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Medio Oriente e Africa

Un punto di non ritorno

Il fermento della società tunisina è il dato più evidente che investe lo straniero. Ma sull’orgoglio del popolo per la libertà riconquistata e sul dinamismo dei partiti e delle numerose organizzazioni civili si stende l’ombra di forze che vorrebbero far deragliare il processo democratico e tradire l’autentica tradizione locale.

Sono seduti ai tavolini di Avenue Bourguiba, in pieno giorno. Sono in migliaia, giovani soprattutto, che aspettano. Aspettano che arrivi un amico, che venga sera, che qualcuno offra loro un lavoro. Stanno come affacciati per vedere che sarà della Tunisia lungo quello stesso viale (gli Champs-Élysées di Tunisi, dicono) che ha visto sfilare i manifestanti, che è stato il teatro delle rivolte e dei sit-in di inizio 2011 e dove, ancora oggi, sostano carri armati e soldati in divisa accanto a lunghi reticolati di filo spinato. Simboli di guerra parcheggiati lungo il viale delle passeggiate e dei gelsomini, un promemoria della drammaticità della recente storia tunisina.

 

 

Molti di questi giovani, lo confermano le statistiche, sono laureati. Lo stesso regime di Ben Ali promuoveva l’università tra l’altro quale utile “parcheggio” per l’ampia popolazione giovanile alla quale non poteva garantire uno sbocco occupazionale. Nel 2010, anno sfociato nelle rivolte, i disoccupati erano un milione e mezzo, di cui 139.000 laureati, con una distribuzione diversa sul territorio. Il tasso nazionale di povertà era del 3,8%, ma nelle zone centro-occidentali toccava il 12,8%. Lo stesso squilibrio per il tasso di disoccupazione giovanile: se la media nazionale era del 23,3%, nei governatorati meridionali di Gafsa, Jendouba, Tozeur e Sidi Bousid si superava il 40%. E nel 2011 la situazione non è migliorata: la crescita economica è stata pari a zero con un aumento continuo del deficit pubblico dovuto al rallentamento dell’economia e all’aumento delle spese pubbliche.

 

 

Ma lo sguardo istantaneo sul viale centrale di Tunisi potrebbe ingannare: non è un’attesa vuota quella che si respira nel Paese in cui si è accesa quella miccia straordinaria che ha poi innescato i diversi movimenti rivoluzionari del Nord Africa. È un tempo carico di fermenti e contraddizioni, di conflitti e speranze di un popolo finalmente emancipatosi dal peso di un uomo solo al comando. Anzi, più precisamente, di una rete di “famiglie” che si era assicurata il totale controllo politico ed economico della nazione.

 

 

«Finalmente siamo liberi! – esulta Yacoub, un tassista felice di essersi accaparrato un cliente dopo una rissa all’aeroporto con i colleghi – Possiamo parlare senza paura che le spie ci ascoltino, sono molto fiero di essere tunisino. Ora va tutto per il meglio». Trabocca di quello stesso orgoglio patrio che la Tunisia sta manifestando nel tentare di darsi e applicare nuove procedure democratiche: dalle strade occupate e dai coprifuoco, dopo la fuga di Ben Ali, si è passati alla nascita di decine di partiti, all’energica campagna elettorale fino alle elezioni per l’Assemblea costituente dell’ottobre 2011. A seguire sono stati nominati il presidente della Repubblica e il Capo del governo, e si è dato il via ai lavori per la stesura della nuova Costituzione. Entro fine 2012, se tutto fila come deve, i tunisini torneranno a votare per voltare definitivamente pagina. Questi esercizi di democrazia sono quotidianamente registrati dai media che, non più minacciati da censura e controlli, danno voce alle parti in gioco, da chi chiede la liberalizzazione delle droghe leggere a chi difende il diritto delle donne a portare il velo, senza risparmiare giudizi pesanti nei confronti del Governo ma mantenendo pur sempre un margine di ambiguità e di autocensura preventiva. L’orizzonte di questa inedita agorà mediatica tiene dentro i giornali tradizionali cartacei, le tv, le radio fino ai siti, i blog i social network. I bloggers, come la giovane militante Lina Ben Mhenni (decine di migliaia di followers su Twitter), candidata da alcuni gruppi al Nobel per la pace, o come Slim Amamou, passato dal carcere al tempo di Ben Ali all’incarico di Sottosegretario nel governo provvisorio, oggi continuano ad animare vivacemente il dibattito civile e, assaporato questo livello di libertà, lo difendono con determinazione, come un punto di non ritorno. Impossibile anche solo pensare di retrocedere di un passo. Solo che questo, si legge nei loro post, li costringe a mantenere alta la soglia della vigilanza. Contro gli estremisti soprattutto, ma non solo.

 

 

Negli ultimi mesi lungo le vie di Tunisi si incrociano sempre più di frequente i mercatini volanti dei salafiti. Qui giovani barbuti in lunghe tuniche vendono articoli “puri” necessari al buon musulmano e pesanti mantelli scuri, lunghi fino ai piedi, per le donne. Incontrano gente, discutono, avvincono nuovi seguaci.

 

 

«Non avremmo mai potuto avere un dialogo come questo – spiega Mongia Souahi, professoressa della Zitouna, università nella quale fino allo scorso semestre teneva corsi sulla modernizzazione dei testi coranici, sul dialogo interreligioso e sulle malattie a trasmissione sessuale – perché sarebbe stato qui con noi, ad assistere e controllare, anche un uomo della polizia. Ora invece sono libera, posso parlare. Ma questa mia libertà è sempre a rischio. I salafiti mi ritengono pericolosa, mi accusano di ateismo perché non rispondo ai loro criteri». La loro presenza e aggressività, non più solo verbale, sta creando nell’università un clima minaccioso. Per settimane durante le sue lezioni, gruppi di Salafiti hanno fatto irruzione nell’aula intimandole di tacere, finché non hanno ottenuto ciò cui aspiravano: l’Università l’ha sospesa dall’insegnamento nel secondo semestre dell’anno. Nonostante sia ricorsa a un avvocato e sia difesa dal sindacato, la situazione è bloccata, come del resto appare sospesa in tutto il Paese. «Io spero – confida Souahi – spero che la Tunisia ce la faccia, ma temo l’azione di queste persone violente: sono arrivati a picchiare un giornalista in una recente manifestazione, hanno addirittura ammainato la bandiera nazionale che sventolava sul tetto dell’Università Manouba per issare al suo posto un drappo nero. Sono arroganti, lasciano intravedere un futuro fosco per noi. Ghannouchi, il capo di an-Nahda, dice che se spinti nel gioco democratico, evolveranno anche loro? Ma quanti anni dobbiamo aspettare? E intanto? Il governo è troppo timido con loro».

 

 

Intanto la rivoluzione ha permesso a molti di rientrare in patria dopo anni di esilio: «La mia famiglia dovette emigrare quando io ero un ragazzino – racconta Osama Al Saghir, neanche trent’anni, il più giovane membro dell’Assemblea Costituente – perché mio padre si era iscritto al partito di an-Nahda e rischiava il carcere. Sono stati almeno 30.000 i perseguitati politici di Ben Ali». La vicenda del giovane deputato è emblematica: nato in Tunisia, è cresciuto e si è formato in Italia, dove ha frequentato l’università e imparato a padroneggiare la lingua italiana così come le categorie politiche europee. Appena indette le elezioni, si è candidato per an-Nahda e ha condotto una campagna elettorale indefessa, che lo ha portato a setacciare l’Italia in lungo e in largo fino a ottenere oltre diecimila voti dei tunisini all’estero: «Sono voti conquistati uno a uno, da persone che pur stando in Italia hanno un legame fortissimo con la madrepatria e hanno scelto di sostenere un partito che vuole salvaguardare la vera identità tunisina inscindibile dal riferimento all’Islam. L’Islam fa parte del DNA di questo popolo e noi di an-Nahda intendiamo mantenerlo come riferimento essenziale per costruire uno Stato civile in Tunisia. Non altro». Con questo binomio, Stato civile e Islam, il partito-movimento fondato negli anni ’80 da Rachid Ghannouchi ha ottenuto 90 dei 217 seggi. Mentre il secondo partito, laico e di centro-sinistra, il Congrès pour la République (CPR), guidato da Moncef Marzouki attuale presidente della Repubblica, si è fermato a 30 seggi; il terzo, Forum Démocratique pour le Travail et la Liberté (FDTL) – at-Takattul, sotto la guida di Mustafa ben Jafar, oggi Presidente della Costituente, ha ottenuto 21 seggi; il quarto, Pétition Populaire pour la Justice et le Dévelopment (Aridha), si è aggiudicato 19 seggi. Infine i posti rimanenti sono stati spartiti tra una dozzina di partiti minori.

 

 

La vittoria di an-Nahda ha suscitato sorpresa in alcuni e obiezioni in altri: c’è chi l’ha definita una vittoria “comprata” con capitali esteri, chi ha cercato di spiegarla con il fatto che la lista di Ghannouchi era l’unica a poter contare su una buona organizzazione territoriale, a differenza delle altre improvvisate. C’è anche chi è certo che i veri rivoluzionari e “democratici” non siano andati a votare per una forma di protesta… Ma nessuno ha potuto contestare l’evidenza del radicamento popolare e capillare del partito vincente. Un radicamento che si può intuire nella sua sede nazionale, una palazzina di cinque piani nel quartiere di Montplaisir a Tunisi: un luogo vivace, con un andirivieni di gente semplice che proviene da ogni angolo del Paese, attende di essere ricevuta e ascoltata dai funzionari, chiede un lavoro, un aiuto per la famiglia in difficoltà, un intervento per dirimere questioni di vicinato. Il popolo non ha dimenticato che molti di an-Nahda, come lo stesso Ghannouchi, sono stati perseguitati dal regime, torturati, imprigionati, esiliati. E nelle urne l’elettorato li ha “risarciti”, riconoscendoli come i veri difensori dell’identità tunisina. Anche per questo, con una certa sollecitudine, an-Nahda mantiene una distanza di sicurezza da una categoria come quella di “laicità” che qui in Tunisia - per quanto ne esistano modelli diversi e all’Occidente piaccia molto - suona sempre come sinonimo di ateismo, di espulsione di Dio dalla società e, soprattutto, viene immediatamente associata al regime che ne aveva fatto la sua bandiera.

 

 

Per Al Saghir è impossibile immaginare un movimento fondamentalista estremista all’interno del popolo tunisino – che a suo dire è per natura moderato – così come è impossibile concepire l’identità della sua patria scissa dell’Islam. Per lui c’è perfetta sovrapposizione tra “tunisino” e “musulmano” e finalmente i tunisini, che hanno patito il tentativo del regime laicista di sradicare il riferimento religioso dalla loro società, possono recuperare in pienezza questa loro appartenenza, con le implicazioni complesse che essa comporta.

 

 

La questione del velo per esempio: Ben Ali l’aveva vietato nei luoghi pubblici, oggi è tornato alla ribalta. Molte signore indossano quello più leggero, che copre solo i capelli, ma non c’è un giornale che non abbia pubblicato in copertina un’inchiesta su questo tema, bruciante perché intercetta domande cruciali per una società composita in transizione: cosa implica la tutela della libertà delle persone? E come deve essere salvaguardata anche la dimensione sociale della libertà di espressione? Quale posto possono avere i simboli religiosi nello spazio pubblico? Come si regola il rapporto tra fede personale e vita pubblica?

 

 

Per alcuni intellettuali laici il tentativo di rivedere la legislazione sul velo così come il Codice dello Statuto personale (che risale all’epoca Bourghiba e garantisce la parità uomo-donna) è indice di un progetto a lunga scadenza: “islamizzare” lo Stato. Ma an-Nahda smentisce: “Le leggi tunisine - rileva Al Saghir che sta contribuendo a scrivere la nuova Costituzione - sono già perfettamente in linea con i principi della sharî‘a”. E del resto, spiega, la legislazione “progressista” di Bourghiba fu approvata e giustificata dagli ulema della Zitouna, dunque non può essere considerata contro l’Islam, ma un esempio di ijtihâd, di interpretazione. E a proposito del tanto discusso niqâb Osama lo ritiene sgradevole per una donna ed estraneo alla tradizione locale, ma chiede che sia riconosciuta la libertà delle donne di poterlo portare, se lo desiderano. Il giovane deputato è stato trai primi a twittare a fine marzo la notizia che an-Nahda aveva definitivamente dichiarato di non voler cambiare il primo articolo della Costituzione “laica” del 1956 che recita: “La Tunisia è libera, indipendente e sovrana, la sua religione è l’Islam, la sua lingua l’arabo ed è una Repubblica”.

 

La pacatezza e la moderazione (a volte anche volutamente ostentata) degli esponenti di an-Nahda viene letta spesso come ambiguità dagli oppositori, che accusano questo partito di un doppio linguaggio, di parlare in modo diverso se l’interlocutore è occidentale o arabo. Le prove? Alcune dichiarazioni pubbliche, come quella che fece il giro del mondo nel novembre 2011 quando l’attuale capo del governo, allora segretario di an-Nahda, Hamadi al Jabali, poche settimane prima di ricevere l’incarico di Primo Ministro, a Susa, davanti ai suoi sostenitori, in un discorso pubblico con fierezza proclamò che la Tunisia stava finalmente entrando nella fase del “sesto califfato”. Se il suo partito trovò modo di spiegare che la frase era stata brutalmente decontestualizzata, vi fu anche chi rinvenne in queste espressioni evocative lo smascheramento del reale obiettivo e della tattica del movimento islamista: arrivare ad esercitare un’influenza potente su tutta la società, senza fretta, orientandone il pensiero, instillando una serie di provocazioni e misurando le reazioni.

 

Propendono per questa lettura gli stessi intellettuali che sono convinti di quello che ormai è quasi uno slogan: “Chi ha fatto la rivoluzione, ha perso le elezioni”. Sono giornalisti, professori, esponenti politici che aspirerebbero a riprodurre in Tunisia un modello di Stato all’europea e che, forse troppo sbrigativamente, rischiano di guardare al popolo tunisino come a una massa di poveri ignoranti facilmente manovrabili e corruttibili, tanto più con denaro di provenienza saudita.

 

 

Queste posizioni diverse sfociano in aperti scontri nelle università, teatri perfetti per gli attori in gioco, come la statale Manouba per esempio. Alla fine di novembre un gruppo di Salafiti ha occupato l’università per protesta contro un professore che aveva rifiutato di ammettere all’esame una studentessa con il niqâb. Per settimane i Salafiti sono rimasti lì, impendendo le lezioni, fermi sulle loro pretese: il riconoscimento del diritto delle ragazze di portare il velo che copre il volto anche all’interno dell’università, la distinzione delle aule per gli studenti e le studentesse, una sala per la preghiera… Occupazioni e manifestazioni di questo tipo si erano verificate anche in altre sedi universitarie a Susa, Qayrawan e Gabès, ma alla Manouba l’occupazione si è protratta da novembre 2011 fino alla fine di gennaio 2012 quando, dopo decine di petizioni di studenti e docenti, agitazioni e campagne stampa, il preside della facoltà ha ottenuto l’intervento del procuratore della Repubblica che ha fatto sgomberare gli occupanti.  An-Nahda in tutta la vicenda ha tentato di mantenere una posizione equidistante sia dai “laici” che dai Salafiti, un’equidistanza percepita da molti come troppo tiepida o addirittura come favorevole ai dei metodi antidemocratici dei Salafiti.

 

 

Sono fatti che documentano la fatica del processo in corso nel piccolo Paese del Nord-Africa che fino all’altro ieri non conosceva il pluralismo partitico e oggi fa i conti con molti soggetti diversi che vogliono veder riconosciuto il loro spazio. Protagonisti in carne e ossa, non solo “cyber”, aggettivo usato da alcuni per definire le primavere arabe divampate anche attraverso i social media.

 

 

Dalle manifestazioni delle piazze tunisine, dalle pagine dei suoi bloggers, dalle scritte sui muri, dagli editoriali dei quotidiani si colgono i mille indizi che rimandano a una società civile al lavoro: “Qui si deciderà qualcosa di rilevante per tutta l’area mediorientale e nordafricana – sostiene Abderrazzak Sayyadi, professore alla Manouba. Se non ce la fa la Tunisia, quale Paese arabo potrà farcela?”. Una posizione questa in parte condivisa da un settimanale come Réalité che per ridurre il tasso di conflittualità e contenere il rischio di derive fondamentaliste in politica, promuove campagne che richiamano il fatto che certo snobismo “secolare” che scimmiotta la parte peggiore dell’Occidente quando cerca di rimuovere il fattore religioso dallo spazio pubblico, non giova a nessuno perché tradisce la tradizione prevalente tunisina.

 

 

Anche per questo, per una reale presa d’atto del peso del fattore “religioso” nella società, la presenza della piccola comunità cattolica si pone come provocante: sono ventiduemila circa i cattolici che vivono in Tunisia, provengono da settanta nazioni diverse e sono seguiti da una quarantina di sacerdoti di altrettante nazionalità. Sono il piccolo resto di quella che fu una popolosa comunità di cattolici stranieri stabile qui fino a prima dell’indipendenza, che impose il ritorno di oltre 200.000 europei in patria. La cattedrale cattolica guarda su viale Bourguiba proprio di fronte alla statua di Ibn Khaldun, lo storico musulmano del XIV secolo, anticipatore della moderna sociologia e orgoglio del popolo tunisino. Qualche penna aguzza ha avuto modo di far notare sui giornali che non si vedono moschee né minareti svettare lungo la via centrale della capitale, quanto piuttosto una chiesa cattolica, fatto strano per un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Qui i cristiani sono liberi di praticare la loro fede, di celebrare le loro messe, di esporre i segni della loro fede, ma devono evitare ogni atto che possa essere inteso come tentativo di proselitismo. Suor Priscilla, per esempio, l’efficientissima responsabile della Caritas diocesana, filippina di origine, tra i vari servizi che svolge, si prende cura dei detenuti. Tutte le settimana li visita in carcere, li ascolta, porta loro ogni genere di articolo richiesto e segue la loro corrispondenza con le famiglie. Ma si può avvicinare solo a quelli cristiani: il regolamento interno prevede che neppure accosti i musulmani.

 

 

Per quanto costituiscano una comunità esigua, i cristiani ci sono e si fanno riconoscere. Sono nei quartieri più poveri, come Melassin di Tunisi, dove tengono aperta una casa per donne disagiate; sono nei campi profughi al confine con la Libia, come padre Jonathan, parroco di Gabes, nel cui territorio si trova il campo Choucha dove, tra topi e scorpioni sopravvivono come sospese nell’incertezza tremila persone sfuggite ai massacri della guerra civile libica; sono nelle scuole che ordini religiosi come i Padri Marianisti tengono aperte nonostante le grandi difficoltà dovute alla mancanza di nuove vocazioni; sono nella cattedrale, per accogliere chi inaspettatamente entra e chiede di saperne di più della fede cristiana. Li ha guidati negli ultimi anni, anche nei giorni delle rivolte, Mons. Maroun Lahham – oggi trasferito ad Amman - , un Arcivescovo che ha saputo conquistarsi tanto la stima degli intellettuali e degli esponenti politici, quanto l’affetto schietto di quel popolo che ormai aveva imparato a riconoscerlo nella sua camminata quotidiana dalla cattedrale lungo tutta Avenue Bourguiba, a cercarlo per la sua attenzione ai dettagli e per chiedergli, come faceva più di qualcuno: “Raccontami qualcosa del tuo Gesù”.

 

 

Anche in questo piccolo resto di cristiani si coglie una certa inquietudine per ciò che riserba loro il futuro che verrà. Una trepidazione che forse non è ultimamente diversa da quella che si manifesta in ogni fibra di quella parte della società civile che si sta giocando in prima persona per costruire una nuova via per la Tunisia.

 

 

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