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Religione e società

La libertà di coscienza, principio d’ogni cittadinanza

Moncef Marzouki, Presidente della Repubblica tunisina

[…] L’obiettivo del congresso di Oasis non è solamente quello di analizzare le condizioni delle libertà nella Tunisia post-rivoluzionaria, ma di mostrare in che cosa gli eventi tunisini hanno rovesciato un certo numero di paradigmi occidentali sulla questione del rapporto tra religione e politica. Non si possono che incoraggiare i dibattiti che, come questo, rifiutano di adottare i paradigmi riduttivi dell’opposizione tra Islam e secolarismo. La rivoluzione tunisina si è distinta per non essere stata né una rivoluzione religiosa né una rivoluzione laica, ma piuttosto una rivoluzione per il superamento di queste sterili opposizioni, per la dignità, per le libertà.

 

Sua Eminenza il Cardinal Scola, evocando le sfide della reciproca comprensione tra Oriente e Occidente, insisteva sulla necessità di ampliare i riferimenti degli uni e degli altri, e non semplicemente di giustapporli.

 

 

È questa la questione centrale del periodo di transizione che attraversiamo. Le sfide che oggi dobbiamo affrontare non riguardano più semplicemente la problematica del dialogo delle religioni o delle civiltà, o della protezione paternalistica delle minoranze religiose da parte di uno Stato autoritario. La problematica della libertà religiosa non dev’essere pensata separatamente dalla questione della cittadinanza e dunque della democrazia e dell’insieme dei suoi valori e meccanismi, tra cui la libertà di espressione. Le sfide sono numerose, le fonti d’inquietudine reali, ma bisogna sfumare la descrizione pessimista e preoccupata che i commentatori occidentali propongono del mondo arabo.

 

 

I dibattiti sull’equilibrio tra libertà di espressione e libertà religiosa, sul posto dei simboli religiosi nello spazio pubblico, sul senso del sacro, non sono esclusivi della Tunisia o dell’Islam. La Corte Suprema americana discute dal XIX secolo sull’interpretazione del primo emendamento della Costituzione, e non ha smesso di interrogarsi sull’equilibrio tra la norma sul riconoscimento e quella sul libero esercizio. La Corte europea dei Diritti dell’uomo ha recentemente dibattuto sull’esposizione del crocifisso nelle aule italiane chiedendosi se si tratta di un simbolo religioso o culturale. Quest’anno in Francia i cattolici hanno manifestato contro un’opera teatrale ritenuta blasfema. Gli americani hanno manifestato contro il carattere offensivo della costruzione di un centro islamico nei pressi di Ground Zero.

 

 

Non esiste in nessun luogo una rivendicazione del diritto alla libertà assoluta di espressione senza che sia messa in discussione dal riferimento ad altri tipi di norme, morali e religiose. Questa problematica non è propria solo della Tunisia. E tanto meno vi è una specificità islamica. Tutte le religioni, oggi come ieri, sono percorse da dibattiti. Le questioni dell’aborto e del diritto degli omosessuali sono oggi oggetto di discussione nel Cristianesimo. Non è mia intenzione confondere questi contesti, quanto ricordare che l’interrogarsi sull’equilibrio tra le diverse libertà, la libertà religiosa e la libertà di espressione, è propria a tutte le società, occidentali e non occidentali. Tutte le religioni devono gestire profondi dibattiti interni. Infine, l’argomento della libertà religiosa non sempre è utilizzato in senso progressista, ma talvolta serve a mantenere il controllo delle istituzioni religiose sui membri delle loro comunità.

 

 

Queste domande, questi dibattiti non possono protrarsi in eterno e devono condurre a soluzioni giuridiche e istituzionali. Le controversie tuttavia sono necessarie poiché i diritti hanno un senso solo se il popolo se ne appropria. È tramite le controversie che questa appropriazione ha luogo. È dal conflitto politico ragionato che nasce un consenso reale. Tutti sono invitati a prendere parte ai dibattiti in corso, tutte le persone, qualunque sia la loro appartenenza religiosa o la loro non appartenenza religiosa. Solo in questo modo si potrà creare un nuovo mondo comune. Questo impegno non è solo un diritto, ma piuttosto una necessità perché, come affermava l’Arcivescovo Scola, la tentazione del ripiegamento non ha senso: «Non esiste nessun’isola sulla quale ritirarsi, nessun recinto nel quale rifugiarsi».

 

 

Che cosa deve emergere da tutto questo per me, che sono un cittadino di questo Paese in mutamento e un responsabile politico che partecipa alla gestione di questo mutamento? Di fronte alle difficoltà create dalle paure, delle incomprensioni e dell’estrema tensione che caratterizza i periodi di transizione, occorre tenere un punto fermo. Se è necessario difendere la libertà di coscienza è perché questa è il fondamento del tipo di appartenenza moderna rappresentato dalla cittadinanza. Oggi l’appartenenza religiosa fonda l’appartenenza a una comunità di fede e non l’appartenenza alla comunità nazionale.

 

 

Si può essere cittadino tunisino essendo musulmano, cristiano, ebreo o ateo. La cosa più importante è che lo si sia senza difficoltà, in maniera non conflittuale, naturale, agevole oserei dire, in accordo e in sinergia con l’altro, riconosciuto e accettato come diverso e simile allo stesso tempo. Questo è il nostro obiettivo, questo è il nostro destino se vogliamo umanizzarci ogni giorno un po’ di più.

 

 

* Intervento pronunciato durante la visita al Comitato Scientifico della Fondazione Internazionale Oasis – Tunisi, 19 giugno 2012.

 

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