close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
dona
Medio Oriente e Africa

Libia, una svolta incerta e dolorosa

Dopo la caduta di Gheddafi due sono i possibili sviluppi della situazione: uno Stato islamico o una Repubblica “afghanizzata”. In entrambi i casi esploderanno le contraddizioni dell’eterogeneo Consiglio di transizione e dell’intervento occidentale

La “guerra per la democrazia”1 che ha scosso la Libia a partire dal marzo 2011 spinge a interrogarsi sul futuro di un Paese che vive attualmente le ore più dolorose della sua storia. La guerra, iniziata dalla Francia e dalla Gran Bretagna e poi condotta dall’Alleanza atlantica2 e da una ribellione a Bengasi, il tutto nel contesto delle controverse risoluzioni ONU, avrebbe fatto più danni materiali, morti e feriti dell’occupazione italiana del 1911. Ciò significa che la guerra civile combattuta in Libia avrà gravi conseguenze nel Paese, così come in tutta l’Africa. Il continente potrebbe essere destabilizzato; in ogni caso questa è la preoccupazione espressa dall’Unione africana fin dall’inizio del conflitto e la ragione delle sue prese di posizione.

 

 

La guerra civile3, che è stata presentata come una transizione democratica ma che assomiglia a un colpo di Stato4 effettuato congiuntamente dai ribelli e dalla NATO, avrà conseguenze economiche: c’è il rischio concreto che porti a una regressione sociale e alla nascita di un sistema politico autoritario di tipo islamista. Questa è in ogni caso la prima ipotesi; la seconda è un’“afghanizzazione” della Libia. Una terza ipotesi, quella di un governo di transizione che includa tutte le forze politiche – un “governo inclusivo”, come hanno auspicato l’Unione africana prima e l’ONU poi – sembra molto improbabile a causa delle lacerazioni prodotte dalla guerra e dell’odio reciproco.

 

 

L’obiettivo di questo articolo è interrogarsi sul futuro politico della Libia e su quello che potrebbe essere uno Stato post-gheddafiano. Per ben sottolinearne i risvolti socio-politici è necessario, non foss’altro che a futura memoria, ricordare la natura dello Stato gheddafiano e la politica messa in atto da Gheddafi in seguito al colpo di Stato del 1969. Dopo questo richiamo storico, necessario ma non esaustivo, tenteremo di sviluppare gli elementi che danno sostanza alle prime due ipotesi menzionate, le quali costituiscono le due possibilità di evoluzione a breve e medio termine della vita politica libica.

 

 

La vita al tempo del colonnello

 

 

La presa di potere di Gheddafi nel 1969, avvenuta senza perdite di vite umane, si situa nel contesto di una società libica in crisi a causa della perdita di legittimità della monarchia senussita (1951-1969). Crisi dovuta anche alla subordinazione delle autorità dell’epoca alle multinazionali del petrolio e alle potenze anglo-americane che, in cambio di finanziamenti versati al re Idrîs al-Senûsî, mantenevano basi militari che suscitavano il malcontento della popolazione. Crisi anche di una società in cui la miseria era abbastanza diffusa, perfino a Bengasi e Tripoli, e che era segnata dalle divisioni e dai conflitti regionali, in particolare tra le due principali province, la Cirenaica e la Tripolitania. Crisi, infine, di una società caratterizzata dalla xenofobia e dal razzismo nei confronti dei neri.

 

 

Lo Stato gheddafiano era uno Stato sociale in cui alcuni servizi venivano messi a disposizione della popolazione a condizioni molto favorevoli: l’elettricità per uso domestico era gratuita, così come l’acqua da bere; la benzina costava a malapena 10 centesimi di euro; le banche concedevano prestiti a interessi molto bassi; i libici non pagavano praticamente tasse; l’IVA non esisteva; il debito pubblico era pari al 3,3% del PIL; le automobili, la maggior parte importate dal Giappone, dalla Corea del Sud, dalla Cina e dagli Stati Uniti, erano vendute a prezzo di fabbrica. Sul piano dell’istruzione, la Libia è il Paese con il tasso di analfabetismo più basso dell’Africa e del mondo arabo e, inversamente, con il tasso più alto di alfabetizzazione dell’Africa e del Maghreb. A questo proposito, lo Stato ha consacrato mezzi consistenti allo sviluppo dell’istruzione, incoraggiando anche gli studi all’estero: ogni studente desideroso di compiere gli studi fuori dalla Libia riceveva una borsa di 1627,11 euro al mese, pari allo standard attuale di numerosi Paesi europei.

 

 

In un’economia di rendita come quella libica la politica economica di Gheddafi è consistita nell’offrire a buona parte dei libici la possibilità di vivere comodamente, spesso grazie a un posto in un’amministrazione divenuta mastodontica. Il milione e mezzo d’immigrati che svolgeva i lavori più disagiati e meno retribuiti ha ora dovuto abbandonare la Libia; molti sono stati torturati e altri assassinati dai ribelli. Sul piano sociale Gheddafi ha lottato contro un razzismo strutturalmente presente nella società libica. Ha anche promosso uno statuto sociale e giuridico più favorevole alle donne5, concedendo loro dei diritti, in particolare in caso di divorzio, e vietando il ripudio. Ha poi inquadrato in maniera molto rigorosa le condizioni giuridiche della poligamia, al punto da renderla molto difficile per via delle garanzie date alla prima moglie, ciò che aveva provocato una levata di scudi da parte degli ‘ulamâ’ e dei conservatori. Infine lo Stato gheddafiano proteggeva le altre religioni e garantiva la sicurezza ai cattolici che praticavano il culto in tutta sicurezza, ciò che è stato recentemente confermato da Mons. Martinelli, Vicario apostolico a Tripoli6.

 

 

La realtà della politica economica e sociale dello Stato gheddafiano è quindi diversa dall’immagine che ne hanno dato i media. Si è confuso il bilancio economico e sociale con il bilancio politico. I soldi pubblici sono stati gestiti meglio di quanto si dica. I nuovi potenti di Tripoli hanno appena scoperto un “tesoretto” di 23 miliardi di dollari (28 miliardi di dinari libici), utili non spesi dallo Stato gheddafiano che giacevano nelle casse della banca centrale di Libia7. Questa somma era stata inserita a bilancio ma non è mai stata spesa e potrà forse servire per la ricostruzione del Paese, parzialmente distrutto dalla guerra. Tutti questi elementi dovrebbero consentire una valutazione più equa della politica economica dello Stato gheddafiano.

 

 

La crisi comincia molto prima delle rivolte

 

 

Tuttavia, come tutte le economie di rendita con un governo debole, la corruzione era diffusa e molti attori della vita politica si sono arricchiti indebitamente. Peraltro la trasparenza non è mai stata la caratteristica prima delle decisioni pubbliche in Libia, ciò che lasciava spazio a malversazioni e ad appropriazioni indebite di fondi pubblici.

 

La politica di modernizzazione autoritaria ha incontestabilmente migliorato le condizioni della maggior parte dei libici. Tuttavia questa politica presentava alcuni punti deboli, tra cui l’ineguale distribuzione delle ricchezze e del benessere, di cui testimoniano le disparità tra le regioni, per esempio tra l’Est e l’Ovest, o il caso del Jebel Nafussa, la regione che ha meno beneficiato dell’intervento statale. Pur permettendo a Gheddafi di ottenere il consenso di una parte importante della classe media, questa politica non ha risolto la doppia questione della democrazia e della libertà alle quali aspirava la classe media una volta soddisfatti i bisogni materiali.

 

 

È su questo punto che il bilancio dello Stato gheddafiano è molto negativo. Gheddafi non ha saputo o non ha voluto far evolvere le istituzioni della Jamâhîriyya, dette di “democrazia diretta”, verso un regime di democrazia rappresentativa. Era convinto dell’originalità del suo modello e chi nel suo entourage cercava di riformare e democratizzare le istituzioni doveva affrontare il conservatorismo e la feroce opposizione dei comitati rivoluzionari. A questo proposito si deve parlare di una crisi dello Stato gheddafiano iniziata verso il 2004, quando Sayf al-Islam e altri membri della classe dirigente, nel loro tentativo di democratizzare il sistema politico, si sono trovati di fronte alla resistenza dei gheddafisti. Nonostante il rilascio nel 2008 di un gran numero di islamisti, molti dei quali si sono in seguito associati alla ribellione, Sayf al-Islam, pur cercando di moralizzare la vita pubblica, non ha saputo trasformare la vita politica. È per questo che molti “liberali” del suo circolo lo hanno abbandonato. È il caso del numero due del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Ministro degli esteri Mahmoud Jibril che, prima di unirsi alla ribellione, aveva collaborato con i riformisti all’elaborazione di una Costituzione che non ha mai visto la luce.

 

 

Lo Stato gheddafiano è dunque entrato in crisi ben prima della ribellione, principalmente a causa della contraddizione che ha minato il sistema e di cui Gheddafi non era pienamente consapevole. Infatti uno Stato sociale poteva sussistere solo trasformandosi in uno Stato democratico. Per questo sarebbe stato necessario che il leader libico congedasse la “democrazia diretta” e accettasse la democrazia rappresentativa come il solo “gioco politico” possibile in un mondo in cui la doxa democratica è diventata egemonica. Avrebbe dovuto cambiare alleanze, rompere con i comitati rivoluzionari e avvicinarsi ai liberali-repubblicani dell’opposizione, peraltro non molto entusiasti. Il suo pragmatismo nel settore economico e sociale ha mostrato i suoi limiti in campo politico. Occorre tuttavia aggiungere a sua discolpa che l’ostilità dei Paesi occidentali e le numerose sanzioni di cui la Libia è stata oggetto non hanno aiutato. Questa contraddizione profonda, rivelatasi fatale per il regime di Gheddafi, rischia di esserlo anche per il CNT, dato che un’economia di rendita tende a generare sistemi politici poco democratici.

 

 

Due ipotesi plausibili

 

 

A causa delle molteplici incertezze, è molto difficile dire che potere ci sarà dopo Gheddafi e che tipo di Stato sarà istituito. La composizione eterogenea del Consiglio nazionale di transizione (CNT), in cui sono presenti liberali, repubblicani, ex gheddafisti e islamisti, rende le previsioni molto difficili e permette solamente di formulare ipotesi più o meno pertinenti. Due ipotesi sono plausibili, ciascuna con conseguenze sociopolitiche differenti: uno Stato islamico o uno Stato repubblicano con un’“afghanizzazione” della Libia.

 

La prima ipotesi non dev’essere scartata perché possiede un grado sufficiente di plausibilità. Numerosi elementi permettono di mostrarne la pertinenza. Innanzitutto vi è un dato strutturale, quello di un Paese in cui esiste una forte componente tradizionalista e conservatrice. È questa componente che ha tentato, sotto Gheddafi, di opporsi alle riforme sociali e in particolare a quelle riguardanti lo statuto della donna. Le forze tradizionaliste sono particolarmente presenti nella parte orientale del Paese e, in misura minore, anche in Tripolitania. Nei centri urbani come Bengasi, Derna e al-Beida vi è una forte componente conservatrice e gli islamisti di tutte le tendenze esercitano una grande influenza.

 

 

Un secondo elemento che ha la sua importanza è il ruolo determinante svolto dagli islamisti nella ribellione e nella scomparsa del regime di Gheddafi. Questo ruolo attivo ha loro permesso di armarsi e forse anche di accumulare armi, nel caso in cui dovessero incontrare problemi politici con il futuro potere. Ma soprattutto ha dato loro la possibilità di formare reti sociali nelle principali città del Paese, ciò che più tardi permetterà di metterle in moto per investire le istituzioni in vista dell’edificazione di uno Stato islamico. D’altra parte, la grande difficoltà che incontreranno le future autorità è il disarmo dei ribelli in un Paese in cui le armi sono dappertutto. La Libia – osserva Jean-Paul Mari, inviato speciale del Nouvel Observateur a Tripoli – è diventata un deposito d’armi a cielo aperto in cui gli arsenali «sono lasciati senza sorveglianza, aperti a tutti e accessibili ai saccheggiatori, ai ribelli e ad altri». Montagne di armi, casse di fucili d’assalto Kalashnikov, razzi, mine, granate e missili, Sam 7, SA 24, «di che condurre una vera e propria guerra o una campagna terroristica, tutto questo è lasciato senza controllo alcuno»8.

 

 

Uno Stato islamico potrebbe essere democratico, ma non sarebbe certamente uno Stato di diritto e ancor meno uno Stato repubblicano e liberale. Se anche vi fosse applicato il diritto di voto, non altrettanto si potrebbe dire della sovranità popolare. Il progetto di Costituzione del CNT non parla di “volontà generale” e le libertà, pur menzionate, non sono esplicitamente elencate. La libertà religiosa non è molto esplicita e neppure il diritto di esprimere opinioni divergenti. Peraltro, il primato della Legge, che fonda lo Stato di diritto, non è enunciato chiaramente. L’articolo primo del progetto di Costituzione stabilisce che «la Libia è uno Stato democratico indipendente dove tutti i poteri dipendono dal popolo. Tripoli è la capitale, l’Islam la religione e la sharî‘a islamica è la fonte principale della legislazione. Lo Stato garantisce ai non musulmani la libertà di praticare i loro riti religiosi». Non si dice chiaramente che la Libia è uno Stato di diritto e, di conseguenza, si può dubitare che uno Stato islamico, nel caso in cui ne venga istituito uno in Libia, possa essere uno Stato di diritto. Il riferimento al modello turco invocato dai ribelli è perlomeno problematico perché il sistema politico turco ha una lunga storia e lo Stato è molto più solido e istituzionalizzato di quanto lo sia in Libia, dove le tribù hanno un peso importante9.

 

 

La seconda ipotesi, quella di uno Stato repubblicano, ha un grado di plausibilità pari alla prima e significherebbe che il potere provvisorio in Libia sarebbe esercitato dalla componente repubblicana e liberale del Consiglio nazionale di transizione (CNT). In tal caso, lo Stato repubblicano che i liberali istituirebbero per via autoritaria e che darebbe un impulso alle riforme sociali avvicinandosi in una certa misura allo Stato di diritto, si troverebbe in breve tempo a dover fare i conti con una forte opposizione tradizionalista e islamista e, per restare in piedi, avrebbe necessariamente bisogno del sostegno e dell’appoggio militare e di sicurezza degli occidentali. Ci si troverebbe allora in una situazione simile a quella dell’Afghanistan dopo l’intervento militare americano, dove un presidente afghano, Hamid Karzai, liberale e repubblicano, è stato imposto ai talebani e rimane al potere solo grazie al sostegno militare e finanziario degli occidentali e soprattutto degli americani. Lo stesso scenario potrebbe prodursi in Libia, dove Mahmoud Jibril (il numero due del CNT), presentato come quello che “capisce il punto di vista americano” (ha studiato negli Stati Uniti) e che incarnerebbe uno Stato repubblicano autoritario, potrebbe essere imposto agli islamisti. In questo caso, le diverse fazioni entrerebbero in conflitto con un regime che sarebbe presentato come totalitario10. Le fazioni islamiste adotterebbero la logica di una nuova ribellione, tanto più che avranno raccolto nei loro depositi le armi di cui potrebbero aver bisogno. In questa seconda ipotesi non è escluso che i gheddafisti si alleino con gli islamisti (Gheddafi aveva minacciato di allearsi con al-Qa’ida) per una battaglia simile a quella che conducono i talebani e certi nazionalisti in Afghanistan contro Hamid Karzai. L’anti-colonialismo e l’anti-occidentalismo sarebbero gli elementi collanti di quest’alleanza, contro natura ma di circostanza, tra islamisti, gheddafisti e alcune tribù.

 

 

In questo caso il conflitto tra islamisti-conservatori e repubblicani-riformisti sarebbe aggravato dal fatto che i berberi del Jebel Nafussa, che hanno svolto un ruolo importante nella ribellione e sono stati armati dalla Francia, potrebbero allearsi con gli islamisti contro un potere repubblicano centralizzatore che, pur riconoscendo loro il diritto di praticare la lingua, rifiutasse, ignorando le rivendicazioni berbere, ogni tipo d’autonomia alla regione. Ricordiamo a questo proposito che nel suo progetto costituzionale il CNT stabilisce che il futuro Stato libico avrà come lingua ufficiale l’arabo. Certamente i diritti linguistici e culturali degli Amazigh (i berberi), ma anche dei Toubou e dei Tuareg, sarebbero garantiti, senza però mettere in discussione il primato dell’arabo. Si tratta di un’opzione ritenuta inaccettabile dai movimenti berberi attivi nel Maghreb. Per molti di loro la vittoria contro Gheddafi è dovuta principalmente alle tribù berberofone. Sarebbe quindi anormale che a queste ultime non venisse riconosciuto un ruolo importante nella Libia dell’avvenire, soprattutto con il riconoscimento del berbero come lingua ufficiale11 e la concessione dell’autonomia.

 

 

La difficile arte del processo democratico

 

 

La transizione democratica è un’arte difficile e una tecnica delicata che permette di passare dolcemente da un sistema autoritario a un sistema democratico. Essa riposa sulla capacità dei moderati dell’opposizione di stringere alleanze con i moderati al potere. La piega presa dagli eventi e il ruolo oggettivo assunto dalle potenze occidentali durante la guerra civile in Libia rischiano di compromettere questa transizione e rendere molto difficile la democratizzazione. In ogni caso la transizione sarà laboriosa e dolorosa. Con la guerra civile ancora in corso, il Paese sarà ancora molto instabile e impiegherà molto tempo prima di pacificarsi e riconciliarsi con se stesso. Per riprendere la formula di un giornalista, «l’avventura libica è appena cominciata»12 e il suo esito è molto incerto. Ponendo fine al regno di Gheddafi con la violenza e insediando al potere ribelli ideologicamente compositi, le potenze occidentali non hanno fatto altro che aprire il vaso di Pandora, dal quale non è escluso esca un potere che potrebbe sorprenderle negativamente. In definitiva, il rimedio si rivelerebbe peggiore del male.

 

 

I dirigenti del Consiglio nazionale di transizione, vantando una legittimità assai fragile, avranno difficoltà a stabilire la loro autorità, tanto più che sono e saranno dipendenti dalle potenze occidentali e dalle Nazioni Unite. Rimettere in moto l’economia sarà arduo a causa dell’insicurezza e per il fatto che non sarà facile far rientrare in Libia la manodopera straniera di cui necessita un’economia di rendita. Ancora più difficile sarà far svolgere ai libici i mestieri più ingrati, cosa che già rifiutavano di fare sotto il regime di Gheddafi. In queste condizioni vi sono forti rischi di regressione economica e sociale. In una tale eventualità i libici avrebbero insicurezza e difficoltà economiche senza la libertà, ciò che nutrirebbe i risentimenti verso il nuovo potere e renderebbe il processo di transizione democratica ancora più incerto. Sono previsioni basate su ipotesi che la realtà potrebbe confermare o smentire. Ma noi sappiamo già che gli uomini e le donne fanno la storia, ma non sanno la storia che fanno.

 

 

 

Note

 

 

1 Moncef Djaziri, Libye: les enjeux économiques de la guerre pour la démocratie, «Moyen-Orient» 12 (ott-dic. 2011), 78-83

 

2 Secondo il segretario della NATO Anders Fogh Rasmussen, tra l’inizio delle operazioni in Libia e il 20 settembre 2011, la NATO ha effettuato 23.350 uscite di cui 8.751 definite operazioni di bombardamento. Cfr. «AFP» (mercoledì 21 settembre 2011)

 

3 Secondo le dichiarazioni che il presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT) Mustafa Abdeljalil ha rilasciato il 20 settembre 2011 a New York, la guerra civile in Libia ha fatto più di 25 mila morti dalla metà di febbraio 2011

 

4 Il segretario generale del Partito del Lavoro di Algeria, Louisa Hanoune, ha parlato recentemente di «colpo di Stato internazionale». Cfr.

 

5 L’ironia della sorte, o la logica delle cose, vuole che sia stata una donna, ingegnere di 24 anni, nome in codice Nomedia, a spiare per mesi le strutture militari a Tripoli e altrove, e a trasmettere queste informazioni in un primo tempo ad Al-Jazeera che poi l’ha orientata verso l’Alleanza atlantica, ciò che ha aiutato la NATO nella scelta degli obiettivi da bombardare

 

6 Mons. Martinelli, Vicario apostolico a Tripoli dal 1985, città che ha lasciato per motivi di salute ma in cui è ritornato il 15 settembre 2011, ha dichiarato ad Asianews (dichiarazione riportata dal sito del quotidiano La Croix): «Sotto Gheddafi noi beneficiavamo di una libertà religiosa reale, era sufficiente informare le autorità delle nostre attività. Spero che la nostra comunità possa restare a Tripoli»: L’évêque en Libye soutient la «bonne volonté» du Conseil national de transition, «La Croix» (14 settembre 2011) [consultato il 28 settembre 2011]

 

7 La Libye en meilleure santé économique que prévu, «La Tribune» (22 settembre 2011) [consultato il 29 settembre 2011]

 

8 Jean-Paul Mari, Libye. Un arsenal de guerre en libre-service, «Le Nouvel Observateur» (14 settembre 2011) [consultato il 20 settembre 2011]

 

9 Moncef Djaziri, Tribus et État dans le système politique libyen, «Outre-Terre» 3 (2009) 23

 

10 Uno dei leader islamisti, lo shaykh Ali Sallabi, ha già dichiarato nel settembre 2011, quando il numero due del CNT ha nominato Ali Tarhouni Ministro del Petrolio e delle Finanze, che «nell’azione di Mahmoud Jibril per dare alla sua cerchia i mezzi per controllare lo Stato si possono scorgere i primi passi di uno Stato totalitario». Dichiarazione ripresa e confermata da quello che viene detto “l’uomo dalle due facce”, il comandante militare di Tripoli ed ex-membro di Al-Qa’ida, Abdel Hakim Belhadj. Cfr. Thierry Portes, Libye: la longue gestation du gouvernement, «Le Figaro» (21 settembre 2011) [consultato il 29 settembre 2011]

 

11 Imazighen d’Ifran manifestent pour dénoncer la déclaration constitutionelle du CNT [consultato il 15 settembre 2011]

 

12 Christian Makarian, L’aventure libyenne ne fait que commencer, «L’Express» (22 settembre 2011) [consultato il 23 settembre 2011]

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Autorizzo l'uso di dati dopo aver accettato la privacy-policy

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale