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Le nostre letture

Tra l’Isis e l’Aga Khan, teologia politica dell’Islam

La situazione mediorientale non è tutta geopolitica. Il fattore religioso conta e occorre prenderlo in considerazione

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 15/04/2019 13:00:08

islams-politiques.jpgRecensione di Sabrina Mervin & Nabil Mouline (a cura di), Islams politiques. Courants, doctrines et idéologies, Cnrs éditions, Paris 2017.

 

È spesso diffusa l’idea che per comprendere le vicende mediorientali sia sufficiente leggerle attraverso le categorie della geopolitica, dell’economia o della sociologia, prescindendo dal fattore religioso. Ciò non è evidentemente possibile se si considera che il rapporto tra sfera religiosa e sfera politica è presente fin dalla nascita della civiltà islamica ed è alle origini della scissione fra le tre grandi correnti dell’Islam: sunnismo, sciismo e kharijismo. Nei secoli successivi sono ancora dinamiche teologico-politiche – intese come l’articolazione di nozioni, simboli e immagini che mescolano il regno terrestre e il regno celeste – a portare alla divisione tra duodecimani e ismailiti, zayditi, drusi e alawiti; e senza voler andare troppo indietro nel tempo, sarà sufficiente ricordare in età contemporanea la proclamazione della Repubblica islamica d’Iran nel 1979 o l’hard power messo in campo dallo Stato Islamico e giustificato alla luce di una particolare interpretazione delle Scritture. 

 

Islams politiques è una raccolta di undici saggi dedicati ai grandi dibattiti teologico-politici che hanno interessato il mondo islamico dall’inizio del Novecento a oggi, con l’obbiettivo di mostrare come le dottrine e le ideologie si sovrappongano e vengano mobilitate dai diversi protagonisti (p. 10). Il titolo al plurale del volume deve perciò essere inteso in riferimento alle numerose correnti ideologiche e dottrinali nate in seno all’Islam dal connubio tra politica e religione. Benché tutti gli attori parlino a nome dell’Islam, essi danno infatti vita a una pluralità di costruzioni identitarie in concorrenza tra loro.

 

Accanto ad alcuni temi piuttosto inflazionati quali il rapporto tra modernità e riformismo, la nascita, l’istituzionalizzazione e la diffusione del wahhabismo o il tentativo dello Stato Islamico di riportare in auge il califfato, il volume presenta alcuni contributi piuttosto originali, tra cui una breve analisi di Loulowa Al Rashid circa l’evoluzione della confraternita naqshbandi in Iraq dagli anni ’90 a oggi, che ben rileva la capacità del sufismo di superare le divergenze dottrinali per adattarsi a una situazione politica in costante evoluzione. Altrettanto originale è l’indagine di Samy Dorlian sui fondamenti dottrinali e la traiettoria storica degli zayditi dello Yemen, una branca sciita che, a differenza dei duodecimani, rifiuta l’infallibilità degli imam (ad eccezione di quella di ‘Ali, Hasan e Husayn), la dimensione messianica del ritorno dell’imam occulto, la possibilità di dissimulare la propria fede in caso di pericolo e le pratiche di automortificazione corporale connesse alla commemorazione del martirio di Husayn il giorno diāshūrā’.

 

Sabrina Mervin, curatrice del volume, è anche l’autrice di due contributi, uno dedicato all’autorità religiosa e politica nello sciismo duodecimano, l’altro consacrato agli alawiti della Siria e alle dinamiche interne ed esterne alla comunità che hanno consentito alla famiglia Assad di conservare il potere per lunghi decenni. Il testo presenta inoltre un contributo di Augustin Jomier dedicato all’ibadismo, unico ramo ancora esistente del kharijismo e oggi religione maggioritaria in Oman, che si distingue per il suo ideale politico e religioso di imamato: per gli ibaditi la guida della comunità musulmana non spetta necessariamente a un discendente del Profeta ma alla persona più degna, come nel caso dei primi tre califfi “benguidati”. Conclude il libro il saggio di Michel Boivin sul ruolo politico dell’Aga Khan, il quarantanovesimo imam manifesto degli sciiti ismailiti nizariti, sparsi in India e in Pakistan. Uomo di affari più che imam, la gestione dell’imamato dell’Aga Khan s’inserisce nella tendenza generale verso la globalizzazione e la burocratizzazione che sembra caratterizzare l’attuale evoluzione del fatto religioso.

 

Pensato per un pubblico non specialista, il volume offre sicuramente un panorama interessante della teologia politica proposta dalle tre “vie islamiche” – sunnismo, sciismo, kharijismo. Ma considerata la vastità del tema e la sua attualità sarebbe valsa la pena di approfondire maggiormente alcuni punti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Chiara Pellegrino, Tra l’Isis e l’Aga Khan, teologia politica dell’Islam, «Oasis», anno XIII, n. 26, dicembre 2017, pp. 138-139.

 

Riferimento al formato digitale:

Chiara Pellegrino, Tra l’Isis e l’Aga Khan, teologia politica dell’Islam, «Oasis» [online], pubblicato il 31 gennaio 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/tra-l-isis-e-l-aga-khan-teologia-politica-dell-islam.

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