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Il “love jihad” e le altre notizie della settimana

Musulmani in India durante l'Eid al-Fitr [arindambanerjee - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 04/12/2020 14:49:13

Di cosa parliamo questa settimana:

  • la teoria cospirazionista del "love jihad" in India
  • l'assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh
  • la sempre più probabile distensione dei rapporti tra Qatar e Arabia Saudita
  • i rapporti tesi tra Italia ed Egitto

 

Che cos'è il Love Jihad

 

Di teorie complottiste ce ne sono di tutti i tipi: in India è tornata in auge quella del “love jihad”, secondo cui la minoranza musulmana vorrebbe realizzare una «sostituzione etnica» a scapito della comunità indù, «seducendo, sposando e convertendo le ragazze hindu», scrive Matteo Miavaldi su Il Manifesto. Questa teoria in realtà nasce qualche anno fa e viene alimentata da falsi video fatti circolare sui social network e che hanno poi portato a tensioni intracomunitarie, scontri e divisioni sempre più marcate tra indù e musulmani, soprattutto nell’Uttar Pradesh. Proprio in questo Stato nel 2014 più di 60 persone furono uccise in scontri e si contarono circa 50.000 sfollati, di cui la maggior parte musulmani.

 

Se ne è tornati a parlare perché a fine novembre alcuni Stati federali indiani hanno approvato delle leggi che criminalizzano i matrimoni interreligiosi. Nei casi di «conversioni illegali» sono previste pene detentive fino a 10 anni, e se la sposa si è convertita per il matrimonio, quest’ultimo verrà invalidato. Sempre nell’Uttar Pradesh mercoledì un uomo musulmano che avrebbe tentato di convertire una donna indù è stato arrestato in ottemperanza alla nuova legge.

 

Tuttavia secondo il Washington Post il problema sta nel legittimare pratiche discriminatorie nei confronti dei musulmani: «[…] la destra indiana ha intrapreso una campagna contro qualsiasi rappresentazione di relazioni interreligiose […]. Questi attacchi continuano ad alimentare la pericolosa teoria cospirazionista del “love jihad” i cui sostenitori cercano di vincolare e limitare la libertà delle donne indù e di demonizzare ulteriormente i musulmani in India. I video dei vigilantes indù che picchiano i ragazzi musulmani per il presunto innamoramento delle ragazze indù una volta hanno generato una condanna universale. Ora questi attacchi stanno guadagnando legittimità».

 

E Al Jazeera ricorda che il nuovo provvedimento deve essere inserito nel contesto del Citizenship Amendament Act (un emendamento che permette di avere la cittadinanza agli appartenenti di alcune minoranze religiose; i musulmani dei Paesi limitrofi all’India ne sono esclusi) ma anche che una «conseguenza aggiuntiva di questa legislazione, volta a far avanzare un'agenda politica e ideologica, sarà l'ulteriore radicamento delle norme patriarcali. In gran parte dell'India, le donne lottano ancora per le libertà fondamentali con poca voce in capitolo in questioni che riguardano l'istruzione, il lavoro, le finanze e il matrimonio». A queste parole fa eco un articolo della CNN: « I crimini violenti contro le donne sono preoccupanti. Eppure, quando si parla di leggi sul “love jihad”, non si parla di sicurezza delle donne [ragione che invece è stata addotta dal BJP], ma piuttosto di togliere a una donna il diritto di scegliere il proprio coniuge. Parliamo di comunitarizzare un matrimonio, di distillarlo nelle fedi dei rispettivi partiti, piuttosto che di guardare a due adulti come individui».

 

L'assassinio di Fakhrizadeh in Iran

 

Dopo l’assassinio dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, si attende una reazione da parte iraniana. Teheran si vendicherà o cercherà di riprendere il percorso diplomatico con la nuova presidenza americana? E se reagirà, lo farà subito? Se lo chiedono tra i tanti il New York Times e Axios, ma mentre il governo iraniano mercoledì ha fatto passare una legge per accelerare il processo di arricchimento dell’uranio (nonostante la contrarietà espressa dal presidente della Repubblica Hassan Rouhani), è improbabile che si arrivi allo scontro aperto con Israele – che non ha commentato la vicenda ma da più parti è stato additato come responsabile dell’assassinio. Più che avere ripercussioni pratiche quindi, la legge vuole fungere da avvertimento per gli Stati Uniti e Israele, dove sono si prevedono le ennesime elezioni, e d’altra parte l’uccisone di Fakhrizadeh non andrà a minare il programma nucleare iraniano.

 

Sicuramente questa recente escalation complica il processo diplomatico che Biden vorrebbe intrattenere con l’Iran: abbiamo spiegato perché in un articolo sul nostro sito. Haaretz prende in considerazione tutte le opzioni per una risposta militare iraniana, ma conclude confermando l’improbabilità di un’escalation. L’Iran potrebbe colpire i cittadini israeliani all’estero, oppure potrebbero verificarsi attacchi circoscritti al confine con il Libano (coinvolgendo Hezbollah), sulle alture del Golan al confine con la Siria o sul fronte navale colpendo delle petroliere, come già avvenuto in passato. In ogni caso «opzioni che permettano [all’Iran] un certo livello di verosimile negabilità, come spesso accade, comprese le operazioni informatiche e gli attacchi tramite proxy».

 

Per capire cosa potrebbe succedere nel lungo periodo può essere utile allargare lo spazio all’intera regione, come leggiamo su Syria Comments: «Sul versante della sicurezza regionale, tuttavia, una strategia alternativa [al ritorno del JCPOA accompagnato da una revoca delle sanzioni] potrebbe essere più facile da applicare. E sarebbe quella di indirizzare le capacità finanziarie e commerciali arabe per scavalcare l’Iran, ovunque cerchi di prendere piede – o di aumentare la sua influenza – all’interno della regione». In altre parole vorrebbe dire bilanciare la potenza iraniana puntando sulla cooperazione tra gli altri Stati del Golfo, che dopo la vittoria di Biden si sono mossi per ridefinire il balance of power della regione.

 

I rapporti tra Qatar e Arabia Saudita

 

Dopo l’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha cambiato postura e sta cercando una via di riconciliazione con il Qatar, dal 2017 isolato diplomaticamente e commercialmente dal “Quartetto” formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto.

 

Il Qatar in questi anni ha trovato nella Turchia un solido alleato, e si è avvicinato all’Iran, due Stati che sono osteggiati invece dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Ma con un presidente democratico in procinto di sedere alla Casa Bianca, Riad e Abu Dhabi hanno bisogno di riposizionarsi velocemente: «Essenzialmente i sauditi hanno scelto di cedere in parte con la Turchia per avere meno rivali, sia nella sfera dell’opinione pubblica arabo-islamica (all’interno della quale si gioca la partita intra-sunnita tra Riad e Ankara), sia rispetto a quella regionale e internazionale e non essere additati come trouble-maker. Questo genere di tentativi stanno andando avanti, senza troppe pubblicità anche con il Qatar», leggiamo su Formiche. Quello di risolvere i rapporti con Doha è un «regalo» a Biden da parte dell’Arabia Saudita, che, per la scarsa reputazione di cui gode nei circoli internazionali a causa degli errori del principe ereditario Mohammad bin Salman (tra cui l’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi e il coinvolgimento nella guerra in Yemen), ha tutto l’interesse a mostrarsi «come forza positiva nella regione».

 

È in questo senso quindi che va letto anche il recente viaggio nel Golfo di Jared Kushner, consigliere e genero di Donald Trump, in cerca di « vittorie definitive e a lungo termine nella politica statunitense in Medio Oriente», commenta Al Jazeera. Sembra quindi che il tentativo di Kushner sia quello di “sganciare” il Qatar dall’Iran per continuare anche negli ultimi giorni di amministrazione Trump la campagna di massima pressione contro Teheran e al contrario rendere ancor più amichevoli i rapporti delle monarchie del Golfo con Israele, che dopo gli accordi di Abramo sta progressivamente avendo accesso agli spazi aerei della regione.

 

Tuttavia, L’Orient-Le Jour scrive che «se una risoluzione del conflitto consentisse di rafforzare il fronte anti-iraniano, i paesi del Golfo potrebbero però avere a che fare con la Turchia, […], che punta ad affermarsi come leader del blocco sunnita». Per portare a compimento la loro impresa geopolitica, a Riad e Abu Dhabi resterebbe quindi il compito di allontanare il Qatar anche da Ankara, con la quale però Doha ha firmato recentemente accordi di vario tipo, rendendo i loro legami ancora più stretti.

 

In un paragrafo

 

Rapporti tesi tra Italia ed Egitto

 

Dopo svariate pressioni internazionali, l’Egitto ha rilasciato i tre attivisti della Ong con cui collaborava di Patrick Zaki, precedentemente incarcerati per «essersi uniti a un gruppo terrorista» e  «aver diffuso notizie false». Ma i rapporti con il Cairo restano tesi, perché l’Egitto ha dichiarato che non collaborerà con l’Italia per il processo riguardante la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano che era al Cairo per lavorare alla sua tesi di dottorato e che nel 2016 è stato ucciso e torturato. La Procura di Roma andrà avanti con le indagini che incriminano cinque agenti dei servizi segreti egiziani, ma senza l’aiuto della Procura generale egiziana. Quest’ultima ha infatti dichiarato di voler continuare a seguire la pista di una banda di criminali che si sarebbero occupati del sequestro del ragazzo, ma, scrive il Post, «la storia della banda di rapinatori è considerata il depistaggio più clamoroso delle autorità egiziane sull’omicidio Regeni». Infine il Foglio precisa la necessità di continuare a parlare dell’omicidio di Regeni anche per una questione di interesse nazionale: «Se nei Paesi con i quali intratteniamo ottimi rapporti politici e commerciali si comincia a pensare che massacrare italiani all’estero sia un’attività a costo zero, nessuno sarà più tranquillo all’estero. Se invece c’è un prezzo politico e giudiziario da pagare, […] se alla fine i responsabili sono individuati e processati, allora è un guadagno enorme per l’interesse nazionale dell’Italia».

 

In una frase

 

Continuano i provvedimenti contro l’Islam radicale in Francia (Le Monde) e in Austria (Financial Times), stimolando varie riflessioni. Jean-Pierre Filiu colloca le iniziative di Macron nella tradizione dei rapporti tra Islam e Repubblica francese (Newlines Magazine).

 

L’Etiopia ha annunciato la fine dell’offensiva contro il Tigrè, ma questo non vuol dire che si sia giunti alla pace (Reuters).

 

Continua la repressione nei confronti degli uiguri (Le Monde); una recente indagine ha svelato che alcuni vengono uccisi e i loro organi venduti (Haaretz).

 

Il ritiro americano dall’Iraq potrebbe favorire lo Stato islamico e l’Iran (AP News).

 

Un servizio sui giovani libanesi che all’indomani dell’esplosione al porto di Beirut hanno ricostruito la loro città (Rai Play).

 

SEGNALAZIONE:

Cosa resta della Primavera araba a dieci anni dal suo scoppio? L'11 dicembre un nostro evento online per discuterne. Tutte le informazioni qui

 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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