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Medio Oriente e Africa

La rivolta libanese in cinque istantanee

Piazza dei martiri a Beirut il 24 ottobre [Hiba al-Kallas - Shutterstock.com]

Nel Paese dei Cedri un impetuoso moto di protesta ha chiesto a una classe politica miope e corrotta di farsi da parte. Difficile prevedere come andrà a finire, ma piazze e muri parlano di un possibile cambiamento

Ultimo aggiornamento: 24/11/2019 15:02:36

Nell’ultimo mese il Libano è stato teatro di eventi di portata storica, tanto complicati quanto difficilmente prevedibili. Per questo motivo, piuttosto che tentare di spiegare ciò che sta avvenendo, preferisco consegnare cinque ishārāt[1], cinque “accenni” capitatimi sotto gli occhi passeggiando per alcuni luoghi delle sollevazioni: un graffito, un cartello, una foto, un disegno, una mappa. Un punto di vista limitato, certo, ma che prova a far parlare un po’ i muri e a dar spazio ad alcune voci che rischiano di perdersi nel caos della sollevazione libanese (#Lubnānyantafid). Voci esclusivamente arabe, perché si tratta di una rivoluzione anche linguistica, con protagonista indiscussa la variante libanese (al-āmmiyya al-lubnāniyya), l’unica lingua della rivoluzione.

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Una composizione grafica tra il numero “2019” e la parola “ثورة – thawra – rivoluzione” in arabo - Art of Boo (Bernard Hage)

 

“[È una] Rivoluzione, ok?”

 

La sollevazione popolare libanese è senza precedenti (#Lubnānyantafid). Un impetus geograficamente generalizzato e socialmente trasversale. Spazialmente, dalla periferia al centro: Beirut, certo. Ma anche e soprattutto Akkar, Tripoli, Keserwan, Metn, Chouf, Saida, Nabatieh, Tiro, Baalbek e la valle della Beqaa.

 

Socialmente, dalle classi sociali più povere (circa metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà relativa) a quelle medio-borghesi, tutte governate da una leadership politica tra le più corrotte al mondo[2]. E ancora, dai ragazzi in motorino dei sobborghi beirutini agli studenti delle più importanti (e costose) università private, accomunati da un “furto di futuro” e una costante incertezza, divisi tra il partire (chi può), unendosi così alla già ben nutrita diaspora libanese, e il restare in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 36%.

 

Dunque? Dunque thawra (rivoluzione), una di quelle parole esemplari dei gradi di libertà e dell’originalità grammaticale della lingua araba[3]. La radice trilittera (tha’ – w­āw – rā’) non indica una mera rivolta popolare: designa etimologicamente un impeto di rabbia e passione, uno stimolo personale (mathār) e un eccitamento interiore (ithāra) incontenibile, che si diffonde e si estende come il propagarsi del rossore nel cielo dopo il tramonto (thawr al-shafaq). Indica l’insorgere ribelle e rivoltoso (thā’ir) di un intero popolo, ma anche lo scoppiare di un tumulto, il divampare di un incendio, l’eruttare di un vulcano, il sollevarsi di turbini di polvere o di cavallette (thawarān), l’issarsi del cammello dal terreno su cui riposava, lo scaturire dell’acqua da una sorgente o lo sgorgare del sangue dalle vene, fino a indicare le contrazioni di uno stomaco prossimo al conato. Se queste immagini evocative non bastano, risulta d’aiuto la X° forma verbale: istathāra significa precisamente far uscire dalla propria tana (una fiera), quasi a suggerire un parallelismo tra la rivoluzione di un popolo e la furia (thā’ir) con cui la belva attacca – si badi bene, per difendersi – chi ha osato provocarla (IV° forma: athāra).

 

Eccoci allora al nostro primo “accenno”. In risposta a chi vuole, consciamente o meno, sminuire la portata storica di questo autunno libanese, chiamandolo “movimento”, “protesta”, “disordine”, una ragazza spazza via ogni dubbio, scrivendo sul muro di un palazzo nel centro di Beirut: «[è una] Rivoluzione, ok? (thawra, māshī?)».

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La caduta del sistema confessionale?

 

Il secondo “accenno” non può che essere “confessionale”. Il popolo libanese chiede principalmente le dimissioni in toto della classe politica attuale (Tutti significa tutti! – kullun ya‘nī kullun!) e la fine del sistema confessionale (al-nizām al-tā’ifī) con la sua commistione politico-religiosa che non contempla, ad esempio, la possibilità di un matrimonio civile o l’acquisizione, da parte dei figli, della nazionalità libanese della madre[4].

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Un libanese di Jezzine (cittadina a maggioranza cristiana) e una libanese di Baalbek (cittadina prevalentemente sciita) tengono in mano un cartello che recita: “Vogliamo sposarci a Tripoli, non a Cipro”

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Nella foto qui a fianco, ad esempio, uno studente libanese mostra un cartello con scritto: «La più bella stagione (fasl, lett. divisione) dell’anno: la divisione (fasl) tra la religione e lo Stato». Avevo sentito una frase simile l’estate scorsa, visitando l’anziano ex-Metropolita di Byblos e Botris George Khodr, che aveva affermato (forse profeticamente?): «Morirò presto, ma solo dopo aver visto un sistema laico (nizām ‘almānī) in Libano». La rivoluzione ha dato parola a coloro, inclusa qualche personalità religiosa, che considerano deleterio l’attuale sistema confessionale. È proprio questo il senso della marcia di alcuni esponenti sciiti, sunniti, drusi e cristiani dalla Piazza dei Martiri fino a Riad al-Solh: noi siamo in primis cittadini libanesi, poi tutto il resto.

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Esponenti religiosi marciano per chiedere la caduta del sistema confessionale attuale. Illustrazione di Zarifi Haïdar

 

D’altronde, quella stessa strada passa davanti alla Moschea sunnita al-Amīn, dove, durante i primi giorni delle proteste, alcuni dimostranti sciiti hanno pregato fianco a fianco ai loro confratelli sunniti. Una première non di poco conto.  E continuando verso il Grand Serrail, ci si ritrova davanti alla chiesa maronita di San Giorgio, dove un recente graffito, forse incompleto, recita: «La religione è [solo] di/per Dio» (al-dīn li-llāh). Forse un riferimento coranico (2,193 o 8,39), ma più probabilmente un richiamo al motto attribuito al patriota egiziano Saad Zaghloul, secondo il quale «La religione è di/per Dio e la Patria è di/per tutti» (al-dīn li-llāh wa-l-watan li-l-jamī‘).

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La religione è [solo] di/per Dio

 

Intanto, dall’alto, un drone zigzaga tra la chiesa e la moschea, riprendendo circa due milioni di libanesi che reclamano il potere per troppo tempo detenuto da una classe politico-religiosa cieca e corrotta. Lo fanno intonando la canzone rivoluzionaria egiziana «Erigi i tuoi palazzi sui [nostri] campi» (shayyid qusūrak ‘a-l-mazāra‘) di Sheikh Imam. Mentre a me par di udire un’altra canzone, un po’ meno conosciuta: «E dove c’era un minareto o un campanile, c’è un albero in fiore tra le rovine». Che sia davvero l’autunno del sistema confessionale libanese?

 

Rivoluzione e spazio pubblico

 

Un risultato molto concreto, ben più tangibile delle dimissioni del Presidente del Consiglio Saad Hariri, questa sollevazione l’ha già ottenuto: i libanesi hanno potuto riappropriarsi (con grande creatività) di alcuni spazi che tante politiche orientate unicamente al profitto avevano cancellato dalla mappa di Beirut (e non solo):   

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Una mappa del centro città di Beirut, durante il mese di ottobre e novembre, indicante gli “spazi della rivoluzione”.

 

I giardini pubblici diventano luoghi di discussione politica; ex centri commerciali e cinema ospitano cineforum e interviste[5]; i libanesi stessi scoprono rovine romane in una piazza che avevano considerato a lungo un immenso parcheggio asfaltato; alcune strade laterali si trasformano in quel tanto agognato suq popolare che esisteva prima della guerra e che è ben lontano dal lusso e dall’esclusività di “Beirut Souks” a qualche centinaio di metri di distanza; un artista intona un’aria nell’Opera di Beirut, in completo stato di abbandono; Zaytuna Bay, conosciuta per i suoi yacht e i prezzi non sempre accessibili, è il posto ideale per un pic-nic domenicale; la chiesa abbandonata di Saint-Vincent-de-Paul, a pochi metri dal caos dei manifestanti, diviene luogo di preghiera e di adorazione silenziosa[6].

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Attorno alla Piazza dei Martiri si sono formati numerosi gruppi di discussione formali e informali.

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Colazione a Zeituna Bay.

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A pochi metri dalla Piazza dei Martiri si celebra l’Eucarestia “per il Libano” (min ajl Lubnān).

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Alcuni manifestanti, in cima all’Uovo, espongono uno striscione che recita: “Nessuna fiducia. Abbasso la casta”

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Molti manifestanti si battono per il patrimonio naturalistico del Libano, deturpato da decenni di speculazione edilizia. Illustrazione di Irene Vlad

 

La città torna a vivere. No, meglio: i cittadini tornano a far vivere la città. Anche in questo caso, un accenno non di poco conto, potenzialmente capace di rimarginare “ferite civili” molto profonde.

 

Donne e studenti: due lectio magistralis

 

Che “la rivoluzione è femmina” (al-thawra unthā), così come si legge in uno dei tanti graffiti di downtown, e che le donne (di tutte le età) siano al centro di questa e di altre rivoluzioni o sollevamenti attuali, è stato sottolineato da numerosi articoli[7]: forte riappropriazione dello spazio pubblico e sociale, visibilità mediatica, posizionamento in prima linea tra i manifestanti e l’esercito. Una lezione magistrale che vuole spazzar via in un colpo solo l’immagine patriarcale della donna sottomessa e senza rappresentazione diretta. Se la rivoluzione libanese è una lotta alle ingiustizie, la componente femminile ha un surplus d’ingiustizia sistematica da combattere: leggi discriminatorie, pratiche economiche, norme politiche e sociali sfavorevoli (come abbiamo menzionato nel caso dell’acquisizione della nazionalità libanese), violenza di genere, violenza domestica, una sotto rappresentazione nelle istituzioni, etc. La lista è dolorosamente lunga.

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“La rivoluzione è femmina”

 

Non a caso, una delle primissime icone della rivoluzione libanese è stata proprio una donna che, con un calcio deciso, allontanava una guardia del corpo di un politico. Un calcio al sistema, e al sistema patriarcale.

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La scritta recita: “contro di loro” (ʿalayhim). Illustrazione di Rami Kanso

 

Ma la rivoluzione non è solo donna. È anche studentesca. Da diversi giorni, ogni mattina, alle 07.15, sotto il mio balcone, passano una cinquantina di ragazze adolescenti, provenienti dal collegio femminile a qualche centinaio di metri da casa. Hanno tra i quattordici e i sedici anni e delle voci che non temono di usare. Non vanno a lezione, “sciopero scolastico”, e con le loro bandiere libanesi raggiungono altri liceali e universitari e insieme marciano verso il centro di Beirut. Sono spesso le ragazze a gridare gli slogan con il megafono, a mettersi in prima linea, a osare. «La lezione è in strada» (al-saff fī-l-shāri‘) ripetono tanti universitari che si fermano fino a sera nei luoghi delle sollevazioni, che partecipano attivamente alle discussioni nei vari stands, che fanno politica nel senso più alto del termine. Non la pensano tutti uguale sul futuro del loro Paese, ma nessuno di loro vuole lasciarlo senza avere l’alternativa di potervi rimanere. E allora gridano forte e instancabilmente. «Oggi vieni a lezione?». «La lezione è in strada, prof».

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Giovani studentesse formano una catena umana tra i manifestanti e l’esercito in Zouk Mosbeh

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Studenti dell’American University of Beirut chiudono l’accesso stradale all’Università

 

Rivoluzionare se stessi

 

Cos’hanno in comune un rapper dei sobborghi di una città come Tripoli (la “madre dei poveri”, come viene a volte chiamata) e un gesuita d’éducation française del centrale e benestante quartiere di Achrafieh a Beirut? Nel contesto di questa rivoluzione, più di quello che si possa credere.

 

Ore 18.30. Domenica sera. Chiesa di San Giuseppe, quartiere di Monot-Achrafieh, Beirut. Il sacerdote si lancia in un’omelia non esattamente breve che si conclude con una sottolineatura sull’importanza di manifestare, di esprimere le proprie opinioni, di scendere in piazza dopo la Messa per incontrare l’altro. Quel maledetto “altro” che non è della tua stessa confessione religiosa, della tua stessa regione, non ha il tuo stesso cognome, non vota lo stesso partito politico. «Dovevo capire perché queste persone hanno distrutto la mia tenda, mi sono recato a Ouzai[8] per pranzare insieme a uno di questi ragazzi che ci aveva minacciato, ora più che mai è il momento del dialogo tra noi cittadini. Gesù mangia con i pubblicani, è il momento di lasciarci alle spalle questo sentimento di paranoia verso l’altro”. “Paranoia”, ci ritorneremo tra poco. Alla fine della Messa, il sacerdote ha ancora qualcosa da dire, prima di congedare i fedeli dell’alta classe beirutina:

 

Tutte le rivoluzioni sono prima di tutto conversioni, bisogna spogliarsi delle proprie convinzioni e andare incontro all’altro.

 

Resta in tema, visto che il Vangelo del giorno è quello di Zaccheo, ma si vede che ci tiene tanto a parlare di una rivoluzione interiore. Qualcuno in realtà sta già uscendo, va bene una predica lunga, ma una seconda omelia anche no, grazie.     

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Nella città di Tripoli i manifestanti hanno tolto tutti i cartelloni con riferimenti politici. Una spoliazione?

 

Esco anch’io e mi dirigo verso la Piazza. Un capannello di gente ascolta le parole di un altro predicatore, il rapper tripolitano El Rass, “il capo”. I testi delle sue canzoni spesso spiegano il Libano molto più di qualsiasi analisi accademica e questa sera sgorgano naturali dalla sua bocca, fiotti di parole senza sosta. Riconosco una canzone piena di dolore, che parla di Tripoli durante l’occupazione siriana. Mi torna alla mente un’altra sua canzone, “Io non sono io” (Ana mish ana), che recita: «Sono un monaco, sono un Sufi […] sono un sunnita dei rawāfid sono uno sciita dei nawāsib,[9] sono un mix tra Abū Bakr e ‘Alī b. Abī Tālib, sono un dissidente del sistema [confessionale?] e sono il sistema [l’ordine] in questa dissidenza». Un inno all’alterità, all’accettazione dell’altro in noi stessi. Alla Rimbaud, Je est un autre. Ma le parole sgorgano senza sosta, la canzone è finita, “il capo” sta parlando a braccio:

 

È la nostra rivoluzione […] non sono semplici manifestazioni, è un cambiamento nei cuori e nelle menti delle persone, ci reinventiamo la nostra libertà. E questo può avvenire solamente fidandoci l’uno dell’altro. Abbattiamo la paranoia.

 

Di nuovo questa parola, paranoia. «Psicosi caratterizzata da diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri». Che venga abbattuto il sistema della paranoia, e continua «che cada la paura dell’altro. Purifichiamo i nostri cuori e lasciamo cadere le false rappresentazioni dell’altro». Già. Perché «Tutti significa tutti», anche quel “tutti” dentro noi stessi. Per far cadere un sistema confessionale nel quale ho vissuto tutta la mia vita bisogna esser pronti a far “cadere” anche sé stessi, il proprio cognome che tanto ti definisce qui in Libano, il proprio circolo ristretto, la propria comfort zone. Bisogna riconoscere che il mio Libano è anche quello del vicino a cui non ho mai rivolto la parola perché anni di paranoia ereditata più o meno direttamente dalla Guerra civile non me lo permettono.

 

Cosa sarà di questo autunno libanese è difficile immaginarlo, e sta solo ai libanesi dircelo. Ma mi unisco all’augurio del sacerdote e del rapper: che questa rivoluzione sia una rivoluzione a tutto tondo, anche verso sé stessi, e che si possa arrivare a quella tanto agognata riconciliazione nazionale (al-musālaha al-wataniyya) che non c’è mai stata, e far cadere insieme, e infine, il sistema della paranoia verso l’altro.

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Alla scritta “rivoluzione” fatta con uno stencil, qualcuno ha aggiunto a bomboletta: “di noi stessi”

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p.s.: Abbiamo dimenticato qualcuno? Sì, i possibili accenni sono tanti e non c’è modo di essere esaustivi. Certe dimenticanze, però, non sono permesse. Il giorno in cui due milioni di libanesi scendevano in piazza, dalla mia finestra guardavo il palazzo di fronte. C’era solo una stanza illuminata per ogni piano, le cucine di ogni appartamento. Dentro, le domestic workers preparavano la cena per le famiglie libanesi che sarebbero tornate a casa di lì a poco. Dietro quei fornelli, c’è a volte tanta sofferenza e ingiustizia, ma è un’altra storia, degna di un’altra rivoluzione, per un’altra volta. 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 


[1] Si veda Ed. and P. Nwyia, “Is̲h̲āra”, Encyclopaedia of Islam, Second Edition, consultata online il 15 novembre 2019 http://dx.doi.org/10.1163/1573-3912_islam_SIM_3622 e Lutz Berger, “Allusion (in Ṣūfism)”, Encyclopaedia of Islam, THREE, consultata online il 15 novembre 2019 http://dx.doi.org/10.1163/1573-3912_ei3_COM_24210

[2] Per una magistrale analisi economica della situazione libanese attuale, si veda Rossana Tufaro:  http://tiny.cc/ks66fz e http://tiny.cc/gt66fz.

[3] Louis Massignon, Opera Minora, vol. II, a cura di Youakim Moubarac, Presses Universitaires de France, Paris, p. 540 e ss.

[4] Poiché il matrimonio civile è riconosciuto in Libano, qualche migliaio di libanesi ogni anno si sposa civilmente in Paesi vicini come Turchia, Grecia o Cipro.

[5] “L’uovo” (al-Bayda), un cinema abbandonato parte di un progetto di centro commerciale iniziato nel 1965 e mai terminato, a causa della guerra civile, simbolo e cultural hub della sollevazione libanese. http://tiny.cc/3gm7fz

[6] Si legga su questo l’interessante contributo di Tony Homsy SJ http://tiny.cc/5vn7fz

[7] http://tiny.cc/isq7fz; http://tiny.cc/ltq7fz; http://tiny.cc/euq7fz

[8] Quartiere periferico di Beirut caratterizzato da grande povertà. Chissà se il sacerdote è al corrente che il nome del quartiere si riferisce all’Imam al-Awzāʾī (m. 157/774), fondatore di una scuola di giurisprudenza islamica (madhhab) e figura particolarmente attiva in quello che oggi definiremmo “dialogo interreligioso”. Si veda: http://tiny.cc/0g99fz

[9] Il termine rawāfiḍ, plurale di rāfiḍī, si riferisce a “coloro che hanno rifiutato” i primi tre califfi dopo Muhammad, e indica (spesso in senso dispregiativo) i musulmani sciiti. Il termine nawāsib, plurale di nāsibī, si riferisce a “coloro che odiano” le Genti della casa di Muhammad (Ahl al-Bayt) e indica dunque, in senso dispregiativo, i musulmani sunniti.

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