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Religione e società

Spie e supereroi dominano il mondo, ma non cancellano la forza del destino

Tra la Tour Eiffel trasformata in minareto, una Los Angeles annientata senza ragioni e Batman che va a caccia di Osama, qualcuno si chiede cosa sarà di noi. Ci aspetta un purgatorio dove scontare i peccati, un virus finale, scariche elettromagnetiche che ci renderanno tutti buoni o un'isola divina che, come il pianeta Solaris di Tarkovskij, è pronta ad esaudire i desideri più nascosti?

L'Europa ha un destino e così l'America: devono accettare di diventare musulmane oppure dichiarare guerra ai musulmani». Il proclama è stato pronunciato da Mu'ammar Gheddafi davanti alle telecamere della tv Al Jazeera l'8 maggio. Non c'è niente di bellicoso nel tono del colonnello: «Abbiamo 50 milioni di musulmani in Europa e la trasformeranno in un continente musulmano in pochi decenni». È una constatazione, anche abbastanza realista. Ed è curioso che sia proprio lui a pronunciare quella parola che l'Europa, rinunciando a perseguire qualunque tensione all'universalità, ha rimosso: destino. L'ha rimossa l'Europa, anzi, l'Occidente, e il cinema che dovrebbe raccontarne le sorti.

 

Dovessimo prendere i film a criterio per un giudizio sul tempo presente e su quello che verrà, potremmo dedurre che l'apocalisse è vicina, anzi, è già qui. Ma del destino, del misterioso nesso tra il nostro quotidiano e il suo significato, non si parla mai, non si parla più, al cinema. Neppure quando il linguaggio scelto è quello della fantascienza, nemmeno quando il tema è la fine del mondo. Un titolo a caso, direttamente dall'ultimo Festival di Cannes: Southland Tales del trentunenne Richard Kelly, autore-rivelazione, all'indomani dell'11 settembre, di Donnie Darko, un piccolo film sulla morte che sbancò i botteghini. Kelly ci racconta il mondo che, nel 2008, svanisce "con un semplice soffio". Un attacco atomico a Los Angeles, una nuova fonte di energia che cambia la percezione del reale: e in mezzo l'Iraq, la libertà negata, le bare dei soldati coperte da stelle e strisce, il comunismo di ritorno e le pallottole al fosforo bianco. Perché? Non si sa. Di certo, che sia vicina o no la fine, il mondo è brutto, soprattutto insensato. Per raccontare il suo angoscioso 11 settembre, Oliver Stone si appella, nei primi 26 minuti del film World Trade Center, presentato a Cannes, allo "spirito buddista", come aiuto a sopportare "la fragilità della vita". Mentre Paul Greengrass, autore di United 93, il film sui passeggeri che si ribellarono ai terroristi sventando l'attentato a Washington, parla di "politica della speranza". Parole che risuonano vuote, immagini come frammenti di una storia spezzata. E la speranza affoga in un'ansia che non riesce a intercettare il dramma vero, la domanda giusta.

 

Non verrà certo dall'Italia la risposta. Qui vive da anni Rachid Benhadj, cittadinanza italiana e origine marocchina, che racconta ne Il pane nudo la storia dello scrittore Choukri, morto nel novembre 2003, candidato al Nobel, amico di grandi firme come Genet, Williams, Bowles. Nel film, il ragazzino Mohamed si riscatta dall'ignoranza e si apre a una nuova vita. L'assunto è che «molti problemi che riguardano il mondo arabo, incluso per primo il terrorismo, sono figli dell'ignoranza e quindi della miseria e della povertà». Un altro volenteroso è Raul Bova, l'attore bello e possibile che interpreta e produce l'opera prima del tunisino Mohsen Melliti, esiliato politico in Italia da quindici anni. Io, l'altro racconta un'amicizia nata sul mare, quella tra un pescatore siciliano e il tunisino Yousef, spezzata dal germe del sospetto dopo gli attentati di Madrid. Sorpresa sul finale, ovviamente: siamo tutti "fratelli d'Italia". Aldilà degli esiti (il film è in fase di ultimazione) questa del sospetto è una bella intuizione.

 

Chi proprio non cede ad ambiguità è Renzo Martinelli, italiano arrabbiatissimo. Ha fatto un film, Il mercante di pietre, così politicamente scorretto che il minimo che possa capitargli è una fatwa nostrana: dei critici, più che degli islamici. Martinelli se la prende con tutti, con gli insorgenti islamici, ovviamente, ma anche con i cattolici rassegnati e ciechi. Come dargli torto? Poi però si perde tra le cellule della rete di Al Qaeda che dormono in Italia, si invischia in una storia torbida di sesso tra una signora fedifraga il killer inconsapevole, la "colomba" e un mercante bugiardo, si inceppa sull'handicap di uno studioso, vittima di attentati plurimi. Alla fine, il film rivela un sogno davvero impossibile: raccontare l'altro 11 settembre, quello del 1683, quando un frate cappuccino, Marco d'Aviano, riuscì a fermare le truppe turche che assediavano Vienna. «Mi duole dirlo, ma la democrazia potrebbe non essere la risposta giusta» incalza Martinelli. E allora? Qual è la risposta giusta? E soprattutto, qual è la domanda?

 

Perché il problema c'è. E se a Cannes Vincent Cassell, aprendo il festival, lo maschera con lo smoking della «Francia, terra di accoglienza», dove «persone di ogni origine coabitano, con gli stessi problemi e la stessa crescita», nelle periferie si spara. Il problema c'è, anche senza arrivare alla futuribile Parigi del 2048 che, secondo la scrittrice russa Chudinova, sarà musulmana, con la Tour Eiffel trasformata nel minareto più alto del mondo e Notre-Dame come Santa Sofia a Istanbul: La Moschea di Nostra Signora di Parigi, il titolo del romanzo, appunto. Solo che ce l'abbiamo tutti, il problema. A cominciare dall'Iran. Anzi, per loro è più grave. Parola di Marjane Satrapi, autrice di una fortunata serie di fumetti pubblicati in tutto il mondo, Persepolis. La storia della bambina di nove anni, costretta dalla rivoluzione al velo, dell'adolescente in esilio, della donna in fuga, è già un film che uscirà l'anno prossimo: la produzione francese più impegnativa della stagione, con Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve e Danielle Darrieux.

 

Chi è rimasto a Teheran, fa quel che può: il piccolo film dell'iraniano Jafar Panahi, Offside, vince il Premio della Giuria a Berlino. Sembrerà bizzarro, con i tempi che corrono, fare un film su una partita di calcio. Ma tra i mille divieti ripristinati sotto Ahmadinejad c'è anche la presenza femminile allo stadio. Così cinque giovani donne si ritrovano prigioniere della polizia per aver tentato, travestite da uomo, di entrare alla partita per la qualificazione dell'Iran ai mondiali del 2006. E subiscono la "tortura" di ascoltare i cori del pubblico senza vedere niente. Si ride amaro, insomma.

 

E c'è chi non ride per niente. Sono i ragazzi musulmani. Quando va bene, come in Arabia Saudita, si beccano i Simpson censurati, senza birra, parolacce, hot dog. Se va male e va malissimo non possono neppure appellarsi a Batman. Soprattutto adesso che l'autore Frank Miller ha deciso di spedire l'uomo pipistrello a caccia di Bin Laden. L'albo Holy Terror uscirà in America l'anno prossimo, poi ci attendiamo il film. Ma in Kuwait difficilmente lo vedranno. Niente Batman, niente Superman, che «rappresenta l'archetipo giudaico-cristiano dell'individuo dagli enormi poteri che agisce da solo, mascherato e isolato» dice l'imprenditore Naif al-Mutawa. Al loro posto, propone The 99, supereroi islamici che nel XIII secolo difendono il Grande Impero arabo dai mongoli; 99 come le qualifiche attribuite dal Corano a Dio. I fumetti targati Islam andranno ad arricchire lo scaffale che per ora contiene solo i Middle East Heroes pubblicati dall'egiziana Ak Comics: quattro supereroi che difendono gli arabi (ma solo loro) dal male. Mentre i piccoli giordani dovranno accontentarsi di un cartoon che la Regina Rania ha fortissimamente voluto, arrivando a promuoverlo in prima persona anche negli States. Ben e Izzy, tredici episodi per bambini da sei a undici anni, racconta l'amicizia multiculturale, tollerante, educativa e politicamente correttissima tra un piccolo giordano e uno yankee.

 

Ma torniamo al destino. La buona notizia arriva dalla tv. Per fortuna c'è Lost, serie "stracult" che in America è già arrivata alla terza edizione e nei paesi europei viaggia tra la fine della prima e l'inizio della seconda. Anche qui, a tragedie non si scherza: stiamo parlando di un gruppo di naufraghi che, catapultati su un'isola tropicale da un disastro aereo, fanno i conti con le difficoltà del presente e i conti lasciati in sospeso nel passato. La buona notizia è che l'America raccoglie la sfida che l'Europa ha lasciato cadere. E se è vero che nel modo in cui Hollywood parla delle cose dello spirito c'è sempre qualcosa di ingenuo e che, scriveva Eric Rohmer, «sconcerta New York non meno di Parigi», non si può che applaudire un serial appassionante che riporta in auge le domande maledette: da dove vengo, chi sono, dove vado.

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