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Religione e società

Una Chiesa dalle genti, che cambia per rimanere fedele a se stessa

Altare del Duomo di Milano [lawrence's lenses - Flickr]

I cambiamenti indotti dalle migrazioni interrogano anche la realtà ecclesiale italiana. Un bilancio sul Sinodo che la Diocesi ambrosiana ha dedicato a questo tema

Ultimo aggiornamento: 05/02/2019 17:53:32

Il 2 febbraio, festa di Gesù presentato al Tempio, luce e salvezza delle genti, l’Arcivescovo di Milano ha approvato con un suo decreto il lavoro sinodale compiuto nello scorso anno, promulgando di conseguenza le costituzioni sinodali.

 

Con la sua lettera introduttiva, significativamente intitolata “Ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello”, l’Arcivescovo intende richiamare la prospettiva teologica e contemplativa a partire dalla quale rileggere tutto il cammino fatto, per comprenderne l’obiettivo di riforma della Chiesa, pienamente in sintonia con il magistero di Papa Francesco che ci sprona ad essere Chiesa in uscita.

 

Il testo successivo, “Le ragioni di un sinodo”, riprende dal Documento Finale approvato dall’Assemblea sinodale lo scorso 3 novembre i motivi per i quali il Sinodo minore celebrato si sta rivelando un’occasione propizia per la Chiesa di Milano, perché sappia vivere le trasformazioni che sta conoscendo come l’occasione per riscoprire sempre di più e sempre meglio il mistero che la abita, l’azione dello Spirito che la guida anche di questi tempi, dando concretezza e colori alla sua cattolicità.

 

Infine, gli “orientamenti e norme” riprendono e rilanciano le intuizioni e le decisioni che l’Assemblea sinodale aveva consegnato all’Arcivescovo, avendo individuato in esse gli strumenti per accompagnare e sostenere le trasformazioni che sta conoscendo la Chiesa ambrosiana, per essere veramente e consapevolmente Chiesa dalle genti.

 

 

Le ragioni e il bisogno di un Sinodo diocesano

Il testo promulgato mostra le ragioni di questo cammino, proprio come il corpo ecclesiale è riuscito a farle sue grazie al percorso sinodale attivato:

 

i flussi migratori che hanno interessato la diocesi negli ultimi trent’anni sono a un tempo causa ed evidenza paradigmatica dei processi di trasformazione che hanno sempre più palesemente globalizzato e internazionalizzato le terre ambrosiane.

 

Questi cambiamenti interrogano e sfidano tanto la Chiesa ambrosiana quanto la società; in particolare, spingono tutte le istituzioni ad apprendere la capacità di rigenerarsi attraverso l’immissione e la “contaminazione” con nuove esperienze e visioni del mondo (fenomeno che la diocesi ambrosiana ha imparato a designare con il termine di meticciato di civiltà e di culture). Sono cambiamenti che non coincidono soltanto con fenomeni di “aggiunta”, ma si presentano come vere e proprie trasformazioni del corpo ecclesiale. Il Sinodo ha infatti colto un’ulteriore sfida oltre a quelle generate dalle migrazioni, rappresentata da coloro che, pur abitando da sempre nelle terre ambrosiane, oggi vivono come “stranieri nella fede”: sono i tanti battezzati la cui fede pare inaridita e che faticano a custodire la propria interiorità. In una Chiesa che si sente in cammino, la loro presenza non può non provocare una rinnovata cura pastorale.

 

La prospettiva universale del disegno di raccolta delle genti da parte del Padre attraverso lo Spirito nel suo figlio Gesù Cristo è un punto di vista insostituibile per guardare ai cambiamenti che stanno interessando le terre ambrosiane. Il Sinodo è stato lo strumento grazie al quale abbiamo scelto volontariamente di vedere questi mutamenti, abitarli, per continuare ad incarnarvi la fede cristiana. Non si tratta di studiare dall’esterno fenomeni che non toccano le nostre vite, ma di scoprire come queste trasformazioni interrogano le nostre esistenze, chiedendoci di rideclinare la grammatica della fede, perché sia capace di generare la vita nuova dello Spirito anche in questa situazione. L’obiettivo del cammino sinodale non era soltanto il miglioramento (con linguaggio informatico “l’implementazione”) delle pratiche pastorali, quanto piuttosto quello di abitare da cristiani il nuovo mondo che avanza, capaci di una fraternità e di una solidarietà che affronta con determinazione le sfide poste davanti a noi.

 

 

Chiesa in uscita, Chiesa dalle genti

Il cammino sinodale ha permesso a tutto il corpo ecclesiale si scoprire quanto siano numerosi i luoghi dentro i quali il Cristianesimo ambrosiano sta rinnovando la sua forma, lasciando che i cambiamenti rileggano la tradizione e l’identità ambrosiana, generando nuove esperienze e nuove forme di cristianesimo.

 

La presenza dei cattolici di altre nazioni e continenti, in alcune delle nostre parrocchie già organizzata in comunità, oltre che strutturata nelle varie cappellanie, si presenta come una risorsa che chiede di essere ben evidenziata e valorizzata. L’ascolto sinodale ha evidenziato che in parecchi casi le storie e la vita di fede procedono in modo parallelo, pur condividendo gli stessi spazi e vivendo gli stessi tempi liturgici. Ma in più di un luogo si è aperta la strada dell’incontro: si sono accese pratiche di “contaminazione”, forme di meticciato che, sfruttando dimensioni fondamentali dell’esperienza umana (il cibo, la lingua, la festa, il dolore, il bisogno, i legami, il lavoro, il vicinato), hanno di fatto avviato cammini di condivisione che si vanno consolidando, generando nei fatti un “noi” ecclesiale inedito.

 

Tra i migranti sono presenti anche molti cristiani non cattolici. Il fenomeno delle migrazioni ha permesso alla nostra Diocesi in pochi anni di apprendere e praticare un reale stile ecumenico, capillare e diffuso, realmente di popolo. Oltre alla presenza storica del Cristianesimo legato al mondo della riforma protestante, in questi ultimi decenni sono apparse e si sono strutturate in modo visibile comunità legate alla Chiesa ortodossa (romena, russa, ucraina, moldava, greca, bulgara, serba …), la Chiesa copta, le Chiese cristiane antiche. Anche il mondo pentecostale ha bussato in più di un luogo alle porte delle nostre parrocchie.

 

Le occasioni di incontro e di prossimità si sono moltiplicate: a più di una comunità abbiamo offerto ospitalità nelle nostre chiese e negli spazi parrocchiali; con più di una realtà abbiamo avviato iniziative caritative comuni; l’offerta di spazi e la condivisione di attività fatica però a trasformarsi in processi di ascolto e scambio reciproco. Il cammino sinodale ci ha fatto intuire quanto sia stimolante condividere l’unica fede cristiana da divere prospettive.

 

Tanti migranti, giunti nelle terre ambrosiane per motivi economici e politici e non primariamente religiosi, appartengono a religioni antiche ma che per noi risultano nuove, come l’Islam. Il pluralismo religioso già conosciuto in altre parti del continente europeo e negli altri continenti sta diventando lo sfondo al ritmo quotidiano della vita ecclesiale ambrosiana, obbligando i cristiani a declinare in modo diverso e più attivo la loro identità e testimonianza. Con molto realismo il cammino sinodale ha mostrato il modo ancora primordiale con cui in molte realtà diocesane viviamo la sfida del pluralismo religioso. Il dibattito sinodale ha registrato infatti la necessità che come Chiesa ambrosiana sappiamo dare il nostro contributo a un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società plurale, per partecipare alla costruzione del bene comune, operando insieme alle altre esperienze religiose per raggiungere e promuovere una pace che è non semplicemente il risultato negativo di un’assenza di rapporti (e quindi di conflitti), ma il frutto di un incontro che si fa stima reciproca e cammino comune.

 

 

Riforma come stile

Proprio l’intensità del cammino sinodale, legata primariamente al suo ritmo agile e veloce, ha permesso alla Chiesa ambrosiana di maturare due acquisizioni veramente preziose per abitare in modo consapevole le trasformazioni che il corpo ecclesiale sta conoscendo. È in atto una vera e propria riforma ecclesiae che – diversamente da quanto abitualmente ci si aspetterebbe – vede il soggetto “diocesi” e in particolare il suo apparato organizzativo nel ruolo più di spettatore che di attore primario. Dopo decenni in cui, anche grazie a tutto il processo di ascolto e recezione del concilio Vaticano II, la diocesi si è immaginata impegnata in progetti attivi di riforma delle proprie azioni e del proprio corpo, il sinodo minore che stiamo chiudendo ci ha permesso di portare alla luce luoghi in cui il mutamento di forma è già in atto, e chiede di essere ascoltato e portato a maturazione.

 

Uno di questi luoghi maggiori è l’universo della vita consacrata: la sua presenza nella Chiesa ambrosiana assume sempre più una connotazione internazionale. Da una parte, antichi istituti sorti in Europa vengono a formare nella Chiesa locale comunità in cui vivono insieme persone di culture diverse, condividendo lo stesso carisma; dall’altra parte, già sul territorio diocesano sono presenti e operanti istituti di vita consacrata fondati in altri continenti, formati interamente da persone non italiane e altri stanno inserendosi. Composte da persone di differenti tradizioni linguistiche e culturali, queste comunità fungono da laboratori di convivenza interculturale, testimoniando la bellezza e la ricchezza, oltre che l’inevitabile impegno – e talvolta la fatica – che richiede la convivenza quotidiana tra persone diverse. Queste caratteristiche rendono tali comunità degli autentici agenti di evangelizzazione: un potenziale che merita di essere valorizzato, insieme alla specificità dei carismi che qualifica ognuna di queste realtà.

 

Fa parte di questi luoghi maggiori anche la tensione emersa durante lo svolgimento del dibattito sinodale. Fatichiamo come corpo ecclesiale a vivere una reale transizione da una pastorale ancora saldamente ancorata al territorio e ai gesti tradizionali ad una pastorale più attenta ai luoghi dove oggi emerge una testimonianza cristiana più limpida. Nella sua composizione plurale e in continua trasformazione, la Chiesa dalle genti suggerisce la necessità di individuare occasioni e luoghi di dialogo e confronto, nei quali raccogliere e fare sintesi delle esperienze maturate spesso in modo gratuito e non programmato, e far crescere la consapevolezza dei processi di mutamento, dei nuovi bisogni e delle nuove sfide che portano con sé, favorendo in questo modo il rinnovamento dell’azione pastorale.

 

Una Chiesa che si limitasse alla sola gestione del dimagrimento in atto del proprio corpo istituzionale diventerebbe una Chiesa ben presto incapace di dire parole significative agli occhi di una cultura in profonda trasformazione. Ci ritroveremmo – in parte lo siamo già – ridotti alla sola gestione del bisogno religioso, meri liturghi di un mondo che elabora altrove i significati fondamentali della vita. Ci scopriremmo ben presto incapaci di mostrare come la fede cristiana è in grado anche oggi di dare strumenti ed energie per la nascita di forme inedite di umanesimo, favorendo l’insorgere di nuove esperienze e di nuove pratiche di vita cristiana. Una Chiesa dalle genti è in effetti una Chiesa che non si preoccupa tanto della tenuta del suo tessuto organizzativo, ma si concentra nella ricerca e nella cura dei luoghi in cui oggi prende forma l’esperienza cristiana come esperienza in grado di dire il senso della vita, della solidarietà, della cura, dell’inclusione.

 

 

Un cammino di educazione

Ci aspetta ora, chiusa con la promulgazione la fase sinodale, il momento della ricezione. Il percorso fatto chiede alla diocesi di immaginare un intenso e significativo cammino di educazione. Secondo questa prospettiva sono state pensate, redatte, emendate e votate le norme e gli orientamenti che l’Arcivescovo ha promulgato il 2 febbraio.

 

Volutamente costruito come percorso ecclesiale, e di conseguenza tenuto al riparo da incroci con l’attualità sociale e politica che sul tema delle migrazioni si trova sovraesposta, il Sinodo vissuto dalla diocesi di Milano intende sin dall’inizio avere valore culturale. Ovvero, dentro un’arena pubblica che ha fatto del tema dei migranti il capro espiatorio e la cortina fumogena in grado di mascherare le debolezze e la non sostenibilità dei nostri attuali stili di vita, intende esibire la possibilità di un’alternativa: si può vivere il cambiamento innescato dall’accelerazione delle migrazioni come l’occasione per declinare in termini nuovi la nostra identità tradizionale.

 

Una Chiesa dalle genti, una Chiesa maggiormente consapevole della propria cattolicità grazie al processo sinodale attivato, può ora tradurre questa consapevolezza in scelte pastorali condivise e capillari sul territorio diocesano. E con la propria vita quotidiana trasmettere serenità e capacità di futuro anche al resto del corpo sociale. Grazie al sinodo infatti ha maturato strumenti per leggere e abitare con maggiore spessore e profondità quella situazione sociale e culturale molto complessa che spesso definiamo in modo già linguisticamente riduttivo come “fenomeno delle migrazioni”. Una Chiesa dalle genti: una Chiesa in sinodo che ha inteso vivere questo cammino proprio per restare fedele alla sua identità ambrosiana. Come ai tempi di sant’Ambrogio, in continuità con il suo spirito.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato digitale:

Testo di Luca Bressan, Una Chiesa dalle genti, che cambia per rimanere fedele a se stessa, «Oasis» [online], pubblicato il 5 febbraio 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/chiesa-di-milano-dopo-sinodo-chiesa-delle-genti.

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