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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:52:24

Non so se convenga davvero parlare di "nuovo ordine" o di "nuovo disordine"! Tutto nel nuovo Iraq è precipitato nel caos: le istituzioni come i rapporti tra le persone, la coesistenza, l'ordine dei valori, le norme politiche... fino al ruolo delle religioni nella società. Da coscienza viva del popolo, esse rischiano ora di essere sfruttate come supporto per legittimare ogni cosa, compresi atti terroristici! Era il prezzo inevitabile da pagare per costruire "il nuovo ordine", così ci viene detto. Forze occulte, anarchiche o terroriste, mascherate sotto il vocabolo del Jihad (militanza religiosa), ma che nulla hanno a che vedere né con la religione né con la politica, e mercenari dell'antico regime conducono una guerra accanita contro tutto ciò che potrebbe stabilizzare la situazione e continuano ogni giorno a falcidiare vite innocenti, non solo tra gli uomini politici ed i militari accusati di "collaborazionismo", ma anche tra le file delle classi universitarie, intellettuali e civili, risoluti a rendere la vita impossibile alla parvenza di potere in carica. E l'autorità è veramente tale? Tre mesi sono passati dalle elezioni del gennaio 2005 e ancora siamo senza governo! Partite di pocker, serrate ed interminabili, si giocano e rigiocano tra le liste dei vincenti alle elezioni, già così intaccate da "virus", tra i capi di fila etnici e religiosi o tra i partiti politici, i più vulnerabili dei quali, come quelli cristiani, si trovano letteralmente calpestati. Il Quadro Politico Ci si attendeva che le elezioni del gennaio scorso fossero il laboratorio sperimentale di un partenariato democratico e nazionale. Ed ecco di nuovo i pesci più grandi ad inghiottire quelli più piccoli. Tre grandi forze si dividono lo scacchiere politico iracheno, su base etnica o religiosa: i curdi, gli sciiti e i sunniti. Questa trilogia, avendo sfidato le elezioni, vorrebbe spartirsi il potere nel costituendo governo. Tutto si divide sulla base della rendita elettorale e partigiana, basata essa stessa sul fondo etnico e religioso tradizionale. Già il Consiglio di Presidenza è composto da un trio: un presidente della repubblica curdo, due vice presidenti, uno sciita e l'altro sunnita. Il Primo ministro designato è sciita ed avrà certamente dei vice delle due altre comunità. L'impasse attuale con la mancata formazione del nuovo governo proviene in larga misura da quest'arduo equilibrio. In questo gioco, i cristiani restano "ospiti", ingombranti è vero, ma senza peso reale negli equilibri. Sottese alla crisi due grandi correnti politiche e ideologiche sono all'opera: 1. La corrente islamista, che ha l'impatto maggiore sulle fasce popolari e che caldeggia un regime fondamentalista, forse secondo un'edizione propriamente irachena. Voci si sono levate nei due campi, sciita e sunnita, per reclamare che l'Islam sia la sola fonte legislativa e per instaurare la Shari'a islamica. D'altronde, il primo ministro designato, ancorché moderato, e la sua lista maggioritaria nel Parlamento appartengono ai partiti religiosi islamisti della Rivoluzione Islamica e della Da'wa (Chiamata islamica) o ad altre fazioni dello stesso tipo. Tuttavia, ogni tendenza fondamentalista non sarà vantaggiosa per la minoranza cristiana. 2. Le correnti laiche, rappresentate dai partiti politici concepiti sul modello delle democrazie occidentali. è in quest'ultima corrente che sembra si situerebbe l'ideale "pluralista" e comunitario della grande massa della popolazione. La nuova maggioranza saprà mantenere l'equilibrio tra "religiosi" e "laicizzanti"? I partiti curdi (PDK, UNK), i partiti laici dell'antica opposizione, ivi compresi quelli dei cristiani, e gli altri movimenti cosiddetti indipendenti (una moltitudine) costituiscono la colonna dorsale di questa linea. L'equilibrio tra tutti questi partiti dalle ideologie differenti, talora opposte, non è cosa agevole. Prima di passare alla cooperazione in un vero ambito democratico, questi partiti conducono una guerra di posizioni, non sempre dichiarata, ma non per questo meno reale. Tuttavia, questa società democratica da costruire non potrebbe edificarsi senza riconoscere e mettere in pratica nei fatti il principio del "partenariato" tra tutte le sue componenti sociali, etniche, religiose, geografiche, storiche e politiche. è una vera conversione di mentalità ed usanze sociali, domandata a persone di cui alcune si comportavano fino ad ora come signori assoluti ed altri come cittadini di serie B. È il dilemma che divide la fazione sunnita che controllava il vecchio regime e deteneva tradizionalmente il potere, senza contestazione. Poi, tutto ad un tratto, perde la leadership. Ciò spiega il boicottaggio dei sunniti alle elezioni e la connivenza presunta con le attività violente dell'opposizione. In verità, in questa società democratica promessa nel nuovo Iraq, non dovrebbe più esistere una "maggioranza regnante", che impone le sue leggi e prerogative, né una "minoranza tollerata" o frustrata, obbligata ad esibire i suoi documenti giustificativi e la sua lealtà ad ogni checking point (penso proprio ai cristiani). I Cristiani? Attori, spettatori o vittime impotenti? Peso reale e avvenire? Posizione della Chiesa come istituzione? A giudicare dalla loro presenza sociale nella vita pubblica, dalle loro attività economiche, dal loro livello culturale, si penserebbe che i cristiani abbiano un peso pari al 20% della popolazione. Tuttavia, essi non sono che il 4 % del totale, appena 700.000, inghiottiti in un oceano musulmano, devastati da un'emigrazione galoppante, particolarmente dopo la guerra del Golfo. Così la cristianità irachena, con 2000 anni di storia, che precede l'Islam in Mesopotamia di 633 anni, si va progressivamente svuotando, in una vera e propria emorragia quotidiana. Certo, i cristiani non sono i soli a patirla. Ma, per una minoranza, con questo ritmo essa diventa drammatica. Le ragioni? 1. Economiche, in primo luogo, come dappertutto nel mondo. 2. Per sfuggire alla guerra ed alle sue conseguenze. 3. Confisca da parte dello stato di terreni appartenenti ai villaggi cristiani, per installarvi musulmani e destabilizzare l'attuale demografia. 4. Restrizioni nell'insegnamento della religione cristiana. 5. Divieto del governo di scegliere nomi cristiani per i bambini. 6. Crescita del fondamentalismo islamico. 7. Infine, l'insicurezza attuale, con rapimenti, assassinii quotidiani o minacce d'uccisioni. Questi ultimi due fattori sono peggiorati dopo il cambiamento. Non abbiamo forse assistito impotenti agli attentati, a tre riprese, contro le nostre chiese e i nostri arcivescovadi, a Baghdad e a Mossul, là dove vivono più cristiani? Non stava per succedere l'irreparabile al momento del rapimento di un Vescovo a metà del gennaio scorso se l'appello di Giovanni Paolo II non avesse avuto l'effetto di un "basta" di indignazione mondiale? Al di là della mia persona, il buon esito e la rapidità della mia liberazione come risultato dell'appello del Papa e dell'attenzione mediatica universale ha persino rialzato il morale dei cristiani. Ecco perché il cristiano iracheno è esposto alla tentazione dell'esodo, nonostante la disapprovazione della Chiesa che punterà sempre sulla nostra cittadinanza ed il nostro radicamento ancestrale e profondo in questa terra dalle sue origini! Finora, devo aggiungere, il cristiano si trovava abbastanza bene sul piano del quotidiano, del rapporto di vicinato e di lavoro. Se vi è stato uno scossone, non tutto è perduto. Vi sono amicizie, perfino società d'affari comuni tra cristiani e musulmani. Il cristiano resta per un musulmano una persona affidabile, competente, fedele, pacifica e colta. Per passare dal rango di spettatori a quello di attori e promuoversi al grado della cittadinanza a pieno titolo, i cristiani, dopo il cambiamento dell'aprile 2003, si sono gettati nell'arena politica con una decina di partiti e movimenti. è la prima volta nella storia del paese che partiti politici definiti "cristiani", socialmente parlando, si propongono con chiarezza come forza politica per difendere interessi "cristiani". Per reazione contro la frustrazione storica, prendono piuttosto degli atteggiamenti laici e si rifanno ad ideologie etnico-nazionaliste, generalmente forgiate secondo il bisogno della causa. A dire il vero, tutti questi minuscoli partiti, sparsi e neofiti quanto all'esperienza politica, mancano di rilevanza nazionale. Come se non bastasse, un pomo della discordia separa la gerarchia della Chiesa dai partiti politici detti "cristiani", poiché tutti e due si contendono l'autorità sulla piccola minoranza cristiana del 4%. Quest'ultima, fino ad adesso, trovava nella Chiesa la sua difesa, il suo unico portavoce e punto di riferimento, non solo nell'ambito religioso, ma anche nel sociale e nei confronti delle autorità pubbliche. Nuovi dati stanno creando un doppio riferimento nella comunità cristiana irachena: riferimento politico civile, rivendicato dai partiti politici "Caldeo Assiri Siriaci" nuovi venuti sulla scena, e socio religioso, riconosciuto tradizionalmente alla Chiesa. La gerarchia non è pronta a cedere il posto di comando così rapidamente! Una certa corrente intellettuale cristiana ed impegnata nell'apostolato non appoggia l'idea avanzata dai partiti cosiddetti "cristiani" di identificazione tra religione e nazionalismo etnico: si è in primo luogo cristiani, poi tutto il resto. Al contrario, il discorso dei partiti pretende che si sia in primo luogo assiri, caldei o siriaci. Resta comunque vero che la questione etnica o razziale è una delle più spinose al giorno d'oggi in Iraq. Infatti, è proprio su questa base che le minoranze (compresi i cristiani), finora cancellate, tentano di svolgere un ruolo sullo scacchiere politico per ottenere il loro diritto alla cittadinanza allo stesso titolo degli altri. Hanno ottenuto qualcosa? Sul piano istituzionale e giuridico concreto, nulla è cambiato, benché le nuove personalità continuino a farci sentire belle parole. Qualche flash: in alcuni comitati civili dipartimentali (City Councils) sono stati chiamati a sedere anche alcuni cristiani. Ma quando si è trattato della rappresentanza nel primo governo nazionale, è stato il sentimento di frustrazione a dominare, con quattro rappresentanti di secondo rango all'Assemblea nazionale provvisoria e una donna ministro dell'Emigrazione. Punti insignificanti per alcuni. Frustrazione più acuta fu quella delle elezioni dello scorso gennaio in cui intere regioni cristiane, soprattutto nella piana di Ninive attorno a Mossul, dove si trovano i maggiori agglomerati cristiani, furono private del loro diritto di elettori. Pretesti di inavvertenza o disorganizzazione furono accampati per giustificare il fatto d'aver privato questi villaggi (quasi 100.000 abitanti) del loro diritto a votare. Il che tolse ai rappresentanti cristiani la possibilità di sedere nella prima assemblea nazionale "democraticamente" eletta. Proteste, manifestazioni, petizioni ebbero luogo. Ma i cristiani continuano a vedersi smembrati, minimizzati, sottorappresentati nelle sfere decisionali. Ciò che ora desiderano è che la disavventura non si ripeta alle prossime elezioni, in dicembre, e che abbiano parte almeno alla redazione della Costituzione per garantire i loro diritti fondamentali e partecipare con le altre forze politiche all'amministrazione del paese. Peraltro la Chiesa, rappresentata dai suoi Vescovi, è stata sottoposta a forti sollecitazioni durante il periodo di transizione tra l'aprile 2003 e la formazione del primo governo, sia dai diversi partiti politici, compresi quelli di tendenza islamica, sia dalle istanze sociali, tribali o dei dirigenti. Nello sforzo comune della ricostruzione costoro erano chiamati a rappresentare, non solo le loro comunità, ma la corrente della saggezza e della cooperazione. Si può dire che un certo clima di dialogo islamo-cristiano inedito a livello di leaders abbia preso il via. Questa presenza si fa più rara da quando le istituzioni hanno cominciato a prendere forma. Tuttavia a mio avviso la Chiesa istituzionale non ha prestato abbastanza attenzione al nuovo fenomeno iracheno e a preparare il futuro. Ma ne era davvero in grado? Mancano la qualità della riflessione e l'oggettività dell'analisi e forse la chiarezza di vedute. Nel clima iracheno, senza dubbio, si procede a vista. Ed allora, come sempre, aspettiamo venire l'avvenire! Una novità inedita tuttavia è stata la dichiarazione dell'Assemblea dei Patriarchi e Vescovi dell'aprile 2003, propiziata dal Nunzio apostolico di Baghdad e rivolta al consiglio di governo in vista della nuova Costituzione irachena; la dichiarazione richiede che la nuova costituzione: 1. «riconosca i nostri diritti religiosi, culturali, sociali e politici». 2. «individui uno statuto legale nel quale ogni persona possa essere considerata secondo le sue capacità, in modo che ciascuno abbia il diritto di partecipare attivamente al governo e al servizio della patria». 3. «consideri i cristiani come cittadini a pieno titolo». 4. «garantisca il diritto di professare la nostra fede secondo le nostre antiche tradizioni ed i nostri diritti religiosi, come quello di educare i nostri figli secondo i principi cristiani, quello di poterci organizzare liberamente, poter costruire i nostri luogo di culto, centri culturali e sociali secondo i nostri bisogni». Questo tipo d'intervento pubblico ufficiale (la dichiarazione era stata inviata al Consiglio di governo provvisorio, al governo americano, al Segretario generale dell'ONU) avrebbe potuto aprire una nuova era nella presenza della Chiesa in Iraq. Ma le cose sono rapidamente tornate nel quietismo tradizionale. Tuttavia, il nuovo presidente della Repubblica, Jalal al-Talebani, curdo molto laico ed aperto, ha recentemente esortato la gerarchia cristiana, in occasione della sua prima udienza ai Vescovi cattolici, giovedì 21 aprile 2005, a farsi sentire, esprimere i bisogni dei cristiani, aggiungendo che egli stesso era pronto a sostenere i diritti dei cristiani. L'Iraq resta un crogiolo di particolarismi diversi, cumulati e frammisti nel corso delle epoche. Questo pluralismo in sé è una ricchezza e la differenza dovrebbe creare il dinamismo. L'Altro non è necessariamente un avversario da eliminare. Può ben essere un'energia da aggiungere alla nostra. Di qui le virtù del dialogo che conducono alla collaborazione nel rispetto reciproco e di conseguenza all'amicizia che è in primo luogo fiducia e non sfiducia. Senza queste norme, si resterà sempre al di fuori della via che porta alla costruzione di un nuovo Iraq, nella giustizia ed in una pace duratura.

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