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Medio Oriente e Africa

Nel nuovo che avanza, la domanda di sempre

Medio Oriente verso dove? L’interrogativo s’impone da sé e rimbalza senza sosta nei media. Se non vogliamo che sia solo il flusso delle immagini, la cronaca spesso confusa, o il temperamento di ciascuno, nelle molteplici gradazioni d’ottimismo e pessimismo, a determinare la risposta, è ben chiaro che ci attende un lungo cammino, di analisi e di condivisione, ma anche di testimonianza e d’azione. Oasis non vuole sottrarsi all’impegnativo compito di decifrare l’attuale stagione di cambiamento.  

Lavoro e Libertà

 

 

Mentre cresce la distanza temporale che ci separa dai primi disordini tunisini, non diminuisce la sensazione di sorpresa nei confronti di quello che abbiamo chiamato

 

l’“imprevisto nordafricano”. Imprevisto non solo per la maggior parte degli studiosi, ma anche, se non ci inganniamo, per le stesse popolazioni protagoniste delle rivolte e certamente per le società europee, non di rado rattrappite in visioni di corto respiro. Come ogni imprevisto, esso contiene numerosi elementi di inquietudine, che è necessario evidenziare con sano realismo, ma rappresenta prima di tutto un appello che il Signore rivolge alla nostra libertà.

 

 

Nei sollevamenti nordafricani grande rilevanza ha assunto fin da subito il tema economico e dei diritti sociali. Le rivolte sono scoppiate in contesti di deprivazione, in ambito giovanile, e una delle richieste ricorrenti è stata quella del lavoro. Il riflesso sulle società europee, travagliate anch’esse dalla crisi, è risultato quasi immediato, con un riacutizzarsi dei flussi migratori, accompagnati da tensioni. Molti analisti sono però dell’opinione che l’onda d’urto debba ancora venire: dietro il Maghreb infatti premono le popolazioni dell’Africa sub-sahariana, che non di rado versano in condizioni di vita insopportabili. Un giro d’orizzonte minimamente onesto e realistico esclude così l’idea che si possa continuare con l’attuale sistema economico. Non è soltanto una questione etica, come spesso si sente ripetere in alcuni ambienti, soprattutto se per etica s’intende un’operazione superficiale di cosmesi post eventum; si tratta realmente di un’impossibilità pratica. E non sarà un caso se il Santo Padre ha creduto necessario dedicare un’enciclica all’elaborazione di una nuova ragione economica. Non va neppure sottovalutato come lo spostamento fisico dei migranti renderà sempre più inevitabile parlare in Europa di un vero e proprio meticciato. La categoria che – oggi dobbiamo riconoscerlo – aveva una certa carica provocatoria e profetica, anche perché lasciava intuire l’esistenza di una crescente varietà all’interno del mondo islamico, è nata, come si sa, nella forma di una metafora precisata dal riferimento primario a “cultura e civiltà”, ma la demografia suggerisce che il fenomeno potrebbe assumere anche tratti molto concreti e, come la storia ci ricorda, non poco dolorosi.

 

 

Insieme alla nuova rilevanza del tema economico si è manifestata una forte richiesta di maggiori libertà individuali e di un controllo più efficace sugli apparati dello Stato. Questo nucleo di rivendicazioni ha fatto spesso riferimento al concetto di “dignità umana”. È stata avanzata da alcuni settori della società una domanda di riorganizzazione dello spazio pubblico in senso maggiormente pluralista e liberale, capace di tollerare un più alto grado di differenziazione interna. Alcune rivendicazioni sembrano ricordare il percorso storico europeo della laicità, ma vi sono anche notevoli differenze: la questione dei rapporti tra Stato e Chiesa si pone ad esempio in modi del tutto nuovi (da qui tra l’altro l’idea che “chiericalizzare” l’Islam, come diversi Stati europei stanno cercando di fare, potrebbe rivelarsi anacronistica). L’accento sembra essere posto prima di tutto sullo spazio pubblico come luogo di un confronto maggiormente libero tra diverse posizioni, anche all’interno del campo religioso musulmano, mentre la critica delle concezioni religiose in sé che, com’è noto, è all’origine di non poca confusione intorno alla laicità, non sembra trovare grande eco. Se con “nuova laicità” intendiamo, come abbiamo specificato in passato, [1] la ricerca di un criterio per regolare lo spazio della convivenza possibile, allora la tematica è presente e rilevante anche nelle rivolte nordafricane, al di là poi del nome che si vorrà utilizzare. E forse la sottolineatura sull’apertura dello spazio pubblico rende il concetto di “civismo”, madaniyya, più adeguato. Ad ogni modo, la questione terminologica non rappresenta la prima urgenza: viene alla mente l’invito di Husserl a tornare alle «cose stesse».

 

 

È anche per questa ragione che insistere su “la laicità”, trasformandola da esperienza storica europea, variamente e non senza contraddizioni interpretata, a categoria assoluta dello spirito di cui si attende lo svelarsi (finalmente) anche nelle civiltà non europee non sembra essere una strada promettente né particolarmente efficace sul piano cognitivo. Non va dimenticato infatti che l’auto-presentazione di parecchi Stati mediorientali come “in cammino verso la laicità”, unita a una retorica delle riforme, è spesso servita per mascherare derive autoritarie. Paradossalmente i fatti nordafricani mostrano, oltre a mille altre cose, che l’accento posto sulla necessità di una nuova laicità o sulla laicità positiva (a cui anche Benedetto XVI ha dedicato più di un intervento) non è uno stratagemma verbale escogitato da alcuni per evitare di parlare di laicità tout court, ma una necessità imposta dai fatti.

 

 

Rivolte o Rivoluzioni?

 

 

I due ingredienti che abbiamo ricordato, rivendicazioni economiche e richiesta di maggiori diritti individuali, hanno condotto alla concatenazione di rivolte che ancora non si può dire conclusa. Sono anche rivoluzioni? Augusto del Noce, grande filosofo italiano del secondo dopoguerra, nel suo Il problema dell’ateismo ha un’osservazione illuminante in proposito, ancorché posta in un contesto diverso dal nostro, nel confronto cioè tra la rivoluzione marxista e la rivolta surrealista: «Il momento della rivolta pura si dissocia dall’idea di rivoluzione, in quanto a questa è essenziale l’idea di verità». [2] I movimenti nordafricani sono nati come rivolte di tipo economico. Se sono diventate, almeno per alcuni settori delle rispettive società, rivoluzioni, ciò è avvenuto perché hanno messo in campo anche una certa idea dell’uomo. Se vogliono continuare ad essere rivoluzioni, è questa stessa idea che devono approfondire.

 

 

In Medio Oriente è risuonata forte la domanda su che tipo di uomo vuol essere l’uomo del terzo millennio, quella stessa domanda che in forme diverse scuote sempre più potentemente anche le società occidentali. In realtà però, se la domanda è chiara, non ancora ben definita è la risposta. Pensiamo ad esempio a che cosa succederebbe se la situazione economica di Tunisia ed Egitto persistesse a essere molto negativa: la necessità di ordine e stabilità passerebbe in assoluto primo piano, a scapito del discorso sulle libertà. Ancora: se già in Egitto le contrapposizioni comunitarie o presentate come tali hanno mietuto un numero sempre crescente di vittime, fino agli inaccettabili incidenti dell’autunno, Paesi con una varietà interna molto più marcata come la Siria vivono apertamente un clima di una guerra civile. I movimenti di protesta non vanno esenti dal rischio di strumentalizzazioni fondamentaliste o demagogiche e probabilmente non tutto nasce così innocentemente come alcuni media vorrebbero farci credere. Non possiamo infine dimenticare che in altre parti del mondo a maggioranza musulmana (penso ad esempio al Pakistan, ma anche al martoriato Iraq), le cose sembrano muovere in tutt’altra direzione. Gli spazi di libertà, come si aprono, si possono anche chiudere e occorre distinguere tra prospettive a lungo termine e ricadute immediate. Sarebbe davvero un triste paradosso (a scongiurare il quale la comunità internazionale deve adoperarsi in ogni modo) se rivolte condotte in nome della libertà dovessero risolversi nella cancellazione di quelle esperienze concrete di pluralismo positivamente assunto che sono le comunità cristiane orientali.

 

 

Malgrado tutto, i fenomeni insurrezionali rappresentano un punto di non-ritorno, uno spartiacque certamente più demarcato rispetto all’89 europeo e ai recenti movimenti degli “indignati”. Nel cambiamento hanno avuto un loro ruolo, benché sovente esagerato, i new media, mentre generalmente sottovalutato appare il peso della finanza e dell’esercito. Tuttavia l’aspetto centrale rimane la pluralizzazione delle società indotta dalle insurrezioni; che questo fenomeno debba essere affrontato rispettando il cammino di ciascuno è molto importante, ma il fenomeno c’è. In un contesto di maggiore differenziazione occorrerà trovare le ragioni adeguate per una più sicura fondazione della libertà personale, di cui la libertà religiosa appare come il test di verifica, dal momento che l’invocata dignità della persona trova in essa il suo fondamento ultimo, correndo altrimenti il rischio di ridursi a un flatus vocis, una pura espressione verbale. Non necessariamente contraddittoria rispetto a tale esigenza e anzi comprensibile nelle sue motivazioni è l’insistenza sui diritti dell’individuo. Tuttavia l’esperienza occidentale mostra che per questa via si può anche arrivare alla tragedia. Crisi di educazione e di generazione, un’identità che non vuole avere nessi: questa è la malattia mortale della nostra società. Ecco la messa in guardia che deve venire dall’Occidente.

 

 

L’interrogativo da cui siamo partiti assume insomma una nuova e più incisiva formulazione: non tanto Medio Oriente verso dove? ma piuttosto Medio Oriente attraverso chi? La risposta infatti si giocherà prima di tutto a livello dei soggetti che guideranno il cambiamento.

 

 

Il Bene Pratico dell’Essere-Insieme

 

 

 

Se l’idea di uomo determinerà la forma che la domanda di pluralismo assumerà in Medio Oriente, fino alla possibilità di un suo tragico capovolgimento, che proposta è in grado di avanzare la fede cristiana? Ha qualcosa di specifico da dire? Nel tentare di rispondere a questa domanda, sposto inevitabilmente il centro d’attenzione dalla realtà mediorientale al contesto delle società plurali europee che mi è proprio. Se queste mie riflessioni possano valere anche altrove (in una certa misura io credo di sì) è una delle questioni appassionanti per cui esiste Oasis.

 

 

Benedetto XVI, durante la visita ad Aquileia e Venezia del maggio scorso, ha avuto ad affermare, riecheggiando le parole dell’antica Lettera a Diogneto: «Non rinnegate nulla del Vangelo in cui credete, ma state in mezzo agli altri uomini con simpatia, comunicando nel vostro stesso stile di vita quell’umanesimo che affonda le sue radici nel Cristianesimo, tesi a costruire insieme a tutti gli uomini di buona volontà una “città” più umana, più giusta e solidale». [3] Dopo il dramma dell’umanesimo ateo (De Lubac), il Santo Padre esorta così a riscoprire un umanesimo cristiano, nel quale trovi spazio, come sua dimensione intrinseca e non stagionale (parole ancora di Benedetto XVI), l’apertura alle altre religioni e agli uomini di buona volontà. È una grande sfida che attende ancora di essere adeguatamente assunta e che abbraccia diverse dimensioni, da quelle teologica, antropologica e culturale a quella più strettamente politica, alla quale intendo limitarmi.

 

 

E proprio sul piano strettamente politico, in alcuni interventi passati ho avuto modo di sottolineare, al fine d’individuare un criterio di convivenza possibile in una società plurale, il valore politico-pratico dell’essere-insieme. [4] In tal modo esortavo a riconoscere che, se come cristiani crediamo davvero in un Padre che guida la storia attendendoci nella sua casa («la tenda di Dio con gli uomini» di Ap 21,3), non possiamo considerare estranea al Suo disegno la condizione di inedita pluralità che viviamo quest’oggi. Sono tuttora convinto che una tale semplice constatazione abbia enormi ricadute pratiche e psicologiche e permetta già di vedere in tutt’altra ottica il problema dei migranti in Occidente, o, in Oriente, il senso di una presenza cristiana minoritaria. Tuttavia alcuni dialoghi e contributi [5] mi hanno spinto a considerare la possibilità che tale principio, fondato sul riconoscimento dell’essere in società come bene politico, possa essere assunto come criterio sufficiente per fondare adeguatamente uno spazio pubblico in un contesto di inedita pluralità (non cioè un contesto nel quale, com’è stato il caso finora dell’Europa, alcuni presupposti etici cristiani tacitamente ammessi provvedevano a contenere i possibili conflitti). [6] Il principio dell’essere-insieme, ovvero se si preferisce della comunicazione tra i soggetti, benché aperto a diverse fondazioni speculative o dottrinali, porta in sé alcuni contenuti valoriali: [7] esclude infatti le concezioni di tipo terroristico o separatista perché contraddittorie con il criterio della co¬municazione politica; presuppone la libertà di partecipazione, domanda l’uguaglianza e pone la giustizia come condizioni di realizzazione. Ammette variazioni nelle realizzazioni, ma entro un certo limite. I Vescovi orientali hanno molto riflettuto sulla nozione di “convivialità”, da ultimo nell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente. La riflessione politica che ho qui appena sfiorato non potrebbe essere intesa come un approfondimento di tale esperienza pratica, che tra tante difficoltà e persecuzioni non ha mai cessato d’essere presente?

 

 

Occorre certamente esaminare con molta attenzione la questione se il principio “comunicativo” dell’essere-insieme sia da solo sufficiente per evitare derive relativistiche. In ogni caso gli uomini delle religioni dovranno immettere nella loro narrazione tesa al reciproco riconoscimento tra i soggetti che abitano la società plurale una considerazione della dignità della persona umana, creata a «immagine e somiglianza di Dio» (cfr. Gen 1,27) o «luogotenente di Dio sulla terra» (Corano 2,30). Questa almeno sembra essere l’opinione di Sant’Agostino che, parafrasando genialmente il principio evangelico («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» Mt 22,21; cfr. Mc 12,17 e Lc 20,25), ingiunge: «Date a Cesare la sua immagine monetaria e a Dio la persona umana, creata a sua immagine». [8] D’altra parte si potrebbe ribattere che «la dignità intrinseca ed irriducibile del soggetto umano è reperibile con più certezza e pertinenza all’interno del suo agire storico-sociale quale sua condizione di possibilità» [9] perché l’atto della comunicazione implica l’incontro di soggetti liberi e personali.

 

 

Nel consegnare a tutti il compito di esplorare le buone ragioni di una vita in comune, senza le quali il travaglio delle società euro-atlantiche e nordafricane resterà esposto a ogni tipo di derive, mi pare necessario ricordare, come tante altre volte, l’orizzonte imprescindibile del lavoro che ci attende. Esso non potrà che consistere nella testimonianza. In questi anni, grazie a Oasis, abbiamo avuto la fortuna d’incontrare alcune figure straordinarie. Ne vorrei citare solo due: S.E. Mons. Luigi Padovese, tragicamente assassinato in Turchia, e il ministro pakistano Shahbaz Bhatti, grande paladino, insieme al governatore musulmano del Punjab Salmaan Taseer, della lotta contro l’iniqua legge della blasfemia. Possa il loro esempio stimolare i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà a non sottrarsi alla costruzione di una vita buona, personale e comunitaria. È il nostro compito storico. Lo dobbiamo a noi stessi e un po’ anche a loro.

 

 

 

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[1] Angelo Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007, 15-45.

 

 

[2] Augusto Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna, 2010 (prima edizione 1964), 100.

 

 

[3] Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea del secondo Convegno di Aquileia, Basilica di Aquileia, 7 maggio 2011.

 

 

[4] Cfr. Jacques Maritain, Les possibilités de coopération dans un monde divisé in Œuvres 1940-1963, Paris, Desclée de Brouwer 1979, 435-450.

 

 

[5] Cfr. Francesco Botturi, Pluralismo sociale e virtù politica, «Hermeneutica» 1 (2002), 1-33,

 

e più recentemente il nostro Buone ragioni per la vita in comune, Mondadori, Milano 2010, 11-14.

 

 

[6] Su questa «moderna slealtà» («Quel doppio gioco che da un lato rifiuta la dottrina e l’ordine cristiano della vita e dall’altro rivendica a sé le conseguenze umane e culturali di quella stessa dottrina») cfr. Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna, Morcelliana, Brescia 19999, 105.

 

 

[7] Storicamente questa tesi ha trovato un grande difensore nella figura del domenicano spagnolo

 

Francisco de Vitoria, teorizzatore della «comunicazione naturale». Cfr. Paolo Gomarasca, Meticciato, convivenza o confusione?, Marcianum Press, Venezia, 2009, 73-78. Tutto il tema della ragione relazionale, sviluppato da Pierpaolo Donati in modo particolare nel volume Oltre il multiculturalismo (Laterza, Roma-Bari 2008), valorizza la dimensione comunicativa come possibile soluzione ai conflitti interculturali.

 

 

[8] Agostino, Discorso 113/a, 8, in Discorsi sul Nuovo Testamento, a cura di Luigi Carrozzi, Città Nuova, Roma 1983, 439, 441.

 

 

[9] Francesco Botturi, Secolarizzazione e laicità, in Pierpaolo Donati (a cura di), Laicità: la ricerca dell’universale nelle differenze, Il Mulino, Bologna 2008, 295-337.

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