varie componenti settarie del Libano è sempre più palpabile, tant’è che il patriarca maronita Beshara Rai nelle settimane scorse aveva più volte chiesto al governo di rinnovare la neutralità libanese nei conflitti mediorientali. Dopo la tragedia il cardinale si è appellato a «tutti gli Stati del mondo» per chiedere aiuti alla città di Beirut e affidarli a un «Fondo controllato dalle Nazioni Unite».

 

Hezbollah ha smentito ogni coinvolgimento nell’esplosione e ha anche escluso il coinvolgimento di Israele. Lo Stato ebraico ha perfino offerto aiuti umanitari al Libano attraverso Paesi terzi dato che formalmente Libano e Israele sono ancora in guerra.

 

Lo stesso Haaretz aveva inizialmente pubblicato un articolo molto perentorio nei confronti di Hezbollah, riguardo al quale scriveva: «Anche dopo che si è scoperto che l'esplosione è stata causata da un incidente piuttosto che da un attacco deliberato, l'enorme portata dei danni e il gran numero morti e feriti solleverà interrogativi puntuali sul deposito di munizioni, missili, pistole ed esplosivi in aree abitate».

 

In un secondo momento il quotidiano israeliano ha moderato i toni affermando che «nonostante la storia di violenza politica di Hezbollah, compreso l'omicidio di Hariri, è molto improbabile che questa volta sia il colpevole. L'organizzazione non poteva aspettarsi di evitare la responsabilità di una tale azione con i riflettori così puntati sulla loro reazione al verdetto del Tribunale speciale. Inoltre, Hezbollah avrebbe poco da guadagnare – la Francia ha già rassicurato il gruppo che la comunità internazionale non agirà contro di loro per la decisione del Tribunale speciale – e molto da perdere nel causare un danno così grande ai civili di Beirut».

 

Al momento quindi non possiamo che fare affidamento alle prime indagini, che riconducono il disastro alla negligenza e all’incuria della classe politica libanese.

 

Come è arrivato il nitrato di ammonio al porto di Beirut

 

Secondo le ricostruzioni di diverse testate (Al Jazeera, Independent e New York Times), le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che innescato all’esplosione sono state scaricate a Beirut dalla nave Rhosus, che batteva bandiera moldava ma era di proprietà di Igor Grechushkin, un uomo d’affari russo che vive a Cipro.

 

Il nitrato era stato comprato da un’impresa di «esplosivi commerciali» in Mozambico, destinazione finale del carico. Ma, impossibilitati a pagare il passaggio attraverso il canale di Suez, nel novembre 2013 il capitano e l’equipaggio avevano attraccato a Beirut finendo coinvolti in una serie di battaglie legali. Le autorità libanesi ritennero la nave non idonea a salpare e la sequestrarono per non aver pagato le tasse di attracco e altri oneri.

 

I giudici libanesi si sono poi pronunciati per il ritorno a casa del capitano e dell’equipaggio, ma le tonnellate di nitrato di ammonio sono rimaste nell’hangar 12 del porto fino all’esplosione di martedì, mentre la Rhosus è affondata nelle acque del porto nel 2015 o nel 2016.

 

Le autorità libanesi erano state ripetutamente avvertite della pericolosità del carico: i funzionari doganali hanno scritto ai tribunali libanesi almeno sei volte tra il 2014 e il 2017, chiedendo indicazioni su come smaltire il nitrato d'ammonio, secondo quanto diffuso sui social dal parlamentare libanese Salim Aoun. Il personale della dogana aveva anche proposto una serie di soluzioni per gestire il nitrato di ammonio, ma senza ricevere risposta dalla magistratura libanese.

 

Rabbia e frustrazione. Quale futuro per il Libano?

 

Dopo la disperazione, in Libano è montata la rabbia nei confronti delle autorità, che sapevano dello stoccaggio del nitrato ma non hanno fatto nulla per mettere in sicurezza l’area residenziale e il porto stesso, di importanza vitale per tutta la popolazione: il Libano è infatti un Paese che importa quasi tutto e da Beirut passava l’80% delle merci. Inoltre durante l’esplosione sono stati distrutti i principali silos di grano del Paese, lasciando 6,8 milioni di libanesi con riserve di grano a malapena sufficienti per un mese, ha dichiarato il ministro dell’Economia. I traffici verranno dirottati sul porto di Tripoli, ma quanto sarà ancora disposta a sopportare la popolazione libanese, che ora rischia anche l’insicurezza alimentare?

 

Già prima dell’esplosione il Libano si trovava in una situazione di crisi umanitaria senza precedenti: a marzo il Primo Ministro Hassan Diab aveva dichiarato il default finanziario perché il Paese era stato incapace di ripagare un debito di 1,2 miliardi di dollari, mentre la crescita di debito pubblico e lo sganciamento dal dollaro hanno diminuito il potere di acquisto della popolazione; con l’arrivo del coronavirus e l’imposizione del lockdown la disoccupazione è aumentata, il governo non è riuscito a raggiungere un accordo con il Fondo monetario internazionale, così negli ultimi mesi il Libano si è trovato quasi completamente senza elettricità, con gli ospedali costretti a rifiutare pazienti meno gravi per mancanza di materiale sanitario.

 

L’esplosione si inserisce quindi in un contesto già tragico per la città di Beirut: «Possiamo incolpare la crisi economica, la corruzione e la crisi politica ma questo processo di disfacimento ha origini lontane e ne sono responsabili tanti, non certo solo quella fazione o quell’altra», ha detto in un’intervista al Corriere della Sera lo scrittore franco libanese Amin Maalouf, che è tuttavia convinto che il Libano grazie ai giovani riuscirà a rialzarsi. Non si può prevedere cosa succederà nell’immediato, ma certo è che la disperazione dei primi momenti ha lasciato spazio alla rabbia verso la classe politica libanese: «Ditegli che non abbiamo più coraggio. Ditegli che non saremo mai più resilienti. Ditegli che siamo animati da una collera omerica. Ditegli che è meglio il vuoto della loro presenza abietta. E ditegli che le folle estenuate preparano già le forche, se non se ne andranno di loro spontanea volontà», leggiamo sulle pagine de L’Orient-Le Jour tradotte da Internazionale.

 

Molti Paesi hanno espresso la loro solidarietà al Paese dei cedri, ma è stata la tempestiva visita del presidente francese Emmanuel Macron a far infuriare ancor più la popolazione libanese contro la sua stessa classe politica. Macron ha parlato della necessità di riforme strutturali mentre la folla urlava “Rivoluzione!” e chiedeva al presidente francese di salvarli dai politici corrotti. Un funzionario dell'Eliseo ha aggiunto che «la visita è anche l'occasione per gettare le basi di un patto per la ricostruzione del Libano, vincolante per tutti, che limiterà i conflitti, offrirà aiuti immediati e aprirà una prospettiva a lungo termine».

 

Si pone allora la questione sollevata da Bloomberg: come aiutare il popolo libanese a risollevarsi senza passare per una classe politica profondamente corrotta che non è interessata alla popolazione? Una situazione che richiama quella dell’Iran, dove le élite politiche non hanno accettato gli aiuti materiali occidentali perché chiedevano che gli venisse invece data assistenza monetaria. La vastità della tragedia dovrebbe dare avvio a delle riforme e «come minimo il governo dovrebbe permettere un sistema di supervisione internazionale».

 

In un paragrafo

 

Simbolismo indù al servizio del nazionalismo di Modi

 

Mercoledì il primo ministro indiano Narendra Modi ha posto la prima pietra di un tempio dedicato al dio Ram nel sito dove un tempo sorgeva la moschea di Babri, nella città di Ayodhya, nello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh. Il New York Times ricorda che per decenni indù e musulmani si sono scontrati su chi avesse il diritto a costruire lì un proprio luogo di culto: la moschea venne distrutta nel 1992 da indù radicali, dando inizio a una spirale di violenza intercomunitaria che ha fatto più di 2.000 morti, soprattutto tra i musulmani, scrive Associated Press. La cerimonia di mercoledì si è svolta a un anno esatto dall’annuncio di Modi di voler revocare l’autonomia degli stati indiani del Jammu e del Kashmir, gli unici a maggioranza musulmana, caricando di ulteriore violenza simbolica la cerimonia.

 

Nucleare nel Golfo

 

L’Arabia Saudita ha costruito un impianto di estrazione dell’uranio con l’aiuto dei cinesi per poter padroneggiare la tecnologia nucleare, ha svelato un’inchiesta del Wall Street Journal. Anche se si è ancora lontani dalla possibilità che il Regno saudita sviluppi un’arma nucleare, la notizia ha generato preoccupazione tra i funzionari americani. Lo scorso fine settimana anche gli Emirati Arabi Uniti hanno testato con successo la prima unità della loro nuova centrale nucleare, costruita dichiaratamente a scopi civili e che non prevede l’arricchimento dell’uranio a livello nazionale. Il fatto che i sauditi non abbiano dato le stesse rassicurazioni sul loro programma nucleare ha alimentato le preoccupazioni degli esperti, che non escludono una corsa agli armamenti nella regione, soprattutto dopo il fallimento dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Una Turchia sempre più repressiva

 

Da alcune settimane in Turchia si protesta contro la violenza sulle donne, scrive Al Jazeera. Mercoledì le manifestazioni hanno visto una grande partecipazione dopo che il governo turco ha manifestato la volontà di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul del 2011, un accordo internazionale siglato per prevenire la violenza contro le donne, lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili. È «un’amara ironia» che la Turchia si voglia ritirare da un trattato che porta il nome della città di Istanbul, ma la presa di Erdogan sul Paese non sembra mollare: nelle scorse settimane il parlamento aveva approvato una legge che permetterà alle autorità governative di regolamentare i social, generando preoccupazioni anche per il crescente livello di censura.

 

In una frase

 

La famiglia di Merdan Ghappar, un modello uiguro detenuto dal governo cinese, ha inviato alla BBC un video e dei messaggi del figlio che si trova in uno dei campi di internamento nello Xinjiang, mostrando uno spaccato della vita in detenzione.

 

Tra domenica e lunedì lo Stato islamico ha attaccato una prigione a Jalalabad, nell’est dell’Afghanistan; almeno 29 persone delle forze di sicurezza afgane sono morte nello scontro e non è chiaro quanti prigionieri esattamente siano stati liberati (Al Jazeera).

 

Il cessate il fuoco su Idlib tra Russia e Turchia potrebbe presto venire meno e permettere una nuova offensiva siriana contro i ribelli (Al Monitor).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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