close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Le nostre letture

Quando lo Stato forte non è uno Stato giusto

A dieci anni dall’autoimmolazione di Mohammed Bouazizi nella città di Sidi Bouzid, gesto simbolo delle proteste tunisine, le tensioni che hanno ridisegnato il Nord Africa sono tutt’altro che esaurite

Questo articolo è pubblicato in Oasis 31. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 07/08/2021 08:36:26

SCPO_MARTI_2019_01.jpg

Luis Martinez, L'Afrique du Nord après les révoltes arabes, Presses de Sciences Po, Parigi 2019

 

A dieci anni dall’autoimmolazione di Mohammed Bouazizi nella città di Sidi Bouzid, gesto simbolo delle proteste tunisine, le tensioni che hanno ridisegnato il Nord Africa sono tutt’altro che esaurite. Gli studiosi continuano a utilizzare la parola “transizione” per indicare il movimento verso qualcosa che tuttavia assume caratteristiche diverse a seconda del Paese: per la Tunisia è il perfezionamento di una democrazia ancora fragile, per l’Algeria il rinnovamento di un sistema politico bloccato, per il Marocco riforme più sostanziali e infine, per la Libia, la fine della guerra civile.

 

Nonostante questo quadro non possa esser definito unitario a livello regionale, secondo Luis Martinez, direttore di ricerca a Sciences Po e autore di L’Afrique du Nord après les révoltes arabes, un filo conduttore esiste. Le proteste deflagrate in Nord Africa rappresentano infatti la reazione al fallimento del modello di nazione ereditato dall’epoca coloniale, come dimostra il progressivo scollamento tra Stato e società a favore di forme alternative di solidarietà sociale. La prospettiva adottata dallo studioso propone allora un’interpretazione storica di lungo periodo delle tensioni interne al Maghreb: le scelte delle classi dirigenti post-coloniali, convinte che sia «lo Stato moderno a fare la nazione» (p. 31), diventano l’inizio del processo di frammentazione territoriale e identitario contemporaneo.

 

In misura diversa, dopo l’indipendenza ognuno di questi Paesi ha infatti consolidato le strutture politiche ed economiche di matrice coloniale, fondate sul mantenimento dell’ordine e sullo sfruttamento delle risorse, senza però riuscire a garantire la giustizia sociale. Lo sviluppo asimmetrico di questi Stati-nazione ha consolidato le fratture territoriali storiche e le disuguaglianze interne: non è un caso, sottolinea Martinez, che le prime insurrezioni del 2010-2011 si siano verificate proprio in quelle regioni, come la Cirenaica in Libia, il Rif marocchino e il Sud della Tunisia e dell’Algeria, che per sessant’anni erano state escluse da meccanismi di solidarietà socioeconomica. Le contestazioni sociali hanno quindi messo a nudo l’inconsistenza dei progetti nazionali nel Maghreb, dove la lealtà nei confronti dello Stato è andata erodendosi a beneficio di altre forme di identità e legami sociali.

 

Il nord Africa di oggi, nelle pagine di Martinez, è così un laboratorio politico e identitario in cui i diversi attori in gioco si contendono gli spazi e le persone. Il caso più emblematico è sicuramente quello libico, dove il riemergere delle identità tribali dopo la caduta di Gheddafi ha fatto emergere come lo Stato formatosi nel 1951 si sia semplicemente sovrapposto a strutture sociali preesistenti, senza riuscire a esercitare alcuna reale forza unificatrice.

 

A ben vedere, questo scenario accomuna diversi Paesi, anche quelli in cui alle rivolte non è seguito un conflitto: la presa di distanza dall’autorità statale sembra infatti una costante della transizione post-rivoluzionaria. In Marocco, dopo una breve parentesi di proteste nel 2011, risolte con una riforma costituzionale, la frattura tra la regione del Rif e la monarchia si è ripresentata nel 2016 con il movimento Hirak, che il governo è riuscito a neutralizzare solo con la repressione, mentre nella “democraticissima” Tunisia sta crescendo la disaffezione verso un’autorità che, seppur legittimata dalla elezioni, non sembra capace di governare. Anche il “sistema Bouteflika” in Algeria, risparmiato dall’ondata rivoluzionaria del 2011, è stato rimesso in discussione dalle manifestazioni pacifiche del 2019, che hanno evidenziato la sfiducia dei cittadini verso un’élite più interessata alla propria sopravvivenza che allo sviluppo sociale ed economico del Paese.

 

Alla definizione di un nuovo assetto territoriale regionale contribuiscono anche i gruppi jihadisti transnazionali. In un contesto di crescente disinteresse verso i progetti nazionali, il collasso della Libia e l’implosione del Mali hanno offerto ai jihadisti non solo nuovi teatri d’azione, ma anche l’opportunità di restaurare quei legami tribali, culturali e religiosi di solidarietà che il periodo coloniale e post-coloniale aveva cercato di sopprimere. Il jihadismo, manifestando funzioni non solo distruttive, è stato infatti capace di sostituire la retorica nazionalista dello Stato forte con il discorso islamista dello Stato giusto, riuscendo a proporsi come alternativa politica e, soprattutto, come esperienza di rielaborazione ideologica e identitaria. 

 

Se l’analisi proposta da Martinez risulta decisamente convincente nelle pagine dedicate al passato e agli sviluppi post-rivoluzionari, la lettura dell’autore circa il ruolo del jihadismo e dell’islamismo negli ultimi anni rischia forse di sopravvalutare l’attuale forza di attrazione di questi movimenti. Anche l’Islam come risposta salvifica al disordine sociale e politico sembra infatti aver perso quel fascino che ancora esercitava immediatamente dopo le rivoluzioni. La perdita di consenso dei partiti islamisti, come il tunisino Ennahda, dimostra che i movimenti d’ispirazione religiosa vengono ormai giudicati soprattutto sulla base del loro operato in campo socioeconomico e non per il sistema di pensiero di cui sono portatori. L’ideologismo politico dei primi anni sembra in generale aver fallito e oggi, proprio come nel 2011, il popolo continua a chiedere «pane, libertà e giustizia sociale».

 

Il lavoro di Martinez ha comunque il merito di offrire preziosi spunti di riflessione su un tema che supera i confini maghrebini: in un momento di generale disaffezione per l’autorità statale, i Paesi devono essere capaci di trovare un nuovo denominatore comune, che funga da strumento di coesione sociale e consenta di creare uno “Stato plurale”.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Oasiscenter
Abbiamo bisogno di te

Dal 2004 lavoriamo per favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani e studiamo il modo in cui essi vivono e interpretano le grandi sfide del mondo contemporaneo.

Chiediamo il contributo di chi, come te, ha a cuore la nostra missione, condivide i nostri valori e cerca approfondimenti seri ma accessibili sul mondo islamico e sui suoi rapporti con l’Occidente.

Il tuo aiuto è prezioso per garantire la continuità, la qualità e l’indipendenza del nostro lavoro. Grazie!

sostienici

 

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Claudia Annovi, Quando lo Stato forte non è uno Stato giusto, «Oasis», anno XV,I n. 31, dicembre 2020, pp. 153-155.

 

Riferimento al formato digitale:

Claudia Annovi, Quando lo Stato forte non è uno Stato giusto, «Oasis» [online], pubblicato il 10 dicembre 2020, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/quando-lo-stato-forte-non-e-uno-stato-giusto