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Religione e società

Quel gesto che tutti hanno capito

Il viaggio del Papa in Terra Santa raccontato dal Custode francescano. I dubbi e le attese della vigilia, l’emozionante abbraccio con la piccola e fragile comunità cristiana, la delicatezza del dialogo con ebrei e musulmani, il rispetto e la condivisione delle giuste aspirazioni dei due popoli: un pellegrino che ha passato le frontiere, anche quelle più difficili.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 10. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 15:02:01

La tavolozza di un pittore che volesse riprodurre gli stati d’animo che pulsano nel cuore della Terra Santa non potrebbe che contenere colori intensi. Allo stesso modo la visita di un Papa, e ancor più di un Papa come Benedetto XVI, non poteva non suscitare forti emozioni. La sua venuta è stata preceduta da dubbi e grandi attese. Il suo passaggio ha lasciato certamente qualche delusione, già preventivata, ma anche un patrimonio di stimoli e indicazioni. Tutti in Terra Santa, israeliani e palestinesi, cristiani, ebrei e musulmani, avevano ancora ben vivo nella memoria il pellegrinaggio compiuto da Giovanni Paolo II nel 2000 ed era scontato che i gesti e le parole dei due pontefici sarebbero stati paragonati. La Terra Santa, si sa, è luogo dove le passioni spesso hanno il sopravvento. L’atteggiamento tiepido di parte dell’opinione pubblica israeliana era prevedibile. Tuttavia anche nella società palestinese, non solo tra musulmani, ma anche tra cristiani, l’annuncio della visita del Papa era stato accolto inizialmente con un po’ di freddezza. Terminato da qualche mese il sanguinoso conflitto a Gaza, c’era la paura che qualche gesto del Santo Padre potesse essere strumentalizzato a favore di una o dell’altra parte, danneggiando così la posizione dei cristiani. Una paura, questa, ben presto fugata dalle parole del Pontefice. La visita del Papa inizialmente non era stata compresa in tutta la sua portata pastorale, nonostante gli sforzi che la Chiesa locale aveva profuso nei mesi di preparazione. Ebbene, il Santo Padre ha avuto parole chiare e sincere per tutti, da vero amico, fratello e padre. Ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo concreto. Il viaggio di Benedetto XVI si è mosso su tre livelli: il primo, eminentemente pastorale, riguardava la locale comunità cristiana; il secondo ha toccato il dialogo ecumenico (con le chiese sorelle) e interreligioso (con ebrei e musulmani); il terzo è stato, inevitabilmente, politico. Dal punto di vista pastorale il bilancio è sicuramente positivo. Il Santo Padre ha dato ampia visibilità alla comunità cristiana e ha rinnovato, a nome di tutta la Chiesa, la vicinanza e la solidarietà nei confronti dei cristiani di Terra Santa. La prima messa pubblica è stata celebrata a Gerusalemme nella valle di Giosafat, sotto le bellissime mura della Città Santa, a pochi metri dalla porta dorata, e davanti al Getsemani, luogo carico di storia e strettamente legato all’Antico e al Nuovo Testamento dove, secondo la tradizione, si celebrerà il Giudizio. Si è celebrata la messa della Resurrezione, a indicare che nonostante le difficoltà i credenti devono guardare alla vita che trionfa. Anche a Gerusalemme, malgrado il dolore e la sofferenza. Toccanti sono state le parole d’incoraggiamento alla piccola a fragile comunità cristiana: «Spero che la mia presenza qui sia un segno che voi non siete dimenticati, che la vostra perseverante permanenza e testimonianza sono di fatto preziose agli occhi di Dio e sono una componente del futuro di queste terre» (Omelia alla messa nella Valle di Giosafat, 12 maggio 2009). Essere cristiani in Terra Santa, infatti, non è facile: viene richiesta una «speciale perseveranza» e per questo il Papa incoraggia i fedeli locali con la consegna che fu cara a Giovanni Paolo II, «non abbiate paura», invitandoli alla «nobile impresa» di «edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli». Impresa più importante delle strutture economiche e politiche, questa «nuova infrastruttura “spirituale”» dovrà essere «capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune» (Omelia presso la Piazza della Mangiatoia, Betlemme, 13 maggio 2009). Per questo Benedetto XVI dice ai Vescovi, in occasione della preghiera del Regina Coeli, recitata presso il Cenacolo (12 maggio 2009): «contate sul mio appoggio e incoraggiamento nel fare tutto quello che è in vostro potere per aiutare i nostri fratelli e sorelle cristiani a rimanere e ad affermarsi qui, nella terra dei loro antenati», affidandoli nel contempo al sostegno e al ricordo dei cristiani di tutto il mondo. Mentre a Gerusalemme le pesanti misure di sicurezza hanno impedito a molti cristiani di partecipare alle celebrazioni, a Betlemme e Nazareth il Papa è stato accolto con grandissimo entusiasmo e affetto e ha potuto abbracciare le diverse comunità che compongono il piccolo ma coloratissimo mosaico cristiano di Terra Santa. I discorsi pronunciati dal Papa saranno oggetto di riflessione per tutte le comunità cristiane nel prossimo anno pastorale. Legami e Incontri Il viaggio si è caratterizzato anche per il dialogo ecumenico e interreligioso. Per quanto riguarda il rapporto con le Chiese Ortodosse (soprattutto la greca e l’armena) c’è da dire che il Santo Padre è stato accolto in un clima sereno e amichevole. Non va ignorato il fatto che molto spesso, negli incontri abituali tra le diverse Chiese di Terra Santa, sono proprio i rappresentanti ortodossi a esprimere apprezzamento per la figura di Benedetto XVI, a ricordarci alcuni suoi discorsi, a condividere le sue posizioni sui diversi temi della vita pubblica. Nei confronti dell’Ebraismo il Papa ha ribadito che con esso c’è un legame inscindibile, lo stesso esistente in un albero tra radici, tronco e rami. Il Santo Padre si è recato sia presso la Sala della Rimembranza del Museo dell’Olocausto, sia al Muro del Pianto. Le sue parole e i suoi silenzi sono stati passati a un vaglio molto attento da parte della stampa israeliana. Le delusioni erano però già messe in conto da parte della Chiesa. Le prospettive di una parte e le attese dell’altra erano diverse. Benedetto XVI, visitando il memoriale dell’Olocausto, ha voluto ricordare l’orrore che ancora oggi il ricordo dello sterminio provoca nella coscienza comune e ha offerto una sua riflessione incentrata sul “nome” che resta incancellabile, e sul “ricordo”. Israele attendeva invece una riflessione più particolare, una presa di posizione personale, che non è riuscita a vedere, almeno inizialmente, nel suo discorso. In realtà il Papa si è espresso più che chiaramente sulla Shoah, ripetute volte e in diverse occasioni. Se si leggono insieme i diversi discorsi, si percepiscono molto bene sia il carattere unitario degli interventi, sia la chiarezza che si è avuta anche su questo delicato argomento. La condanna della Shoah e il riferimento allo sterminio di sei milioni di ebrei è stato espresso fin dall’inizio, all’arrivo a Tel Aviv, durante la cerimonia di accoglienza: «È giusto e conveniente che, durante la mia permanenza in Israele, io abbia l’opportunità di onorare la memoria dei sei milioni di Ebrei vittime della Shoah, e di pregare affinché l’umanità non abbia mai più a essere testimone di un crimine di simile enormità. Sfortunatamente l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile. Ogni sforzo deve essere fatto per combattere l’antisemitismo dovunque si trovi, e per promuovere il rispetto e la stima verso gli appartenenti a ogni popolo, razza, lingua e nazione in tutto il mondo» (Aeroporto Internazionale Ben Gurion, 11 maggio 2009). Parole simili sono state pronunciate al termine del viaggio, prima del rientro. Solo recentemente si è sviluppata anche presso le istituzioni israeliane una riflessione più serena e meno emotiva sui discorsi di quell’intensa settimana. In Giordania, dove si è svolta la prima parte della visita papale, gli incontri con gli esponenti musulmani sono stati caratterizzati da grande cortesia e affabilità. In Israele, dove la situazione politico-sociale e religiosa è molto più delicata, si è avuta l’esatta percezione dello stato del dialogo. L’incontro interreligioso svoltosi a Gerusalemme è stato difficile e teso, a causa dell’intervento fuori programma di un importante esponente musulmano. Lo stesso tipo d’iniziativa, organizzata a Nazareth, si è svolta invece serenamente e ha mostrato che è possibile incontrarsi. Sono i due volti del dialogo interreligioso di Terra Santa, caratterizzato dalle facili strumentalizzazioni politiche, ma anche da tante persone semplici, mosse da una sincera volontà d’incontro. Il Coraggio del Pellegrino Per quanto riguarda il livello politico, il Santo Padre è riuscito a farsi portavoce delle questioni di tutti, israeliani e palestinesi. A entrambe le parti in conflitto il Papa ha ribadito l’insensatezza di qualsiasi spargimento di sangue, del terrorismo e della guerra. Un momento molto forte si è avuto certamente quando il Papa ha varcato il muro di separazione per recarsi in visita presso il campo profughi palestinese di Aida, presso Betlemme. Le parole del Papa in quella circostanza non potevano essere più chiare. Mi piace notare inoltre come, proprio in quell’occasione, il Papa abbia richiamato «la figura carismatica di san Francesco, grande apostolo di pace e di riconciliazione» e abbia ringraziato la famiglia francescana tutta per la cura che manifesta nei confronti della gente che soffre. Va aggiunto che il Papa ha parlato dei diritti dei palestinesi all’indipendenza e contro il muro, non solo a Betlemme – cosa tutto sommato scontata – ma direttamente e pubblicamente agli stessi israeliani: «Sia ugualmente riconosciuto che il Popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente e sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. [...] Una delle visioni più tristi per me durante la visita a queste terre è stato il muro» (Cerimonia di Congedo all’Aeroporto internazionale Ben Gurion, Tel Aviv, 15 maggio 2009). Ma non è la politica la chiave per comprendere il significato di questo viaggio. Benedetto XVI ha voluto caratterizzare la sua visita come un pellegrinaggio ed è giunto qui sulla scia dei tanti pellegrini che hanno percorso questa terra dai secoli passati fino a oggi. I pellegrini, senza falsa retorica, sono uomini di speranza e di pace. Attraversano paesi dove, come in Israele e Palestina, non c’è pace, ma loro vanno, fidandosi degli uomini, della gente semplice. E passano le frontiere, anche le più difficili, perché sono arrivati a essere pellegrini: uomini che si pongono con semplicità e verità di fronte ad altri uomini. Vogliono solo passare, camminare, arrivare a una meta, pregando nei luoghi e incontrando i diversi volti che si affacciano su questa Terra. Questo è importante per loro, ma lo è altrettanto e forse più ancora per tutte le persone che incontrano. «Sono venuto come pellegrino di pace. Il pellegrinaggio è un elemento essenziale di molte religioni. Lo è anche dell’Islam, della religione ebraica, del Cristianesimo. È anche l’immagine della nostra esistenza, che è un camminare in avanti, verso Dio e così verso la comunione dell’umanità» (Incontro con i giornalisti durante il volo di ritorno, 15 maggio 2009). Il Papa è passato: è stato accolto con signorile familiarità in Giordania e ha guardato la Terra Promessa dall’alto del Nebo. È giunto in una Gerusalemme forse troppo blindata. A Betlemme, nonostante le enormi difficoltà in cui la città si trova, ha trovato sollievo nella calorosa accoglienza che gli è stata riservata a ogni tappa della giornata. Poi Nazareth, con tanta gente, sia alla messa nell’anfiteatro costruito di fronte al Monte del Precipizio, che nella Basilica dell’Annunciazione per i vespri. E poi il forte messaggio di speranza davanti alla Tomba vuota, nella Basilica della Risurrezione. Tanti incontri, tanti discorsi: tante lezioni che dovremo meditare, aiutati da questa Terra Santa, con la nostra gente. Che cosa speriamo? Che non siano dimenticate le sue parole, tutte le sue parole. E che ognuno di noi possa imitarlo nell’essere amico, «amico degli Israeliani, così come sono amico del Popolo Palestinese. Gli amici amano trascorrere tempo in reciproca compagnia e si affliggono profondamente nel vedere l’uno o l’altro soffrire. Nessun amico degli Israeliani e dei Palestinesi può evitare di rattristarsi per la continua tensione fra i vostri due popoli. Nessun amico può fare a meno di piangere per le sofferenze e le perdite di vite umane che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni» (Cerimonia di Congedo all’Aeroporto internazionale Ben Gurion, 15 maggio 2009). Un’immagine racchiude l’impressione di fragilità e di forza che caratterizzano il Santo Padre: giunto in fondo alla ripida scala che scende dal Calvario, era stretto fra gli uomini della sicurezza. Un uomo si è quasi buttato contro di loro, finendo per essere spintonato a terra, lontano. Con la stessa prontezza il Papa ha proteso le braccia e non le ha abbassate. La sicurezza gli ha lasciato il passo. È andato da quell’uomo, si è chinato su di lui, gli ha preso le mani mentre quello aveva cominciato a parlargli. Nessuno dei due, forse, ha capito le parole dell’altro. Ma noi tutti abbiamo capito il gesto del Papa.

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