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Religione e società

«Non amo ciò che tramonta»

Il processo di secolarizzazione è a un punto di svolta. Il compito dell'Europa nel riaprirsi alla dimensione religiosa è urgente

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/05/2018 14:42:52

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

 

 

 

 

«Perché nelle nostre società occidentali del 1500 era virtualmente impossibile non credere in Dio, mentre nel 2000 molti di noi trovano questa opzione non solo semplice, ma persino inevitabile?»[1].

 

 

Per rispondere a questo interrogativo, formulato con rara incisività da Charles Taylor, occorre prima di tutto optare per una narrazione della storia della modernità[2]. Anzi, di storie in circolazione ce ne sono in realtà almeno due: la prima, quella del “disincantamento del mondo”, vede nel secolarismo odierno l’inevitabile approdo della moderna secolarizzazione; la seconda intende invece il percorso della secolarizzazione come conseguenza di precise scelte culturali, maggioritarie ma non assolute né strutturali. Nel primo caso la strada risulta segnata, nel secondo la secolarizzazione – intesa come processo – è soltanto un cammino il cui esito è, in qualche modo, ancora aperto[3].

 

 

 

 

 

La magia di Arafa

 

 

Impossibile e in fondo poco utile risulterebbe ora cercare di ripercorrere il dibattito in materia, condensando in poche parole le ragioni e soprattutto i dati empirici per cui la seconda lettura appare oggi più plausibile della prima, in particolare se si allarga lo sguardo oltre l’Europa continentale[4]. Più interessante è osservare come il processo di secolarizzazione, che viene da lontano, sembri giungere oggi a un’inattesa svolta. Da un lato esso assume forme inedite, ma dall’altro l’intera costruzione è investita da una crisi profonda.

 

 

In effetti, è difficile immaginare una possibilità di agire senza alcun riferimento al trascendente più radicale di quella dischiusa negli ultimi decenni dall’ideologia tecno-scientifica[5]. Per la libertà dell’uomo di oggi appare ormai a portata di mano il traguardo di disegnarsi e ri-disegnarsi a piacimento, all’interno di una “cornice immanente” priva di ogni forma che non quella da lui stesso immessa in precedenza. È vero, ognuno di noi è gettato nell’essere senza potersi auto-generare e la nostra stessa conformazione psicologica sembra incapace di reggere a lungo tale ebbrezza. Tuttavia nessuno può dirsi immune dal fascino vertiginoso di un così profondo dominio su di sé, sul mondo e (almeno potenzialmente) sugli altri. Il connubio, dai risultati strabilianti, tra scienze e tecnologie è il luogo di una potenza in cui la parabola della secolarizzazione ha assunto, in termini assolutamente imponenti e inimmaginabili, un peso radicale.

 

 

È del resto la conclusione a cui perveniva già negli anni Cinquanta il Premio Nobel egiziano Naghib Mafhuz nel suo più controverso romanzo, Il rione dei ragazzi, allegoria del Medio Oriente e delle sue religioni. Il vecchio Ghabalawi (il Dio della creazione) viene alla fine scacciato dalla “magìa” di Arafa, figura della scienza moderna.

 

 

«Il popolo si fece così caparbio nella propria opposizione che diceva: “Il passato per noi è nulla. Nostra unica speranza è la magia di Arafa. Dovessimo scegliere tra Ghabalawi e la magia, sceglieremmo la magia”»[6].

 

 

E proprio la furibonda reazione dei fondamentalisti egiziani, che per queste frasi arrivarono a un passo dall’uccidere Mahfuz, rappresenta il più chiaro attestato della debolezza intellettuale della loro prospettiva, puramente oppositiva.

 

 

In questo contesto, espressivo del travaglio che connota il passaggio di millennio, compare tuttavia all’orizzonte, largamente imprevista almeno nelle sue dimensioni, la crisi economico-finanziaria. In Europa, prima ancora del mero dato statistico, colpisce la quasi totale assenza d’ipotesi di soluzione che non siano la riproposizione di stanchi repertori economici[7], non di rado accompagnati dalle ricette di un secolarismo aggressivo sul piano dei diritti soggettivi. Lavoro non ce n’è (e non si sa come fare a recuperarlo), ma le priorità dell’agenda politica sembrano nei fatti essere lasciamo stare i discorsi accorati e i fervorosi appelli ben altre anche in chi aveva fatto dei diritti sociali la sua storica bandiera. Dov’è finita – penso sia lecito chiederselo – la critica di Marx alle libertà borghesi come espressione dell’«individuo ripiegato su se stesso»[8]? Sembra si sia persa per strada nei convulsi tornanti del post ’89.

 

 

È evidente tuttavia che la crisi in Occidente non si limita all’ambito economico. Essa è anche crisi della rappresentazione e della rappresentanza politica e come tale investe partiti e istituzioni. Come ha ricordato Papa Francesco di recente, non siamo di fronte a

 

 

«una crisi soltanto economica [...]. È una crisi dell’uomo: ciò che è in crisi è l’uomo!»[9]

 

 

Senza evidentemente misconoscere gli aspetti positivi che il processo di secolarizzazione ha indotto – penso ad una più chiara articolazione dei rapporti religioni-società civile e alla valorizzazione della libertà del soggetto – permane l’impressione di essere arrivati a un punto di svolta.

 

 

 

 

 

Fare i conti con la storia

 

 

È con questo punto di svolta che, piaccia o meno, devono fare i conti le comunità cristiane presenti in Europa. Uno dei motivi di fondo delle innegabili difficoltà che come Chiesa stiamo attraversando è il rischio di non reggere il paragone con questa nuova fase della storia; anzi a volte sembriamo non renderci conto né dell’urgenza di tale paragone, né di che cosa esso implichi. Manchiamo il bersaglio. Da qui nasce a mio avviso, come nostro compito specifico di cristiani in Europa, la necessità di una nuova interpretazione culturale della fede e, più in generale, delle religioni.

 

 

Non sarà forse inutile ribadire che essa non consiste nell’elaborazione di nuove teorie e parole d’ordine da parte di «cristiani inamidati, troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè»[10], ma nel tentativo, da parte dei battezzati, di vivere in ogni ambito dell’umana esistenza («il campo è il mondo» Mt 13,38) le dimensioni della fede cristiana fino, alle sue implicazioni antropologiche, sociali e di rapporto con il creato. E questo a partire proprio dalle domande suscitate dal mix di tecno-scienza, secolarismo e crisi economica, ma anche da quel rinnovato interesse per la fede che il pontificato di Papa Francesco documenta in modo imponente.

 

 

Tale tentativo peraltro resterebbe gravemente incompleto se non considerasse anche l’interazione tra le diverse fedi che sembra essere una delle caratteristiche più singolari della nostra epoca. Ed è qui che entra in scena in modo specifico l’intuizione che sta alla base di Oasis. Partiti per offrire un sostegno alle comunità cristiane di minoranza nel Medio Oriente, ci siamo gradualmente affacciati alla realtà variegata dell’Islam e dei suoi fedeli. Ora però, posti di fronte alla sfida di una nuova interpretazione culturale della nostra fede, ci rendiamo conto che, nelle nostre società plurali, essa non potrà che accadere nell’orizzonte inter-religioso e delle “etiche sostantive”.

 

 

Il punto è capitale perché il dia-logo a 360° è per un cristiano una dimensione strutturale dell’atto stesso di fede. Non lo si può limitare a un semplice corollario, per cui, conseguito una volta per tutte il possesso della verità, amor di pace e carità cristiana mi imporrebbero (come pure è!) di trattare “con gentilezza” i seguaci di altre religioni e culture. San Giovanni Climaco (575-ca650), probabilmente contemplando le scoscese forme del Monte Sinai, ebbe la geniale idea di concepire la vita cristiana come una scala[11], un’immagine poi ripresa anche dalla mistica ebraica e musulmana. Gradino per gradino l’uomo s’innalza a una sempre più perfetta conoscenza di Dio fino ad arrivare al pieno incontro con Cristo. A livello personale (è questa la prospettiva prevalente del Santo asceta), i gradini della scala sono le virtù; ma a livello della comunità dei credenti, incamminata verso la Gerusalemme celeste, ce li possiamo figurare come il susseguirsi delle varie epoche storiche. La nostra, come in altri termini già quella dei Padri dei primi secoli, è un’epoca di fisica mescolanza tra diverse mondo-visioni, laiche e religiose. È il nostro gradino, la nostra stazione lungo la scala e, nel conformarci al pensiero di Cristo, non potremo progredire oltre se non sapremo criticamente assumerla.

 

 

 

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