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Islam

Si può riformare l’Islam?

La dialettica tra rinnovamento e conservazione non sempre conduce alla strada tracciata dalla modernità liberale

Interno della moschea di al-Azhar © Dr. Mohamed Fouad

Si può riformare l’Islam? La domanda, che fa ormai parte del dibattito pubblico tanto in Occidente quanto nel mondo musulmano, potrebbe avere una risposta perentoria: non soltanto l’Islam è riformabile, ma negli ultimi due secoli è già stato più volte riformato. Dai modernisti ai salafiti, non sono poche le correnti che interpretano l’Islam in discontinuità con la tradizione premoderna. Peraltro è l’Islam stesso a prevedere la necessità di un costante rinnovamento interno. Un famoso detto attribuito a Maometto recita infatti che “Al volgere di ogni secolo Dio manderà un rinnovatore a questa comunità, affinché essa rinnovi la sua religione”.

 

 

Il punto è piuttosto che non sempre la dialettica tra rinnovamento e conservazione conduce alla strada tracciata dalla modernità liberale. A volte può intersecarla, altre se ne allontana. Lo dimostrano due recenti prese di posizioni di al-Azhar, il prestigioso centro d’insegnamento egiziano che si vuole custode della tradizione islamica “autentica” e allo stesso tempo è impegnato, contro le letture estremiste, in un’opera di rinnovamento del “discorso religioso” (ciò che gli è valsa una sentenza di morte da parte dello Stato Islamico).

 

 

Nel gennaio scorso il grande imam della moschea Ahmad al-Tayyeb ha dichiarato che ai cristiani non si può più applicare l’istituto della dhimma, la protezione che la giurisprudenza islamica classica prevedeva per le “Genti della Scrittura” (ebrei e cristiani) in cambio del pagamento di una tassa (la jizya), perché essa appartiene a un contesto storico passato. Nel quadro dello Stato nazionale moderno i cristiani vanno considerati cittadini a pieno titolo, titolari degli stessi diritti e degli stessi doveri dei musulmani. Per giustificare quest’evoluzione, l’imam ha evocato il precedente della comunità di Medina, dove il Profeta Maometto avrebbe istituito uno “Stato” fondato sul “principio della cittadinanza”, in cui convivevano, con pari diritti, musulmani, ebrei e pagani. Il procedimento è un caposaldo del riformismo islamico: una rilettura dell’Islam che, scavalcando la tradizione giurisprudenziale, ricerca nel tempo delle origini un possibile accordo, anche anacronistico, tra Islam e istituzioni moderne. Lo stesso avevano fatto un anno fa i firmatari della “Dichiarazione di Marrakech sui diritti delle minoranze religiose nel mondo islamico”, che a loro volta avevano individuato nella “Carta di Medina” un “riferimento per garantire i diritti alle minoranze religiose in terra d’Islam”. E prima di loro avevano sviluppato il tema della cittadinanza ideologi islamisti come Yousef al-Qaradawi, Rachid Ghannouchi, Tariq al-Bishri e Muhammad Salim al-‘Awwa, i quali hanno anche spiegato in maniera sistematica le ragioni per cui la dhimma e il pagamento della jizya, che pure è prevista esplicitamente da un versetto coranico (9,29), non valgono per il contesto odierno. Per non parlare di tutta la riflessione del nazionalismo arabo “laico”, che questo tema lo aveva già affrontato e risolto nell’Ottocento.

 

 

Un mese dopo le dichiarazioni sulla cittadinanza, l’imam al-Tayyeb, assieme agli altri membri del Consiglio dei Grandi Ulema di al-Azhar, si è espresso su un altro tema delicato, il divorzio, questa volta chiudendo a eventuali riforme. In un discorso pronunciato davanti alle più importanti personalità egiziane, il presidente Abdelfattah al-Sisi ha infatti sollecitato una legge che limiti la pratica del divorzio orale, con il quale il marito può ripudiare la moglie pronunciando una semplice formula. Il comunicato con cui gli ulema del Cairo hanno reagito alla proposta del presidente afferma che questo tipo di divorzio è attestato tra i musulmani sin dai tempi del Profeta e si limita a invitare i legislatori a garantire i diritti della moglie e dei figli e ad adoperarsi per contrastare questo fenomeno attraverso la cultura e l’educazione.

 

 

È interessante notare che lo stesso metodo, il riferimento delle origini dell’Islam, ha permesso nel caso della cittadinanza un “aggiornamento” della dottrina (anche in presenza di un versetto coranico che porterebbe in un’altra direzione), mentre è servito nel caso del divorzio orale a confermare la dottrina esistente.

 

 

Quest’apparente difformità trova una spiegazione in alcuni criteri che lo stesso grande imam di al-Azhar aveva esposto all’interno di un ciclo di conversazioni sull’Islam trasmesse in televisione durante il mese di Ramadan dello scorso anno. Nella puntata dedicata al rinnovamento del pensiero islamico, al-Tayyeb aveva spiegato come la riforma sia richiesta dalla natura stessa dell’Islam, che in quanto messaggio definitivo, ma collocato nel tempo e nello spazio, deve rileggere le sue norme al variare delle circostanze storiche e dei contesti geografici. Ma aveva anche aggiunto che questo processo interpretativo non è illimitato. Nell’Islam esistono infatti degli elementi costanti (thawābit), regolati da norme stabili, ed elementi variabili (mutaghayyirāt), le cui norme possono invece evolvere. Ai primi appartengono gli atti di culto (‘ibadāt) e le questioni che riguardano la famiglia, mentre nei secondi rientrano la politica, l’economia, le relazioni sociali.

 

 

Si tratta di una distinzione consolidata e su cui da tempo fanno leva i pensatori riformisti per aprire percorsi di rinnovamento all’interno dell’Islam, anche se non sempre le norme stabili sono veramente intoccabili. A volte, a forzare la porta dell’interpretazione ha provveduto il potere politico. Per il diritto di famiglia è accaduto con l’ex presidente Habib Bourguiba in Tunisia, e, in maniera più sottile, con Mohammed VI in Marocco. Un dotto egiziano ha detto che l’Islam non si rinnova con le direttive dall’alto. Il presidente al-Sisi sembra pensarla diversamente.

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