L’Islam è tornato al centro del dibattito pubblico, ma la doverosa riflessione su questo tema è offuscata da strumentalizzazioni e allarmismi di corto respiro

Ultimo aggiornamento: 05/05/2026 16:31:23

Onnipresente nei media durante la stagione degli attentati targati ISIS, poi oscurato dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra in Ucraina, ultimamente l’Islam è tornato al centro del dibattito pubblico italiano. Complici le tante diramazioni della guerra in Medio Oriente, con i presunti collegamenti tra musulmani residenti in Italia e Hamas, e soprattutto le scelte di alcuni organi di stampa e forze politiche, la presenza islamica è spesso indicata come una minaccia per la nostra società, i nostri valori e la nostra identità.

 

È indubbio che, negli ultimi decenni, l’arrivo e la crescita dell’Islam abbiano contribuito alla trasformazione del nostro Paese, diventato sempre più culturalmente e religiosamente plurale. All’inizio degli anni ’90, i musulmani in Italia erano circa 150.000. Oggi si stima che si aggirino intorno ai tre milioni, tra stranieri residenti e cittadini italiani di fede islamica, pari a circa il 5% della popolazione complessiva. Questa crescita è andata di pari passo con una maggiore visibilità. Sul territorio nazionale si sono moltiplicati moschee e centri islamici, nelle scuole e nello spazio pubblico è cresciuto il numero di ragazze e donne che indossano il velo, le festività islamiche iniziano a incidere anche su calendari scolastici e organizzazione del lavoro, mentre una nuova generazione di musulmani, cresciuti nel nostro Paese o convertiti, comincia ad assumere ruoli di rilievo all’interno della società.

 

La doverosa riflessione su questi fenomeni è tuttavia sovrastata dal sensazionalismo di un dibattito in cui la popolazione islamica è associata in modo caricaturale alle sue manifestazioni più aberranti e marginali: a fare notizia non sono i tanti musulmani ben inseriti nel tessuto civico del nostro Paese, ma il predicatore radicale, l’imam favorevole alle spose bambine, la ragazza uccisa dai famigliari per i suoi atteggiamenti e le sue scelte. Si usano parole chiave (imam, fatwa, sharia, jihad), spesso distorcendone il significato, per alimentare un allarme permanente. Emblematico in questo senso è l’articolo intitolato “Lezione di Sharia. A Brescia l’imam che insegna la fatwa”, apparso all’inizio di quest’anno su un quotidiano e subito rilanciato da responsabili politici e altri mezzi d’informazione. Di per sé, si tratta di una non notizia. È infatti ovvio che una guida musulmana formi i fedeli alla conoscenza della legge religiosa islamica – la sharia appunto – e, se sufficientemente qualificata, emetta delle fatwe, le quali altro non sono che pareri giuridici su determinate fattispecie. Il tema non è questo, quanto eventualmente l’interpretazione della sharia che viene proposta e il contenuto delle fatwe che vengono emesse. Nel caso in questione, l’imam di cui si parla, Amin al-Hazmi, si era concentrato su “una introduzione allo studio delle finalità della sharia”, un filone specifico della giurisprudenza islamica, sviluppato nell’ultimo secolo da alcuni pensatori riformisti, che non si preoccupa di definire le norme puntuali della legge religiosa, quanto il rispetto dei suoi cinque obiettivi generali: la protezione della religione, della vita, dell’intelletto, della progenie e della proprietà.

 

Appuntamenti formativi come questo sono peraltro ricorrenti in Italia, e in altre occasioni sono passati inosservati o non hanno suscitato alcuna reazione, a dimostrazione della ciclicità di una discussione che si riaccende pretestuosamente solo in determinati momenti. Lo scopo di un simile approccio sembra essere quello di dipingere l’Islam come un pericoloso corpo estraneo che si sta infiltrando nella società italiana. E poco importa se ormai numerosi musulmani, probabilmente circa un milione, sono cittadini del nostro Paese. Anche le specificità delle varie comunità islamiche che si trovano in Italia, molto diversificate per origine nazionale e per orientamenti dottrinali, vengono rimosse per confermare e diffondere l’immagine di un Islam compattamente schierato contro l’Occidente.

 

Il dibattito si è ulteriormente intensificato in questi ultimi mesi in concomitanza di alcuni appuntamenti elettorali. In seguito alle dichiarazioni rese da alcuni attivisti musulmani dopo il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, commentatori e politici hanno forzato i dati per sostenere che gli elettori di fede islamica sarebbero stati decisivi nella vittoria del NO, insinuando che questo exploit costituirebbe il preludio alla nascita di un partito islamico. Più recentemente, la presenza di alcuni cittadini di origine bengalese nella lista di un candidato sindaco alle elezioni municipali a Venezia ha innescato una polemica in cui sono andate in scena due letture entrambe distorte della questione islamica: da un lato chi vede nei musulmani una delle tante identità minoritarie da tutelare e un bacino elettorale a cui attingere in maniera strumentale, secondo una logica comunitarista che cozza con l’universalismo dei diritti umani; dall’altro quanti considerano qualsiasi forma di visibilità pubblica dell’Islam, dal velo alle moschee, una manifestazione dell’islamismo, un «termine acchiappatutto – notava il politologo francese Olivier Roy – che ormai ha ben poco a che vedere con la definizione che aveva ricevuto nelle scienze politiche». È tra l’altro paradossale che proprio coloro che affermano di voler combattere gli islamisti finiscano per assecondare una delle loro pretese, quella cioè di rappresentare l’unica versione autentica dell’Islam, cui tutti i musulmani dovrebbero adeguarsi.

 

Un argomento sempre più utilizzato in questo contesto è che ai musulmani non si può concedere nulla fintantoché non avranno firmato un’intesa con lo Stato. Chi come noi negli ultimi anni ha seguito la questione sa che il mancato raggiungimento di un accordo è imputabile più all’inerzia delle istituzioni italiane che alle associazioni islamiche, le quali anzi da tempo perseguono proprio questo obiettivo, e soprattutto che il godimento di alcuni diritti, a partire da quello della libertà di culto, non può essere subordinato a forme di riconoscimento statale, come ha spiegato molto chiaramente in un’intervista Alessandro Ferrari, giurista che ha seguito da molto vicino il dossier dei rapporti tra comunità musulmane e Stato italiano.

 

Un’ultima nota riguarda il rapporto tra Islam e Cristianesimo e in particolare tra Islam e Cattolicesimo. I detrattori della presenza islamica spesso dichiarano di agire in nome della difesa delle «nostre tradizioni», compresa la tradizione cristiana. Non si può tuttavia non rilevare che quest’ultima è perlopiù ridotta a richiami astratti o ad alcuni aspetti folkloristici, mentre da tempo la Tradizione (con la T maiuscola) della Chiesa cattolica include un convinto impegno per il dialogo con i musulmani. Tale impegno, sancito dal Concilio Vaticano II, è stato fatto proprio, per quanto con stili diversi, dagli ultimi pontefici, e ha dato frutti significativi anche nel nostro Paese, delineando nel tempo una vera e propria “via italiana al dialogo”. Nel 2023, ad esempio, le principali associazioni dell’Islam italiano hanno condiviso con l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della CEI un “testo bussola” che prende esplicitamente posizione a favore della libertà di coscienza, «inclusa la libertà di cambiare religione o credo». Nell’agosto del 2025, dunque nel pieno della crisi di Gaza, UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), COREIS (Comunità Religiosa Islamica Italiana), Moschea di Roma e Conferenza Episcopale Italiana hanno firmato un appello per la convivenza e la pace che non è stato adeguatamente valorizzato dal punto di vista politico.

 

Al di là di queste singole iniziative, la crescita dell’Islam in Europa può essere interpretata anche come una provocazione da non lasciar cadere di fronte a una secolarizzazione che pareva il destino ineluttabile delle società del Vecchio Continente. In questo senso, non sono poche le testimonianze, soprattutto in Francia, che suggeriscono un legame tra la riscoperta della fede cristiana anche nelle sue pratiche concrete, come il digiuno quaresimale, e la visibilità dell’Islam.

 

Collocandosi all’interno di questo confronto costruttivo tra cristiani e musulmani, sin dalla sua creazione nel 2004 la Fondazione Oasis ha posto al centro della propria riflessione l’inedito processo di mescolamento tra popoli e culture in atto a varie latitudini, all’interno del quale assume un rilievo particolare l’incontro (e talvolta lo scontro) tra società occidentali e Islam. Lo ha fatto partendo da un principio richiamato in più occasioni dal suo ideatore, il Cardinal Angelo Scola: i processi storici non chiedono il permesso di accadere, ma possono essere governati e orientati verso stili di vita buona. Declinata nel contesto che stiamo discutendo, tale prospettiva implica che la presenza islamica in Italia non può essere semplicemente ignorata o cancellata. Non è materialmente possibile impedire a persone di fede islamica di emigrare in Italia e soprattutto non si possono espellere tutti i musulmani che già risiedono nel nostro Paese, a maggior ragione se si tratta di cittadini italiani. Né si può impedire loro di praticare il proprio culto, perché questo confliggerebbe palesemente con uno di quei principi fondanti della nostra civiltà che pure alcuni pretendono di voler difendere proprio dall’Islam. Occorre invece agire affinché l’interazione con i musulmani sia il più possibile positiva. A volte questo richiede di mettere in luce anche aspetti problematici, e in alcuni casi noi stessi abbiamo ritenuto necessario farlo. Ma non può dar luogo alla delegittimazione indiscriminata di intere comunità. Non sarebbe solo ingiusto, ma anche insensato. L’emarginazione che inevitabilmente ne deriverebbe rischierebbe infatti di diventare il terreno di coltura di un’ostilità e di una radicalizzazione molto più reali e diffuse di quelle che vengono denunciate ora.

 

In gioco non ci sono soltanto delle scelte politiche, ma un’opzione culturale di fondo: ripiegarsi su sé stessi come ultimi difensori di una decadente cittadella assediata (oggi dal 5%, domani forse dal 10% della popolazione); o impiegare le proprie energie – e, sì, la propria identità – per favorire la convivenza, e invece di cavalcare la paura spendersi per disinnescarla.