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Religione e società

L’ateismo al capolinea

Senza un riferimento trascendente non si può rispondere alla più radicale delle domande: perché è bene che l’uomo sia?

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/05/2018 14:43:29

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

 

 

 

 

Il fenomeno che va sotto il nome di globalizzazione non si limita al commercio dei beni, ma ha prodotto un mercato mondiale delle idee. Abbiamo dunque il diritto di chiederci, in quanto Europei, quale genere di prodotti, di merci intellettuali, l’Europa può ancora offrire al resto del mondo.

 

 

Nel passato l’Europa ha proposto e, per essere onesti, ha anche imposto al mondo cose che venivano dal Vecchio Continente, ma che non erano destinate ad esso soltanto, come la scienza moderna della natura, la tecnologia e il Cristianesimo – che pure era europeo solo molto indirettamente visto che la sua origine si situa in Medio Oriente.

 

 

Oggi, che cosa ha da proporre l’Europa al resto del mondo? Non ha più granché di proprio se non una certa concezione dell’uomo: i diritti dell’uomo, la dignità umana e in generale qualche cosa come l’umanesimo, termine di cui cercherò di mostrare la complessità.

 

 

La mia tesi è che questo prodotto, che l’Europa propone al resto del mondo, è avariato. La fede che l’Europa ripone nel proprio umanesimo è una fede in cui essa stessa non crede più. Dovrò dunque dimostrare come l’idea umanista, che in un certo senso è tutto ciò che ci resta, sia andata imponendosi fino a raggiungere un’ultima tappa, rappresentata dall’umanesimo ateo, in cui si realizza il suo fallimento.

 

 

L’idea umanista è andata realizzandosi in quattro fasi che corrispondono a lunghi periodi della storia dell’umanità. Per semplificare dirò che l’umanesimo è nato, o ha trovato la sua prima condizione di possibilità, con l’idea di una differenza, più o meno radicale, tra l’uomo e il resto degli esseri viventi. In una seconda tappa si è passati dalla differenza alla superiorità: l’uomo non è solo diverso dal resto degli animali, è migliore di essi. È un passaggio che si ritrova nell’antica Grecia e anche, sotto un’altra forma, nella Bibbia, cioè nelle due radici della cultura occidentale. Il terzo piano della piramide umanista si aggiunge all’inizio del XVII secolo, e consiste nell’affermare che l’uomo non è solo diverso e superiore agli altri esseri viventi, ma ha anche il compito di concretizzare questa superiorità dominando il resto di ciò che è e facendosi signore della terra. Una quarta tappa, ed è l’ultima, ha preso avvio negli anni Quaranta del XIX secolo. Per essa, non solo l’uomo è differente, non solo è superiore, non solo è conquistatore, ma deve concepirsi anche come ciò che c’è di più elevato: l’uomo come essere supremo. Non è un caso che il filosofo francese Auguste Comte abbia utilizzato, per designare l’uomo, quel termine “essere supremo” che fino ad allora era stato applicato a Dio. La quarta tappa è dunque un umanesimo ateo, o, se si preferisce, un umanesimo esclusivo.

 

 

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