Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 06/06/2022 11:12:04

La giornalista di Al-Jazeera Shirin Abu Akleh è stata uccisa a Jenin, in Cisgiordania, colpita alla testa da un proiettile durante un raid delle forze armate israeliane. Dopo la diffusione della notizia della morte di Abu Akleh, i vertici israeliani hanno rifiutato tutte le accuse: dal capo di Stato Maggiore Aviv Kokhavi al ministro della Difesa Benny Gantz, per finire con il primo ministro Naftali Bennett, tutti si sono difesi sottolineando l’incertezza attorno alle circostanze della morte della giornalista palestinese-americana. Bennett ha inoltre affermato che, stando alle informazioni in possesso degli israeliani, sarebbero stati al contrario i palestinesi a sparare. Tuttavia, uno dei giornalisti di Al-Jazeera che si trovava al fianco di Abu Akleh ha dichiarato che quando i colpi d’arma da fuoco sono partiti verso il gruppo di giornalisti non era in atto nessuno scontro tra militari israeliani e palestinesi. Il Ministero degli Esteri israeliano ha anche diffuso un video nel quale si possono osservare i miliziani palestinesi fare fuoco e affermare di aver colpito un soldato. Tuttavia, secondo le autorità israeliane non vi sarebbero soldati feriti durante il raid, ciò che dimostrerebbe che la figura che i palestinesi avrebbero colpito sarebbe quella di Abu Akleh. Le cose però non sembrano stare in questo modo. Infatti, sia l’organizzazione israeliana B’Tselem che il fact-checking di Haaretz hanno dimostrato attraverso la geolocalizzazione delle immagini diffuse da Bennett che si tratta di un’area distante dal luogo in cui la giornalista palestinese è stata uccisa, senza che vi sia una linea di tiro diretta tra le due zone.

 

Dopo che l’Autorità Palestinese e Al-Jazeera hanno accusato i soldati israeliani di aver deliberatamente ucciso Shirin Abu Akleh, il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha proposto un’indagine congiunta per far luce sull’accaduto, ipotesi finora rifiutata da parte palestinese. Inoltre, come hanno scritto Patrick Kingsley, Raja Abdulrahim e Isabel Kershner sul New York Times, «il proiettile che ha ucciso la giornalista palestinese americana Shirin Abu Akleh è diventato un punto centrale» nei tentativi concorrenti di investigare su chi ha sparato. L’Autorità Palestinese ha respinto la richiesta israeliana di esaminare il proiettile e ha affermato di voler portare avanti l’indagine autonomamente per riferirla al più presto alla Corte Internazionale di Giustizia.

 

Shirin Abu Akleh, che aveva iniziato a lavorare per Al-Jazeera nel 1997, era più che una giornalista, era un «simbolo palestinese […] che non si è lasciato cambiare dalla celebrità»: lo dimostrano le migliaia di persone che hanno onorato la salma, portata a Ramallah dove è stata salutata con un picchetto d’onore da parte dell’Autorità Palestinese, alla presenza anche di diplomatici stranieri e politici arabo-israeliani. «Il proiettile non ha solo ucciso Shirin, ma anche una parte di noi. Era un simbolo, viveva dentro tutte le nostre case», ha dichiarato uno dei partecipanti alla cerimonia funebre. «Shirin era la nostra voce», ha ribadito invece il parlamentare palestinese Khalida Jarrar.

 

Abu Akleh ha trovato la morte proprio nei pressi del campo profughi di Jenin, luogo che aveva segnato la sua carriera quando nel 2002 aveva dato copertura mediatica all’incursione israeliana nel campo. Scriveva Abu Akleh l’anno scorso: «Jenin non è una storia effimera nella mia carriera o nella mia vita personale. È la città che può rialzarmi il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese».

 

Ufficialmente i soldati israeliani stavano compiendo un raid in questa zona perché almeno tre dei sospettati degli attentati che da marzo hanno ucciso 19 israeliani provenivano da quest’area. Ora il rischio – riconosciuto sia da israeliani che palestinesi – è che, se si alzasse ulteriormente la tensione a Jenin, gli scontri potrebbero estendersi e coinvolgere la striscia di Gaza. Purtroppo le immagini di oggi, con le forze di sicurezza israeliana che hanno attaccato il corteo funebre, non promettono nulla di buono.

Secondo al-Jazeera «l’uccisione di Abu Akleh è devastante, ma non sorprendente. Per decenni Israele ha preso di mira i giornalisti palestinesi».

 

Si vota in Libano. Cambierà qualcosa?

 

Per la prima volta dalle rivolte del 2019, il Libano si appresta a tornare alle urne: domenica sono infatti previste le elezioni parlamentari, che secondo il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour offriranno risposte a cinque questioni fondamentali: chi vincerà la lotta intracristiana tra il partito aounista e le Forze Libanesi, quale sarà il livello della partecipazione sunnita, come si comporrà la maggioranza parlamentare, quale sarà la tenuta del voto sciita e le chance della contestazione del sistema.

 

Nonostante le manifestazioni del 2019 abbiano chiesto il superamento del sistema confessionale libanese, «pochi credono che i nuovi partiti nati da quelle proteste, come Beirut resiste e Cittadini in uno Stato, potranno avere successo» e allontanare dal potere la classe dirigente che ha governato dalla fine della guerra civile. L’insoddisfazione nei confronti dell’élite al potere è infatti estremamente diffusa (un sondaggio recente di Oxfam stima intorno al 98%), ma per via dei sistemi di clientelismo e di appartenenze familiari o claniche molti continueranno a sostenere i partiti tradizionali. Lo esemplifica l’affermazione di una persona intervistata da Foreign Policy a nord di Beirut: «sosterremo Hezbollah perché Hezbollah sostiene noi. Ci aiuta con l’assistenza sanitaria, il lavoro, e rappresenta la nostra fede [religiosa, ndr] in Parlamento». Non ci sono grossi dubbi riguardo al fatto che Hezbollah e Amal otterranno la maggioranza dei voti nel sud del Paese, loro tradizionale roccaforte. Tuttavia, anche qui i due partiti sciiti sono «sempre più associati al degrado del Paese». Come ha scritto Heba Nasser su Middle East Eye , ciò non significa però che le persone scontente di Hezbollah e Amal (in particolare per la candidatura di alcune figure identificate con la crisi economica) voteranno per altri candidati: «molti pianificano l’astensione o la scheda bianca». Anche Lina Khatib, direttrice del programma Medio Oriente per Chatham House, ritiene che Hezbollah manterrà la presa sul suo elettorato: «la comunità che generalmente vota per Hezbollah non ha ancora una chiara alternativa [e inoltre il Partito sciita], a differenza delle altre persone, ha dimostrato di avere accesso ai dollari americani». Il Financial Times spiega infatti che, sebbene anche «Hezbollah abbia qualche motivo per essere nervoso», il gruppo è riuscito a mantenere intatto il flusso di denaro verso i suoi membri e le organizzazioni caritatevoli che forniscono aiuto alla comunità di riferimento.

 

Hezbollah è stato al centro anche delle critiche del patriarca maronita, il cardinal Bechara Rai, che l’ha qualificato come «milizia». La critica di Raï è partita da Hezbollah ed è risalita fino al suo sponsor regionale, l’Iran, accusato di violare la sovranità libanese. Tuttavia, il patriarca non ha lesinato i suoi rimproveri neppure ai confratelli cristiani: il presidente della Repubblica Michel Aoun, ha affermato il cardinale, dovrebbe «rappresentare tutti i libanesi e non soltanto i maroniti o i cristiani» e la sua elezione è stata «anti-democratica, illegale e anticostituzionale».

 

Negoziati sul nucleare: è accanimento terapeutico?

 

Lontano dai principali riflettori continuano gli sforzi diplomatici per raggiungere un accordo sul nucleare iraniano. Per facilitare i negoziati questa settimana sia il numero due della diplomazia europea, Enrique Mora, che l’Emiro del Qatar Tamim al-Thani, si sono recati a Teheran. Come ha scritto Amwaj Media, la stampa conservatrice iraniana ha scritto in questi giorni che un accordo è ancora possibile, purché gli Stati Uniti dimostrino «pragmatismo». Secondo quanto affermato venerdì da Joseph Borrell, la missione di Mora è andata «meglio di quanto previsto» e il raggiungimento di un accordo è «a portata di mano». Il più importante nodo della contesa resta il rifiuto americano di rimuovere i Guardiani della Rivoluzione dalla lista dei gruppi terroristici. È a partire da questo punto e dalla costatazione della pressione che il Senato americano esercita su Joe Biden per impedire che ciò avvenga che l’ex negoziatore iraniano Seyed Hossein Mousavian ritiene che, anche qualora un accordo venisse raggiunto, esso avrebbe probabilmente vita breve. Bloomberg è pessimista e ritiene che i Paesi europei stiano solo prendendo tempo. Infatti, se il negoziato venisse ufficialmente sepolto, verrebbero probabilmente reintrodotte le sanzioni da parte dell’Onu, con l’effetto di eliminare dal mercato una quota di petrolio iraniano che in questo periodo serve a evitare un’ulteriore impennata dei prezzi delle materie energetiche. Così, si legge sul sito americano, «le speranze per un accordo con l’Iran svaniscono proprio quando il mondo ha bisogno del petrolio» di Teheran.

 

Internamente Teheran deve fare i conti con la crisi economica. La notizia della settimana è che il presidente Ebrahim Raisi ha reso noto un piano, che entrerà in vigore tra circa due mesi, per ridurre i sussidi sul pane. Secondo quanto affermato da Raisi è previsto che il provvedimento venga poi esteso ad altri beni, come pollame, formaggio e oli vegetali. Intanto, secondo l’Unione iraniana del grano, la situazione è complicata dal fatto che a causa della siccità che colpisce il Paese sarà necessario importare dall’estero almeno 7 milioni di tonnellate di grano.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

L’uccisione di Shirin Abu Akleh

 

Questa settimana sono essenzialmente tre le notizie che hanno catalizzato l’attenzione dei media arabi: l’uccisione della giornalista americano-palestinese Shirin Abu Akleh, le elezioni legislative che si terranno in Libano questa domenica e la morte di shaykh Khalifa bin Zayyed, presidente degli Emirati, avvenuta poche ore fa. Oggi ci occupiamo delle prime due, mentre la terza sarà messa a tema nella rassegna della prossima settimana perché, a poche ore dall’evento, i media arabi non hanno ancora pubblicato commenti significativi sull’accaduto.

 

Partiamo dall’assassinio della giornalista, colpita da un proiettile verosimilmente sparato dalle forze israeliane. A dare maggiore rilievo alla vicenda sono stati in particolare i media sensibili alla causa palestinese, mentre i quotidiani vicini al blocco saudita-emiratino si sono limitati perlopiù a riportare la cronaca dell’omicidio con toni abbastanza impersonali. Al-Sharq al-Awsat, per esempio, ha dedicato alla vicenda alcuni brevi trafiletti ma nessun editoriale, così come il quotidiano emiratino al-Ayn al-Ikhbāriyya.

 

Al-Jazeera ha invece garantito una copertura totale dell’evento, ciò che non deve stupire visto che da ben 25 anni Shirin Abu Akleh era l’inviata dell’emittente satellitare qatariota nei territori palestinesi occupati e uno dei suoi volti più noti. Al-Jazeera ha mandato in onda la diretta di tutto il funerale e ha pubblicato quotidianamente diversi servizi dalla «Gerusalemme occupata», con immagini di palestinesi che manifestavano per la morte della giornalista «martire» e di writers intenti a realizzare graffiti rappresentanti il volto di Shirin Abu Akleh sui muri della città. Ancora al-Jazeera ricorda come diverse bambine palestinesi nate nei giorni successivi alla morte della giornalista portino il suo nome, segno della grande popolarità di cui Abu Akleh godeva.

 

Secondo il quotidiano londinese al-Quds al-‘Arabī, si è trattato di «un assassinio politico deliberato», pianificato dalle «autorità delle forze di occupazione». L’omicidio sarebbe la conseguenza – recita l’editoriale – «di una campagna di minacce di morte e di arresto lanciata dall’esercito di occupazione nei confronti di molti giornalisti palestinesi in Cisgiordania, ai quali alcuni giorni prima era stato chiesto chiaramente di non coprire gli attacchi e gli scontri che l’esercito avrebbe effettuato di lì a poco».

 

Wail Qandil su al-‘Arabī al-Jadīd ha segnalato un dibattito nato proprio in queste ore attorno all’espressione «martire» utilizzata da diversi quotidiani per definire la giornalista. La discussione è nata tra chi sostiene che Shirin Abu Akleh non possa essere definita tale essendo un’araba cristiana e chi, invece, come Wail Qandil, ritiene «vigliacco reagire all’uccisione di qualcuno che ha speso la sua vita in difesa delle nostre cause più sacre privandolo del titolo di “martire”». Nessuno prima che fosse uccisa – spiega ancora Qandil con toni di accusa – si è mai fatto domande sulla sua appartenenza religiosa perché a parlare erano le sue posizioni coraggiose in difesa della Palestina. 

 

La questione è stata messa a tema anche dal sito d’informazione filo-islamista ‘Arabī21. In un lungo articolo, shaykh Issam Talima – Fratello musulmano egiziano e membro dell’Unione mondiale degli Ulema (istituzione qatariota di riferimento degli islamisti) – ha offerto il punto di vista della giurisprudenza islamica sulla vicenda. Associare il nome di Shirin alla parola “martire” non è proibito dall’Islam in quanto non equivale a esprimere un giudizio categorico sulla sua persona, ma è semplicemente una sorta di supplica a Dio perché le conceda la ricompensa spettante ai martiri. Il martirio – spiega ancora Talima – è un concetto presente in tutte e tre le religioni monoteiste, pertanto, la giornalista «è martire secondo gli insegnamenti della sua religione [il Cristianesimo]». A ciò si aggiunge il fatto che, nell’uso corrente, il termine “martire” non ha più un’accezione soltanto religiosa ma può sottendere una dimensione anche politica (martire della stampa, martire della patria, martire dei diritti…).

 

Ancora al-Arabī al-Jadīd ha pubblicato il ricordo personale di un collega della giornalista, Yasser Abu Hilala, che ha ricordato Abu Akleh come «una dei pochi cristiani rimasti a Gerusalemme – cristiani che costituivano più della metà della popolazione della città prima che il progetto sionista ebraizzasse la città e sradicasse la presenza araba, sia cristiana che musulmana». Indagare su questo reato – ha scritto – è responsabilità degli Stati Uniti «per l’influenza che giocano sul mondo e sull’occupante», della Giordania, di cui Shirin aveva la nazionalità, e dell’Autorità Palestinese. Shirin – conclude Abu Hilala – «è la voce della vittima ed è ben lontana dalla menzogna della neutralità: mettere sullo stesso piano la vittima e il carnefice si scontra con la neutralità, la rettitudine e l’etica».

 

Libanesi alle urne

 

Da Gerusalemme ci spostiamo in Libano, dove a scaldare gli animi è stato il dibattito sulle elezioni legislative di domenica prossima.

Uno dei titoli con cui ha aperto mercoledì il sito d’informazione libanese Asas Media – “Parliamo delle elezioni per la millesima volta!” – rende bene l’idea della frequenza mediatica con la quale il tema è stato trattato. L’autore dell’articolo, Ridwan al-Sayyid, nota come i libanesi siano «assorbiti da queste elezioni come mai prima», in riferimento alle precedenti legislative del 2009, quando Saad Hariri era in ascesa, e a quelle del 2018, quando al centro della scena c’erano Michel Aoun e Gibran Bassil, suo genero.

 

Oggi però, spiega l’intellettuale libanese, il contesto nel quale si svolgono le elezioni è profondamente mutato. A livello interno, «l’assenza [tra i candidati] di Saad Hariri colpisce, ma non va esagerata», e se è vero che «la posizione dei sunniti nei confronti del partito armato [cioè Hezbollah] non è cambiata, è però aumentata l’ostilità nei confronti di Aoun». A ciò si aggiunge la crisi economica in cui versa il Paese, fonte di grande frustrazione per tutto il popolo, e un contesto internazionale anch’esso profondamente cambiato: «l’Iran è sulla via della capitolazione» con l’accordo nucleare che non è ancora andato in porto, la battuta d’arresto subita in Iraq e la situazione di stallo in Siria.

 

Votare, conclude al-Sayyid, è un dovere perché «il sistema libanese è in pericolo. La mancata partecipazione al voto o la scarsa affluenza alle urne contribuiscono al tracollo di un sistema libanese già in decadenza. Altrettanto importante è che dopo le elezioni si formi un governo e venga eletto un presidente, in modo tale che la forma costituzionale del sistema rimanga in essere».

 

Emblema della difficile situazione che sta vivendo il Paese è la vignetta pubblicata sul quotidiano emiratino al-Ittihād: un’automobile con gli pneumatici sgonfi e il motore in fiamme a simboleggiare l’economia libanese, e un’urna elettorale animata che accorre in soccorso portando una cassetta degli attrezzi e un secchio d’acqua per spegnere l’incendio.

Diversi quotidiani, tra cui il londinese al-Arabī al-Jadīd, hanno riflettuto sul ruolo giocato dalle autorità religiose libanesi, che in questi giorni sono intervenute a più riprese esortando i cittadini a partecipare al voto o indicando addirittura chi votare in un crescendo di politicizzazione della religione.

 

Shaykh Ahmad Qabalan si è rivolto agli sciiti durante il sermone dell’Eid al-Fitr (la festa che segna la fine del Ramadan) dicendo loro che «il diritto alle elezioni è uno dei maggiori atti di culto, è un obbligo nazionale, etico e religioso decisivo; è vietato esitare, è vietato astenersi dalla battaglia elettorale ed è vietato lasciare la scheda bianca, perché il Paese e l’autorità sono un pegno che Dio vi ha affidato. State attenti a non sprecarlo perché chi rinuncia alla battaglia elettorale rinuncia al più grande degli obblighi di Dio». E ha ovviamente invitato a votare il Movimento Amal ed Hezbollah.

In modo più moderato, il gran muftì della Repubblica ‘Abd al-Latif Deryan, dal pulpito della moschea Muhammad al-Amin di Beirut, ha messo in guardia dall’«astensionismo e dall’eleggere i corrotti», mentre il patriarca maronita Bechara Ra‘i ha invitato i libanesi a recarsi alle urne durante il sermone pronunciato ad Harissa in occasione della festa di Nostra Signora del Libano.

 

I quotidiani sauditi hanno invece attaccato duramente Saad Hariri per la sua decisione di non candidarsi alle elezioni. «L’era politica di Saad Hariri è giunta al termine» ha scritto Okāz, dipingendo un ritratto impietoso di un politico che «ha lasciato Beirut a mani vuote» e che «dopo aver perso gli alleati arabi e il sostegno francese del presidente Emmanuel Macron, il quale ha trovato nel primo ministro Najib Mikati un’alternativa su cui scommettere, ha perso anche le vecchie alleanze interne, quella con le forze del 14 marzo, quella nuova con il tandem sciita e quella con il Movimento Patriottico Libero». Hariri «non è riuscito a tessere alleanze così come non è riuscito ad affrontare gli oppositori» e «non ha dato prova di leadership politica, non sapendo prendere le decisioni al momento giusto, nel modo giusto e con le persone giuste».

 

La domanda allora è che cosa si nasconda dietro l’attacco mediatico saudita a Saad Hariri. Ha risposto su Arabī21 il politologo libanese Tawfiq Shuman, il quale ha individuato tre ragioni: 1) l’ostilità tra Hariri e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, nata nel 2016 quando Hariri decise di sostenere Aoun alla presidenza – una decisione che rifletteva la diminuzione dell’influenza saudita in Libano; 2) il fatto che nel 2017 Hariri abbia rassegnato le dimissioni da primo ministro mentre era in visita a Riyad per poi ritirarle al suo rientro nel Paese; 3) il congelamento del conflitto con Hezbollah: l’Arabia Saudita sperava in una sorta di confronto politico ad alta tensione tra la Corrente del Futuro (partito di Hariri) ed Hezbollah, ma Hariri ha preferito evitare l’escalation.

 

Per concludere, Al-Akhbār, quotidiano libanese filo-Hezbollah, si è soffermato sull’incontro avvenuto ieri tra il muftì della Repubblica libanese e gli ambasciatori in Libano dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), riportando una frase in particolare del chierico: «non vogliamo consegnare il Libano ai nemici dell’arabismo», cioè a Hezbollah.

 

Segnaliamo infine un’ultima, breve, notizia che arriva dall’Arabia Saudita. Mercoledì, a Riyad, si è tenuto il “Forum dei valori comuni tra le religioni”, un’iniziativa di dialogo interreligioso organizzata dalla Lega islamica con la partecipazione di oltre cento personalità religiose, tra cui anche il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I. Tre le questioni messe a tema: la dignità umana, la promozione dell’amicizia e della cooperazione per evitare lo scontro di civiltà, e la moderazione religiosa.

 

In breve

 

L’Iran ha arrestato una coppia francese con l’accusa di aver tentato di creare disordini insieme al sindacato degli insegnanti di Teheran e minaccia di giustiziare Ahmadreza Djalali, accusato di spionaggio (The Guardian).

 

I dissidenti egiziani che si erano rifugiati in Turchia potrebbero presto dover trovare un altro luogo: una delle richieste del Cairo per proseguire nel riavvicinamento ad Ankara è interrompere le trasmissioni televisive sfavorevoli ad al-Sisi (Financial Times).

 

Il presidente tunisino Kais Saied ha annunciato la costituzione di un gruppo di lavoro per la revisione della Costituzione e la creazione di un nuovo sistema di governo (Al-Monitor).

 

Attraverso il portavoce Akif Muhajir, i Talebani hanno reso nota la decisione di imporre alle donne l’uso del velo integrale (Washington Post).

 

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