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Religione e società

L’uomo di oggi, alchimista modesto e vagabondo

La crisi finanziaria ha scoperchiato il vuoto lasciato dalla secolarizzazione tecno-nichilista: nel mondo fantasmagorico creato espellendo Dio, la realtà si scopre privata della sua profondità. E di nuovo bisognosa di quel deposito di senso che sono le religioni

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/05/2018 14:44:41

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

 

 

 

 

La fase in cui si trovano le società avanzate – economicamente, politicamente e, soprattutto, spiritualmente esangui dopo un ventennio di potente espansione sistemica e soggettiva – permette di cogliere – con una chiarezza che ci era impossibile fino a qualche anno fa – la fondamentale “assenza” che attraversa queste società. Un’assenza derivante da una diffusa “sfiducia nell’essere”, che è da intendersi come conseguenza dell’eliminazione della questione della verità. Non sapendo più come trattarla, abbiamo deciso di accantonarla, ma così abbiamo aperto la strada a una serie di processi di cui cominciamo ora a misurare la portata.

 

 

Come la grande crisi finanziaria ha mostrato, iniziamo a fare i conti con le conseguenze di un processo di secolarizzazione sempre più spinto, che rischia di creare un mondo fantasmagorico in cui la realtà diventa sempre più superficiale, sottile – anche se ciò non significa meno violenta. In un contesto in cui arriviamo a dubitare della consistenza della realtà a prescindere dalla nostra soggettività, non dobbiamo stupirci se nella nostra esperienza, personale e collettiva, a prevalere siano le illusioni, le incertezze, le paure – cioè le nostre proiezioni soggettive – che fatalmente tendono a diventare autoreferenziali e vivere di vita propria. E quanto più la presa soggettiva su una tale realtà fantasmagorica diventa impossibile, tanto più si crea lo spazio per il pieno dispiegamento di un sistema tecnico integrato, che costituisce, in ultima istanza, l’ultimo residuo di ciò che oggi riusciamo ad assumere come “reale”.

 

 

Una tale diagnosi è prima di tutto evidente quando pensiamo all’Europa. La sua incapacità di darsi un progetto – culturale prima ancora che politico – deriva, in ultima istanza, dal fatto che il suo nome (Europa) non è più in grado di “nominarla”, nel senso che non riesce più cogliere un’essenza, cioè una vocazione. Privata di una “chiamata” – che non può che emergere dalla rilettura della sua storia passata in rapporto alle sfide presenti e alle prospettive future – in un contesto culturale dominato da un pluralismo disordinato e cacofonico, l’Europa prova a esistere attraverso il mercato e le regole astratte dettate dalla burocrazia di Bruxelles. Ma il risultato, come possiamo ben vedere, non può che essere deludente, al punto da arrivare a mettere a rischio la stessa unità europea.

 

 

E fuori dall’Europa – pensiamo prima di tutto a quanto sta avvenendo nei paesi del Nord Africa – la secolarizzazione spinta perseguita da alcune componenti occidentali, sotto le spoglie della sua presunta innocenza, scatena forti reazioni di tipo fondamentalistico, che sono l’altro lato della medaglia degli effetti prodotti dalla perduta di consistenza della realtà.

 

 

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