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Classici

Quella voce divina che abita in noi

In un suo celebre testo, il cardinale Newman, beatificato nel corso del viaggio di Benedetto XVI nel regno Unito, affronta il tema della coscienza, concetto tra i più usati e abusati. E non solo sfida la mentalità comune così come il “gran mondo della filosofia” ma chiarisce anche il rapporto tra essa e la Rivelazione.   

Sembra, dunque, che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa parola, debba essere seguita. Qui intendo collocare questa proposizione su una base più ampia, riconosciuta da tutti i cattolici. Per raggiungere lo scopo in una maniera convincente, come là dove parlai delle prerogative del Papa presi le mosse delle profezie della Scrittura e dalla Chiesa primitiva, così ora, per tratteggiare le prerogative e la suprema autorità della coscienza, debbo cominciare dal Creatore e dalla sua creatura.

 

 

Affermo, dunque, che l’Essere supremo possiede un tale carattere che, espresso in linguaggio umano, noi chiamiamo etico. Ha gli attributi di giustizia, verità, sapienza, santità, benevolenza e misericordia, quali eterne qualità della propria natura, vera leggedel suo Essere, identiche a Lui stesso. Quando divenne Creatore impresse questa legge, che è Lui stesso, nell’intelligenza di tutte le sue creature ragionevoli. La Legge divina è dunque la regola della verità etica; il criterio del bene e del male; un’autorità sovrana, irrevocabile, assoluta, davanti agli uomini e davanti agli angeli. «La Legge eterna», scrive sant’Agostino, «è la ragione divina o volontà di Dio, la quale comanda l’osservanza e vieta di turbare l’ordine naturale delle cose». «La legge naturale», osserva san Tommaso, «è un’impronta della Luce divina in noi, una partecipazione della legge eterna fatta alla creatura ragionevole». Questa legge, in quanto è percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama «coscienza» e benché possa subire rifrazioni diverse passando attraverso l’intelligenza di ogni essere umano, non ne viene per questo intaccata al punto da perdere il suo carattere di legge divina, ma mantiene ancora, come tale, il diritto ad essere obbedita. «La legge divina», dice il cardinal Gousset, «è la regola suprema del nostro agire: i nostri pensieri, desideri, parole, atti, tutto ciò che l’uomo è, insomma, è soggetto al dominio della legge di Dio e tale legge è la regola della nostra condotta per mezzo della nostra coscienza. Di conseguenza non è mai lecito agire contro i dettami della propria coscienza, come afferma il quarto Concilio Lateranense: «Quidquid fit contra conscientiam, aedificat ad gehennam».

 

 

So bene che questo concetto della coscienza è assai diverso da quello che ne ha ordinariamente la scienza e la letteratura o l’opinione pubblica corrente. Esso è fondato

 

sulla dottrina che la coscienza è la voce di Dio, mentre oggi va di monda ritenerla, inuna maniera o nell’altra, una creazione dell’uomo. Naturalmente a un’affermazione del genere vi sono importanti e ampie eccezioni: essa non è vera per tante confessioni religiose, particolarmente per i loro maestri e ministri. Quando anglicani, wesleyani, le varie sette presbiteriane scozzesi e altre denominazioni religiose che sono fra noi

 

parlano di coscienza, intendono quello che intendiamo noi e cioè la voce di Dio nella natura e nel cuore dell’uomo, distinta dalla voce della Rivelazione. […]

 

 

La considerano inoltre un elemento costitutivo della mente, quale può essere la nostra percezione di altre idee, la nostra facoltà di ragionare, il nostro senso dell’ordine e del bello e le altre nostre doti intellettuali. Essi, come fanno i cattolici, la ritengono il testimone interiore sia dell’esistenza di Dio sia della sua legge. Pensano inoltre che appartenga a Dio e non all’uomo, come un angelo che, pur camminando sulla terra, non ne diventa cittadino né dipende dal potere civile. Essi non ammetterebbero, più di quanto non facciamo noi cattolici, che [la coscienza] possa risolversi in una combinazione di principi naturali più elementari della coscienza stessa; anzi, benché possa chiamarsi, e lo sia di fatto, una legge dello spirito, tuttavia non accetterebbero che fosse considerata soltanto questo. La ritengono, insomma, anche norma, che comporta la nozione di responsabilità, di dovere, di minaccia e di promessa; e il tutto con una vivacità che la contraddistingue da qualsiasi altro elemento costitutivo della nostra natura.

 

 

Questo almeno è il modo come io interpreto la dottrina dei protestanti e dei cattolici.

 

La norma e la misura del dovere non è l’utilità, né la convenienza, né la felicità del maggior numero di persone, né la ragion di Stato, né l’opportunità, né l’ordine o il pulchrum. La coscienza non è un egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con sé stessi, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo

 

dei suoi rappresentanti. La coscienza è l’originario vicario di Cristo, profetica nelle sue parole, sovrana nella sua perentorietà, sacerdotale nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; e se mai potesse venir meno nella Chiesa l’eterno sacerdozio, nella coscienza rimarrebbe il principio sacerdotale ed essa ne avrebbe il dominio.

 

 

Oggi, per il gran mondo della filosofia queste parole suonerebbero futili come un vuoto chiacchiericcio. Durante tutto il mio tempo c’è stata una guerra decisa, stavo quasi per dire una cospirazione, contro i diritti della coscienza quale io l’ho descritta. […]

 

 

Vediamo ora quale sia ai nostri giorni la nozione di coscienza nella mentalità popolare. Tra la gente comune, non meglio che nel mondo degli intellettuali, la parola «coscienza» non conserva l’antico, autentico significato cattolico del termine. Anche nel popolo l’idea o, più precisamente, la presenza di una regola morale che governi la vita, è molto lontana dalla consuetudine, per quanto frequente ed enfatico sia l’uso del termine. Quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza, non intendono assolutamente i diritti del Creatore, né il dovere che, tanto nel pensiero come

 

nell’azione, la creatura ha verso di Lui. Essi intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio. Non intendono neppure seguire una legge morale: rivendicano semplicemente quello che essi reputano una prerogativa di ogni inglese, di essere cioè padrone di se stesso in ogni cosa, di professare quello che gli piace senza dover avere il beneplacito

 

di chicchessia. E, per giunta, considerano affatto impertinenti quei preti, predicatori, oratori e scrittori i quali osino dire una sola parola contro di loro che, a proprio piacimento, corrono alla perdizione.

 

 

La coscienza ha diritti perché ha doveri; ma al giorno d’oggi, per una buona parte della gente, il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell’ignorare il Legislatore e Giudice, nell’essere indipendente da obblighi che non si vedono. Consiste nella libertà di abbracciare o meno una religione; oppure di professare questa e quella e poi di abbandonarla; di andare in chiesa o di andare all’oratorio; di vantarsi di essere al di sopra di ogni religione e di essere un critico imparziale di ognuna di esse. La coscienza è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una contraffazione, di cui i diciotto secoli passati non avevano mai sentito parlare o dalla quale, se ne avessero sentito, non si sarebbero mai lasciati ingannare: è il diritto di agire a proprio piacimento. […]

 

 

Ed è esattamente così: se il vicario di Cristo parlasse contro la coscienza, nell’autentico significato del termine, commetterebbe un suicidio; toglierebbe la base su cui poggiano i suoi piedi. Sua autentica missione è proclamare la legge morale; proteggere e rafforzare quella «Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». Sulla legge e sulla santità della coscienza sono fondati tanto la sua autorità in teoria, quanto

 

il suo potere in pratica. È compito della storia dirci se, nel nostro triste mondo, questo o quel Papa ebbe sempre di mira, in tutto ciò che fece, questa grande verità. Io qui esamino il papato nel suo ufficio e nei suoi doveri e con riferimento a quanti riconoscono i suoi diritti. Costoro non sono legati dal carattere personale o dagli atti privati del vescovo di Roma, bensì dal suo insegnamento ufficiale. Da questo punto d’osservazione

 

scopriremo che egli si è guadagnato il suo posto nel mondo e ha raggiunto il suo successo basandosi sul sentimento universale del giusto e dell’ingiusto, sulla consapevolezza della trasgressione, sui rimorsi per la colpa e sul timore del castigo, principi fondamentali profondamente radicati nel cuore dell’uomo. L’essere destinato da Dio a proclamare, proteggere e far osservare quelle verità che il Divin Legislatore ha seminate

 

nella nostra natura, questa è la sola spiegazione di una lunghezza di vita più che antidiluviana. La sua raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza. La realtà della sua missione è la risposta al lamento di quanti sentono l’insufficienza del lume naturale; e l’insufficienza di questo lume è la giustificazione della sua missione.

 

 

Tutte le scienze, eccetto la scienza della religione, hanno la loro certezza in se stesse; in quanto scienze, esse constano di necessarie conclusioni da innegabili premesse, o di fenomeni trasformati in verità generali da un lavoro di irresistibile induzione. Ma il sentimento del giusto e dell’ingiusto, che nella religione è il primo elemento, è così delicato; così irregolare, così facile a confondersi, a essere oscurato, pervertito; così sottile nei suoi metodi di ragionamento; così malleabile dall’educazione; così influenzato dall’orgoglio e dalle passioni; così instabile nel suo corso che, nella lotta per l’esistenza, tra i molteplici esercizi e trionfi della mente umana, questo sentimento è al tempo stesso il più grande e il più oscuro dei maestri; e la Chiesa, il Papa, la gerarchia costituiscono, nella Provvidenza divina, la risposta a un urgente bisogno. La religione naturale, per quanto siano certe le sue basi e le sue dottrine per le menti serie

 

e profonde, perché possa parlare con efficacia alle masse e conquistare il mondo ha bisogno di essere sostenuta e completata dalla Rivelazione.

 

 

Naturalmente, affermando questo non intendo ridurre la Rivelazione, di cui la Chiesa è la custode, a una semplice riproduzione della legge naturale. Ciò nonostante

 

è pur vero che, per quanto la Rivelazione sia distinta dall’insegnamento della natura e ben al di là di questa, tuttavia non ne è indipendente né senza rapporti con essa, ma ne costituisce il complemento, la conferma, il termine, la personificazione e l’inter-pretazione. Il Papa, che dipende dalla Rivelazione, non ha giurisdizione sulla natura. Se col pretesto delle sue prerogative che gli vengono dalla Rivelazione, egli fosse negligente nel compimento della propria missione di predicare la verità, la giustizia, il perdono e la pace; se, peggio ancora, calpestasse la coscienza dei suoi fedeli; se egli, come affermano i protestanti, avesse sempre agito in questo modo, non avrebbe certamente potuto durare per tanti secoli fino ad oggi, quasi a fornire un bersaglio al loro biasimo. […]

 

 

Tale è il rapporto tra il potere ecclesiastico e la coscienza, per quanto in proposito possa esprimersi anche un’opinione contraria. Si potrebbe dire, ad esempio, che nessuno dubita che il potere papale si fondi su quelle debolezze della natura umana, su quel sentimento religioso, che nell’antichità latina Lucrezio indicò come la causa dei peggiori mali della nostra razza. Si potrebbe continuare a dire che di quel potere il Papa

 

se ne serve con destrezza per formulare sotto la sua egida un falso codice di morale onde sostenere la propria grandezza e tirannia. In tal modo la coscienza diverrebbe sua creatura e sua schiava, eseguendo il suo volere come per sanzione divina; quindi, in astratto e concettualmente, libera, ma mai nella realtà, mai capace di spiccare il volo di propria iniziativa, indipendentemente da lui, certamente non più di un uccello dalle ali tarpate. E ancor più, si potrebbe ancora dire che se la coscienza fosse in grado di fare uso della propria volontà, ne seguirebbe una collisione più indomabile di quella tra la Chiesa e lo Stato, in quanto siffatta collisione si verificherebbe nello stesso soggetto: la religione. Infatti cosa accadrebbe dell’«assoluta autorità» del Papa, come la chiama il signor Gladstone, se anche la coscienza privata avesse un’autorità assoluta? A questa importante obiezione desidero rispondere punto per punto.

 

 

1. Premetto che uso il vocabolo “coscienza” nel significato che ho esposto sopra, cioè non come una fantasia o un’opinione, bensì come una doverosa obbedienza a quella voce che reclama di essere voce divina che parla a ciascuno di noi; e che non mi sforzerò di provare che questo sia il giusto concetto della coscienza, ma lo terrò come principio.

 

 

2. In secondo luogo, faccio notare che la coscienza non è un giudizio su verità speculative, né una dottrina astratta, ma riguarda direttamente la condotta, qualcosa che dev’essere fatto o non fatto. «La coscienza», scrive san Tommaso, «è il giudizio pratico, o dettato dalla ragione, col quale decidiamo quello che hic et nunc [cioè in questo momento], va fatto perché bene o evitato perché male». Quindi la coscienza non può entrare direttamente in conflitto con l’infallibilità della Chiesa o del Papa, la quale si occupa di proposizioni generali o di condannare determinati errori particolari.

 

 

3. In terzo luogo osservo che, essendo la coscienza una regola pratica, un conflitto tra essa e l’autorità del Papa è possibile soltanto quando questi promulga leggi o dà ordini particolari e simili. Ma un Papa non è infallibile nelle sue leggi, né nei suoi ordini, né nei suoi atti di Stato o nella sua amministrazione e strategia pubblica. Notiamo che su questo il Concilio Vaticano ha lasciato il Papa tale e quale lo trovò. Il linguaggio del

 

signor Gladstone in proposito è per me assolutamente incomprensibile. Perché, invece di usare termini vaghi, non ci indica con precisione le parole esatte con le quali il Concilio ha dichiarato il Papa infallibile nei suoi atti? In luogo di comportarsi in questo modo, presuntuosamente trae una conclusione che è del tutto falsa. Egli scrive: «Prima viene l’infallibilità del Papa», poi, alla pagina seguente, insinua che nell’infallibilità sono inclusi atti di scomunica, come se il Papa non potesse errare in questo campo d’azione. E continua: «Si potrebbe tentare di addurre a giustificazione che il Papa non intende invadere il Paese, impadronirsi di Woolwich o bruciare Portsmouth. Nella peggiore delle ipotesi, si limiterà soltanto a scomunicare gli avversari… È questa una buona risposta? Dopo tutto, anche nel medioevo i Papi non si opposero ai re insubordinati con l’azione diretta di flotta ed eserciti, ma principalmente con gli interdetti, ecc.». Ma che c’entrano scomunica e interdetto con l’infallibilità? Fu forse san Pietro infallibile quando ad Antiochia Paolo gli si oppose a viso aperto? O fu infallibile san Vittore allorché separò dalla sua comunione le chiese dell’Asia, o Liberio quando, ugualmente, scomunicò Atanasio? E, per venire a tempi più vicini, fu forse infallibile Gregorio XIII quando fece coniare una medaglia in onore della strage di san Bartolomeo? O Paolo IV nella sua condotta con Elisabetta? O Sisto V quando benedisse l’“Armada”? O Urbano VIII allorché perseguitò Galileo? Nessun cattolico pretende che questi Papi siano stati infallibili nel compimento di simili azioni. Dal momento che soltanto l’infallibilità potrebbe impedire l’esercizio della coscienza e poiché il Papa non è infallibile in quell’ambito in cui la coscienza gode di un’autorità suprema, nessun blocco totale, senza

 

via d’uscita, implicito nelle obiezioni alle quali io sto rispondendo, può aver luogo tra la coscienza e il Papa.

 

 

4. Naturalmente, per timore di non venire frainteso, debbo ripetere che, quando io parlo di coscienza, intendo quella coscienza intesa nel suo vero significato. Per avere il diritto di opporsi all’autorità suprema, benché non infallibile, del Papa, essa dev’essere qualcosa ben maggiore di quell’infelice contraffazione che, come ho appena detto, viene ora popolarmente intesa. Se si dà un caso particolare in cui la coscienza va seguita come una guida sacra e sovrana, i suoi dettami, per prevalere contro la voce del Papa, debbono essere il risultato di una seria riflessione, di preghiera e di tutti i mezzi disponibili per giungere a un giudizio corretto sul tema in questione. Inoltre l’obbedienza al Papa ha ciò che si chiama comunemente «diritto di possesso»; il che significa che l’onus probandi per stabilire la validità del caso in cui ci si oppone a lui,

 

come avviene in tutti i casi di eccezione, spetta alla coscienza. Se uno non è in grado di dire a se stesso, come se si trovasse alla presenza di Dio, che egli non deve agire, e non osa farlo, in conformità alla ingiunzioni papali, egli è obbligato a obbedirgli e, se disobbedisse, commetterebbe una grave colpa. Prima facie è suo stretto dovere, anche per un senso di lealtà, credere che il Papa abbia ragione e agire perciò in conformità. Deve quindi vincere quella meschina, ingenerosa, egoistica e volgare propensione della propria natura, la quale, non appena sente parlare di comando, si pone in contrasto col superiore che l’ha impartito; si chiede se quest’ultimo non sia andato oltre i propri diritti, compiacendosi di affrontare il tutto con scetticismo nei giudizi e nell’azione. Non deve nutrire nessun caparbio proposito di esercitare il diritto di pensare, dire e fare quello che gli pare e piace, senza preoccuparsi minimamente del vero e del falso, del

 

giusto e dell’ingiusto, dell’obbligo stesso dell’obbedienza, qualora possibile, e di quell’amore che ci spinge a parlare come parla il proprio superiore e stargli sempre a fianco in ogni caso. Se questa fondamentale regola fosse osservata, i conflitti tra l’autorità del Pontefice e l’autorità della coscienza sarebbero estremamente rari. D’altra parte essendo, nei casi straordinari, la coscienza di ciascuno libera di agire a proprio talento, abbiamo la garanzia e la sicurezza, sempreché una sicurezza sia necessaria (il che è una supposizione assai gratuita), che nessun Papa potrà mai creare per i suoi scopi personali, come vorrebbe l’obiezione, una falsa coscienza. […]

 

Un’ultima osservazione. Senza dubbio, se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa.

 

 

[tratto da: JOHN HENRY NEWMAN, Lettera al Duca di Norfolk. Coscienza e libertà, Paoline, Milano 1999, 216-237.]

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