Nel cinema di oggi (ma anche in quello di ieri) ciò che ancora riesce a sorprendere e commuovere è l’incrocio di due percorsi umani, dove emerge il vero denominatore comune a tutti: il bisogno di amore e di felicità. E non è per caso che spesso a quell’incrocio si danno appuntamento un maestro e un discepolo.

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:36:43

Un fantasma si aggira tra l’Europa e gli States. È il fantasma dell’altro, il clandestino, il diverso, il fantasma di un’immigrazione senza ­integrazione. Anche il cinema accusa il colpo. E come notizia basterebbe, in un momento in cui solo gli Avatar, mercenari virtuali sbarcati sul pianeta Pandora, sembrano emozionare il pubblico. Qualcosa sta cambiando, se un film come Amreeka - la parola araba per America -, ­firmato da una debuttante giordano-palestinese, Cherien Dabis,  viene definito dal Los Angeles Times ­come «la quintessenza della storia americana». ­Qualcosa è già cambiato se in Francia un ­piccolo film come Welcome, che racconta la storia ­dell’amicizia tra un ragazzino curdo e un ­insegnante di nuoto, incassa la bella cifra di 10 milioni di euro e sbarca nel resto d’Europa ­preceduto dalla fama di blockbuster. Sono solo due esempi di una pattuglia ben più numerosa, che vince i premi della critica internazionale e viene applaudita dal pubblico delle più prestigiose competizioni europee. Non è nuovo il tema, su cui si esercita ormai da anni il cinema politicamente corretto. È diverso lo sguardo. Non si parla più di multiculturalismo, per esempio, anche perché nessuno sa davvero cosa sia. Scompaiono i demagoghi giustizialisti e si attenua la denuncia sociale che­ ­tanto spesso ha assunto le forme moralistiche della predica sull’Occidente cattivo. Si ricomincia dalle storie. E tutto diventa più semplice, emozionante e vero. Amreeka non vince gli Independent Spirit Awards perché racconta ­l’immigrazione dalla Palestina, ma perché Muna, l’attrice Nisreen Faour al debutto cinematografico, è un personaggio straordinario, un mix prorompente di vitalità e calore. Sarà per questo che, in fuga da un marito cattivo e dall’inferno di Gaza, con un ­biglietto vinto alla lotteria per un soggiorno ­negli Stati Uniti, trova a Chicago la terra promessa per sé e per il figlio adolescente, cui un professore ebreo insegnerà due o tre cose sulla vita. 4 mila km a Piedi Ciò che sorprende e commuove, ancora e sempre, è l’incontro tra due percorsi umani, quel denominatore comune che emerge e cambia entrambi: il bisogno d’amore e di felicità. Sorprende che un adulto dal cuore indurito come Simon (Vincent Lindon), maestro di nuoto alle piscine comunali, ex campione, ex marito, si rispecchi nel desiderio ardente del ragazzino Bilal che, dall’Iraq a Calais, sogna l’Inghilterra, ultima meta. Bilal ha 17 anni, ha macinato 4 mila km a piedi in tre mesi, vuole attraversare la Manica a nuoto per raggiungere a Londra la fidanzata Mina. E vuole anche entrare nella squadra del Manchester United. Simon, che vive a bordo piscina e ha appeso le medaglie a un chiodo, che non ricorda niente del “vogliamo tutto”, rimane folgorato da un desiderio di felicità che riconosce suo, lo prende sul serio fino a rischiare la galera che una recente ­legge francese prevede per chi aiuta i ­clandestini, lo accompagna fino alla fine. C’è una frase ­bellissima nel film, che spiega bene il favore del pubblico. Alla domanda della ex moglie, stupita dal suo coinvolgimento col ragazzino curdo, Simon risponde: «Ha fatto 4 mila km a piedi per ­rivedere la sua ragazza. Tu sei andata via e io non ho ­nemmeno attraversato la strada per fermarti». Talenti in Erba Di questo, dunque, si tratta: non di ­volontariato, di buonismo, di nuovissime strategie politiche. Si tratta solo di prendere sul serio l’umanità ­dell’altro per riscoprire la propria. In altre ­parole, è a tema l’educazione. E allora, un immigrato ­vale quanto il figlio di un minatore in sciopero che, nell’Inghilterra della signora Thatcher, ­vuole imparare a danzare. Mentre Bilal, nuotando nuotando, va in paradiso, Billy Eliott, ballando ballando nell’omonimo film di Stephen Daldry, finiva al Royal Ballet di Londra. Accompagnato da una bizzarra maestra disposta a sfidare per lui i pregiudizi secondo cui “il balletto classico è una cosa da femminucce”. Le variazioni alla storia bella che vede l’incontro tra due cuori feriti sono praticamente infinite. Possiamo ricordare il selvatico Pierre, il piccolo orfano dalla voce d’angelo che nel film del francese Barratier, Les Choristes, è condotto dalla tenerezza del maestro Clément a un ­futuro da direttore d’orchestra. O il dodicenne Chuck, con una madre al quarto matrimonio e il ­ricordo di un padre folle, che sogna di entrare a ­West Point e viene incoraggiato dal professor McLeod, inedito Mel Gibson che ne L’uomo senza volto (The Man Without a Face), dietro e davanti la macchina da presa, nasconde il profilo sfigurato e il cuore raggelato in una casa isolata del ­Maine. E potremmo chiudere col giovane ebreo Mosè che, nella Parigi degli anni Sessanta, trova il profumo della vita e i fiori del Corano nella solare bottega del droghiere islamico, Monsieur Ibrahim. Una storia gentile di formazione ­firmata dal regista François Dupeyron, dove la banalità degli insegnamenti ispirati alla mistica sufi è riscattata dalla solare vitalità di Omar Sharif. Cattivi Maestri Non basta prendere sul serio il desiderio dell’altro, occorre anche accompagnarlo e sostenerlo a spese proprie. È un punto su cui si è persa la cultura occidentale, nell’illusione che anticonformismo e libertà creativa bastassero a se stessi. Due film raccontano l’equivoco, ben rappresentato nella figura del “cattivo maestro”. Il primo è un capolavoro di Hitchcock, Nodo alla gola (Rope). In questo film del ’48, due ragazzi ­uccidono un compagno per gioco, per dimostrare la superiorità dell’intellettuale sul resto del mondo. E toccherà al maestro James Stewart scoprire, insie­me al delitto, la propria colpa, questa sì imperdonabile, perché commessa per vanità e scetticismo: avere introdotto i suoi ragazzi ad uno sguardo nichilista, averli poi lasciati soli a tradurlo nella realtà. Assai più ambiguo il secondo titolo, L’attimo fuggente (Dead Poets Society) dell’australiano Peter Weir. Robin Williams è il mitico professor Keating che, alla vigilia degli anni sessanta, arriva nella austera Welton Academy, un college dove le parole d’ordine hanno tutte la maiuscola: Onore, Disciplina, Tradizione. Insegna ai suoi allievi a combattere l'ipocrisia e ad assecondare i propri sogni e li spinge a volare da ­soli, mettendoli contro genitori e insegnanti. Finale in gloria per il professore, cacciato dalla scuola ma salutato dagli studenti in piedi sui banchi al motto di “capitano, mio capitano”. Un suicidio annunciato per il fragile Todd (Ethan Hawke), ­lasciato solo nello scontro col padre autoritario. L’Avventura del Carcere C’è un ultimo elemento fondamentale nel racconto di formazione e molto raro da trovare al cinema, perché richiede profondità e soprattutto la certezza che le parole coincidano con le cose, gli oggetti con il loro significato: il maestro ­introduce sempre alla conoscenza della realtà. Come nel ­caso di Hitchcock, anche qui bisogna ricorrere a un maestro del cinema, Arthur Penn, e a un suo film del 1963 ingiustamente dimenticato, Anna dei miracoli (The Miracle Worker). Anne Bancroft è la rocciosa maestrina che si assume il compito ingrato di introdurre Helen, una bambina cieca, al rapporto tra le parole e gli oggetti, al signi­ficato del mondo. Per farlo, deve superare una ­barriera che pare insormontabile: l’affetto dei genitori che, per amore, vogliono risparmiare alla figlia la fatica della conoscenza. Un film così, oggi ­sarebbe impensabile: un’attrice hollywoodiana bellissima che recita sempre con occhiali scuri, un ­linguaggio violento e urlato, gli scontri fisici tra la ragazza e la bambina, la lotta contro un destino che nega valore a una vita inchiodandola ad una falsa pietà. Per la cronaca, il film finisce con la ragazzina esausta che, la mano sotto una fontana, compita faticosamente la parola a-c-q-u-a. È vero, Helen non è rifugiata, clandestina, diversa: ma c’è differenza? Emma Neri

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