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La Francia fa un passo indietro nel Sahel. La violenza no

Soldati francesi in Mali [Wikimedia commons]

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 11/06/2021 15:51:25

Questa settimana parliamo della crisi senza fine nel Sahel, di un cambio di tono nella politica estera dei Paesi del Golfo e del collasso del Libano

 

La settimana scorsa la Francia aveva annunciato la sospensione delle operazioni militari congiunte con le forze maliane in seguito al secondo colpo di Stato in meno di un anno compiuto dai militari a Bamako. Questo fatto gettava diversi interrogativi sullo stato della lotta contro l’islamismo radicale e l’insorgenza nella regione, ma un nuovo colpo di scena (anche se in realtà già lasciato intuire nei mesi scorsi da Macron) si è verificato nella giornata di giovedì, quando il presidente francese ha annunciato che Parigi porrà fine all’operazione militare Barkhane, in forza della quale la Francia ha dispiegato più di 5.000 soldati in tutto il Sahel. Come riporta France24, i dettagli del ritiro saranno resi noti a fine giugno. Peraltro, la presenza francese nella zona si ridurrà ma non terminerà, ha spiegato Macron, confluendo in una più ampia operazione congiunta internazionale. Dal 2013, anno in cui l’operazione Barkhane iniziò per fermare l’avanzata jihadista in Mali, la Francia ha perso 55 soldati, a fronte dei quali è difficile parlare di un reale miglioramento della situazione nel Sahel. Come ha sottolineato inoltre il Financial Times, Macron ha criticato apertamente l’operato dei partner africani nell’amministrare i territori sottratti alle milizie jihadiste e ha mostrato la sua insoddisfazione per la scelta di Paesi come Mali e Burkina Faso di negoziare con i jihadisti, mentre la presenza francese nell’area è divenuta più impopolare sia tra alcuni politici che tra i comuni cittadini.

 

Certo è che il passo indietro di Macron non è riconducile a un miglioramento della situazione. Triste testimonianza ne è quanto accaduto questa settimana in Burkina Faso. Nel villaggio di Solhan, nella zona settentrionale del Paese, almeno 160 persone sono state uccise e nel corso dell’attacco diverse case e il mercato sono stati dati alle fiamme. L’attacco non è stato ufficialmente rivendicato. Come riporta la BBC, il timore è che il numero di morti potrebbe persino aumentare. L’entità del massacro, ha scritto da Ouagadougou Henry Wilkins, ha scioccato una nazione che già vive attacchi da parte delle forze jihadiste e non ad un ritmo quasi quotidiano.

 

Heni Nsaibia, analista per l’Armed Conflict Location and Event Data Project, ha affermato che il massacro di Solhan illustra «come la situazione securitaria nel Sahel non sia migliorata nonostante la presenza di migliaia di soldati» provenienti dalla regione e dall’estero.

 

Si contano almeno 2400 civili uccisi dall’insorgenza nel Sahel solo nel 2020. E il pericolo di morte non è l’unica fonte di preoccupazione per i cittadini di questi Paesi africani: come ha spiegato un approfondimento di Le Monde, la cattura di ostaggi, non solo occidentali (sono sei quelli attualmente detenuti), per i quali estorcere un riscatto, è un pericolo quotidiano per le popolazioni dell’area. Mancano statistiche ufficiali e per questo è difficile stabilire quante di queste persone siano ancora prigioniere, quante siano state uccise e quante invece liberate. Si sa però che uno dei bersagli dei rapimenti sono i minori, rapiti per essere sfruttati. Ed è qui che si innesta un circolo vizioso che dovrebbe preoccuparci: a causa del timore di attacchi (islamisti ma non solo) nel Sahel, più di 4.000 scuole sono state chiuse, privando oltre 700.000 bambini e ragazzi dell’accesso all’istruzione. Un’intera generazione non istruita, che costituirà un potenziale bacino di reclutamento proprio per i gruppi di insorgenza che sono la causa di questa situazione, in grado di attrarli con la promessa di protezione e remunerazione, conclude Le Monde.

 

L’altra faccia della medaglia è che l’instabilità e la continua minaccia di attacchi offrono ai governi locali la facile scusa per la securitizzazione della vita politica, che permette loro di passare senza troppi scrupoli sopra anche ai più elementari diritti delle persone. L’ultimo caso in ordine cronologico è quello della Nigeria, lo Stato più popoloso dell’Africa, che secondo gli analisti di Perch Perspectives si avvia a un futuro di instabilità e violenza. Nell’ottobre 2020 più di dieci persone che manifestavano contro la brutalità della polizia sono state uccise dalle autorità (CNN) e ora, in un nuovo tentativo di silenziare le richieste della popolazione, il presidente Buhari (che si autodefinisce un «convertito alla democrazia») ha bloccato Twitter in tutto il Paese (BBC), ottenendo peraltro il plauso dell’ex presidente americano Donald Trump. Come ha ricordato l’Economist, (che sottolinea anche che Twitter ha scelto il Ghana e non la Nigeria come suo quartier generale in Africa…) «una volta Buhari promise di portare la Nigeria al “livello successivo”. Ma pochi avrebbero immaginato che egli volesse porre la Nigeria in compagnia di Cina, Iran, Corea del Nord e Turkmenistan».

 

Dall’assertività alla moderazione: il cambio di atteggiamento tra i Paesi del Golfo

 

Per almeno un decennio la politica estera degli Emirati Arabi Uniti è stata quella con la vocazione più muscolare e assertiva tra quelle delle monarchie del Golfo. Dopo lo scoppio delle primavere arabe Abu Dhabi ha cercato di imporre la sua visione sulla regione mediorientale, spinta in questo anche dalla convinzione che gli Stati Uniti, meno interessati di un tempo all’area, avrebbero lasciato un vuoto di potere che andava in qualche modo riempito. Questo ha portato Abu Dhabi a compiere interventi quantomeno azzardati all’estero: in Yemen, contribuendo insieme all’Arabia Saudita alla degenerazione di una situazione umanitaria già grave per combattere contro i ribelli houthi sostenuti dai rivali iraniani; in Libia, a sostegno del generale Khalifa Haftar per limitare l’influenza dei gruppi islamisti e della Turchia. Ma gli Emirati si sono anche fatti promotori del blocco lanciato nel 2017 contro il Qatar. Tre iniziative che si sono risolte in altrettanti fallimenti: in Yemen gli Emirati hanno ritirato il grosso delle truppe senza riuscire a fermare gli houthi, in Libia l’avanzata delle forze di Haftar è stata fermata e il blocco del Qatar si è risolto senza che Doha cedesse alle richieste del cosiddetto “quartetto”. Tutto questo ha inflitto un danno reputazionale agli Emirati Arabi Uniti ed è da queste considerazioni che prendono le mosse Simon Kerr e Andrew England che sul Financial Times analizzano la politica estera di Mohammed bin Zayed, principe ereditario e regnante de facto degli UAE, proiettandosi nel futuro, dove intravedono un cambiamento non da poco nella postura emiratina. Di cosa parliamo?

 

L’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti e la crisi economica dovuta alla pandemia, che ha evidenziato come anche la ricchezza emiratina sia legata al commercio internazionale, hanno portato Abu Dhabi a «spostare il focus [della sua politica estera] dagli interventi muscolari, anche militari, alla diplomazia economica», si legge sul Financial Times. Non a caso gli Emirati stanno provando ad assumere un ruolo più importante nel cercare di mediare alcune dispute, come quella tra Sudan ed Etiopia di cui abbiamo parlato tante volte anche in questa newsletter (disponibilità emiratina poi ritirata), o addirittura quella tra Pakistan e India. Segnali di distensione sono arrivati anche nei confronti di rivali come la Turchia. Nonostante questo nuovo atteggiamento, la cautela è d’obbligo: è vero che ci sono segnali di un approccio più cooperativo, ma «nessuno sa se [questo sia dovuto a] un cambiamento nella mentalità della leadership», si legge ancora. Ciò che è certo è che gli Emirati vogliono essere più «smart e questo significa aumentare i loro sforzi diplomatici e nelle mediazioni», ha affermato Elham Fakhro del Crisis Group. L’elezione degli Emirati nel consiglio di sicurezza dell’Onu come membro non permanente, che dovrebbe verificarsi oggi attraverso il voto dell’Assemblea Generale, sarà un banco di prova di questo nuovo atteggiamento.

 

Anche Kristian Coates Ulrichsen analizza il cambiamento nelle relazioni tra i Paesi del Golfo che si è osservato a partire dagli accordi di al-Ula del gennaio 2021, che hanno posto fine al blocco contro il Qatar. Per Ulrichsen il «momento della verità» di Abu Dhabi e Riyad è arrivato tra maggio e settembre 2019, quando l’amministrazione Trump decise di non rispondere militarmente agli attacchi subiti da Arabia Saudita ed Emirati per mano dell’Iran. In quell’occasione le due monarchie del Golfo si resero conto che la convinzione che gli Stati Uniti avrebbero esteso il loro ombrello militare a protezione degli alleati era diventata illusoria. In questo mutato contesto, anche le politiche aggressive di emiratini e sauditi portavano con sé un rischio decisamente maggiore. Da qui il cambio di tono, siglato negli accordi di al-Ula che hanno posto fine al blocco del Qatar e che, sostiene Ulrichsen, stanno dando dei frutti visibili soprattutto nei colloqui bilaterali Arabia Saudita-Qatar ed Egitto-Qatar.

 

USA-Iran e le elezioni a Teheran

 

Guardando sull’altra sponda del Golfo, la notizia di questa settimana è la decisione dell’amministrazione Biden di rimuovere alcune sanzioni contro esponenti del settore energetico iraniano, in quella che un membro del governo americano ha sminuito come un’azione di routine (Reuters). Lo stesso Segretario di Stato americano Antony Blinken ha però commentato la mossa definendola una dimostrazione «del nostro impegno alla rimozione delle sanzioni qualora ci sia un cambio nel comportamento da parte delle persone sottoposte alle sanzioni».

 

In Iran intanto si avvicinano le elezioni presidenziali del 18 giugno. L’aspettativa pressoché unanime è quella di elezioni con una scarsissima affluenza, soprattutto a causa della vasta campagna di estromissioni dei candidati operata preventivamente dal Consiglio dei Guardiani. Al-Monitor ha sottolineato che gli ultraconservatori iraniani, che fino a poco fa consideravano l’alta affluenza alle urne come un importante segnale di legittimità del sistema rivoluzionario, ora stanno spostandosi da «un sistema in cui tutti sono incoraggiati a votare a uno in cui solo i “virtuosi” lo fanno». In questa situazione il grande favorito è sicuramente Ebrahim Raisi e un’indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs e da IranPoll mostra che circa due terzi degli iraniani preferirebbe un candidato che si discosti dalla linea dell’attuale presidente.

 

Approfondimento dalla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Il Paese dei cedri verso il collasso

 

Questa settimana dedichiamo l’approfondimento dalla stampa araba al Libano, che sta vivendo la peggiore crisi politica, economica e finanziaria dalla fine della guerra civile. Secondo il report pubblicato dalla Banca Mondiale, questa sarebbe addirittura la terza peggiore crisi della storia economica dell’umanità dalla metà del 1800 a oggi.

 

Sul quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat, il giornalista libanese Sam Menassa analizza la situazione di stallo in cui versa il suo Paese ormai da più di un anno e si domanda che cosa ne sarà del Libano «dopo il crollo del sistema libanese, del governo e della legittimità di Taif», in riferimento agli accordi firmati nel 1989 che sancirono la fine della guerra civile. «Il vecchio Libano è morto», scrive Menassa, e la responsabilità del disastro non può essere imputata a persone o partiti singoli. Tutto il sistema è crollato; l’unica istituzione credibile rimasta è l’esercito nazionale. Il giornalista contempla due possibili scenari per condurre il Paese fuori da questa impasse. Il primo, poco probabile, prevede l’intervento della comunità internazionale. In questo caso, spiega l’autore, il percorso sarebbe irto di ostacoli: il Libano, infatti, non è più tra le priorità dei Paesi influenti a livello internazionale e lo stesso Consiglio di sicurezza sta vivendo una paralisi a causa delle controversie tra Stati Uniti, Russia e Cina.

 

Alla luce di queste difficoltà, secondo Menassa, è più probabile che si opti per una conferenza nazionale libanese (sulla falsariga della conferenza di Taif del 1989) sponsorizzata da alcuni Paesi stranieri, la Francia in primis. Questa soluzione sarebbe tuttavia ugualmente segnata dagli equilibri regionali e, in particolare, dalla mano lunga dell’Iran.

 

Sul futuro del Libano riflette ovviamente anche al-Nahār, uno dei principali quotidiani libanesi, dichiaratamente schierato contro Hezbollah, che titola “Il futuro del Libano tra al-Ra‘i e Nasrallah”. Secondo Abdul Wahab Badrakhan, giornalista libanese autore dell’articolo, esistono due bussole per capire in quale direzione tirano i venti di crisi nel suo Paese: il Patriarca maronita Beshara al-Ra‘i e il Segretario Generale di Hezbollah Hassan Nasrallah. I loro discorsi, che l’autore analizza brevemente, sono infatti emblematici di due diverse visioni di futuro del Paese.

 

Il Patriarca, «guidato da un alto senso di responsabilità nazionale nei confronti del Paese e della società», mette in guarda dall’erosione dello Stato e dai tentativi messi in atto per far crollare il Libano, a cento anni dalla sua formazione, nella falsa convinzione di poterlo facilmente ricostruire. Secondo il giornalista, i suoi appelli sono espressione di una maggioranza libanese silenziosa, che però manca del sostegno di forze interne. Sulla sponda opposta si colloca Hassan Nasrallah il cui partito, si legge, «pratica la tirannide e commette omicidi indisturbato». I discorsi del leader lasciano intendere come Hezbollah ritenga di avere il controllo delle forze e del futuro del Paese. In quest’ottica, l’impoverimento dei libanesi, la fuga dei cervelli, e il venir meno del sostegno di diversi Paesi arabi al Libano sarebbero funzionali al progetto del partito sciita.

 

Che Hezbollah possa permettersi di fare il bello e il cattivo tempo è dimostrato anche dalle recenti dichiarazioni di Nasrallah, che martedì ha rivolto un appello al governo libanese affinché prenda «una decisione audace» e acquisti carburante dall’Iran. Nelle ultime settimane, infatti, la crisi del carburante che il Libano vive già da alcuni mesi si è aggravata a seguito della politica di razionamento imposta sulla benzina e sul gasolio. Come riporta al-Sharq al-Awsat, la scelta di acquistare questi combustili dall’Iran eroderebbe ciò che resta della sovranità libanese, esporrebbe il Paese alle sanzioni statunitensi, e porrebbe un grave problema di sicurezza a Israele dal momento che l’approvvigionamento sarebbe garantito da navi iraniane.    

 

La crisi economico finanziaria che sta facendo affondare il Paese non sembra però essere la sola preoccupazione dei libanesi. Ghassan Hajjar, capo redattore del quotidiano al-Nahār, ha aperto una riflessione sull’immigrazione siriana in Libano, che ha raggiunto quota 1,5 milioni, pari a circa un terzo della popolazione libanese. Oggi il Libano, spiega il giornalista, non riesce più a sopportare il peso delle famiglie siriane immigrate, che fanno a gara con i libanesi per accedere al cibo, alle medicine e ai beni sovvenzionati dallo Stato. Del resto, il problema si era presentato già due anni fa, quando le organizzazioni delle Nazioni Unite si erano opposte al rimpatrio dei siriani adducendo il tema della mancanza di sicurezza in Siria. Oggi, spiega Hajjar in maniera sarcastica, i siriani non dovrebbero temere di tornare nella loro Siria, soprattutto coloro che nel giorno delle elezioni presidenziali si sono riversati a migliaia nelle strade di Beirut per raggiungere il seggio elettorale all’Ambasciata siriana di Beirut e votare Bashar al-Asad. Peraltro, lo stesso Patriarca al-Ra‘i si è più volte espresso su questo tema facendo presente come «il Libano abbia fatto più del suo dovere nei confronti degli emigrati siriani» e non sia più accettabile che gli sfollati siriani rimangano in Libano in attesa di una soluzione politica definitiva alla crisi della vicina Siria: «Come il Libano aveva il dovere di accogliere gli sfollati siriani durante la guerra, così oggi gli sfollati hanno il dovere di tornare nel loro Paese. […] Lo devono al Libano ma anche e soprattutto alla loro patria, la Siria, che ha bisogno dei suoi figli per ricostruirla e preservare la sua identità nazionale e araba».

 

In breve

 

Secondo quanto riportato da Middle East Monitor le autorità giudiziarie saudite hanno stabilito che le donne non sposate, divorziate o vedove potranno andare a vivere da sole senza il consenso dei loro “guardiani”.

 

In Kurdistan iracheno un’operazione dell’aviazione turca ha ucciso almeno tre persone nel campo di Makhmour (Rudaw). Il campo è considerato da Erdogan come un covo di combattenti del Pkk curdo (Reuters).

 

Una carestia ha colpito 350.000 persone nella regione del Tigray in Etiopia, in quella che al momento l’Onu definisce il più grande disastro al mondo (New York Times).

 

Il 14 giugno è previsto l’incontro tra Erdogan e Biden. Secondo al-Monitor il meeting arriva nel momento di maggiore debolezza del presidente turco.

 

Un nuovo report di Amnesty International accusa la Cina di torture e altre violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione uigura dello Xinjiang (The Guardian).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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