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Medio Oriente e Africa

Conte in Libano e quel detto “la colpa è degli italiani”

Alcuni libanesi sventolano la bandiera del Libano sulla scena dell'esplosione del porto di Beirut [Ali Chehade - Shutterstock]

Un modo di dire che origina dalle azioni italiane a Beirut nel 1912 è utilizzato dai libanesi per descrivere i politici che scaricano le proprie responsabilità sugli altri. La visita di Giuseppe Conte e la presenza italiana nel Paese dei cedri

Ultimo aggiornamento: 22/09/2020 08:20:44

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte è tornato in Libano l’8 settembre 2020, a poco più di un mese di distanza dall’esplosione avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto. Conte deve aver trovato poco di familiare dalla sua ultima visita, un anno e mezzo fa, dove lo si vedeva sorridente insieme all’allora omologo Saad Hariri. Lo hanno accolto una nuova ambasciatrice italiana (Nicoletta Bombardiere), un nuovo premier dimissionario (Hassan Diab) e un nuovo premier incaricato (Mustapha Adib). Non è cambiato il Presidente della Repubblica Michel Aoun né il Presidente del Parlamento Nabih Berri: le due figure sono politicamente attive da più di quarant’anni, e pare proprio che non sarà la più grave crisi politica, economica, sanitaria e infine umanitaria del Libano post-guerra civile a metter fine alla loro carriera.

 

Conte è tornato in Libano, come lui stesso ha tenuto a sottolineare, preceduto dalla visita di due membri del suo governo: quella del ministro della Difesa Lorenzo Guerini (24 agosto) e quella della viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re (3 settembre); e a livello europeo, preceduto solamente da due visite molto mediatizzate ed “emozionalizzate” del Presidente della Repubblica francese Macron.

 

D’altronde, le relazioni bilaterali Italia-Libano sono robuste: lo Stivale è tra i principali partner commerciali del Paese dei Cedri; a livello militare, lo ha ben ricordato Guerini, l’Italia è presente in Libano da 38 anni, sia con l’UNIFIL (più di 1000 soldati italiani e 4 generali italiani solo negli ultimi 10 anni di missione circa) che con MIBIL; sul piano umano, con gli oltre 2.800 italiani registrati all’AIRE in Libano e i fitti scambi e iniziative culturali; sul piano della cooperazione, di cui il Libano è uno dei principiali Paesi beneficiari, capillarmente diffusa, sia in termini geografici che di aree d’intervento: restauro e manutenzione del patrimonio archeologico,[1] infrastrutture, interventi in campo sanitario, educativo e sostegno umanitario sia ai libanesi sia ai rifugiati siriani e palestinesi.

 

Questa capillarità tutta italiana è la medesima che ha permesso a Conte, nell’esprimere solidarietà e vicinanza, di continuare a giocare di sponda, secondo le parole di Lorenzo Trombetta: un’Italia consapevole di non poter essere protagonista, ma costante nel ritagliarsi una sua presenza, interlocutrice di tutti, anche della non meglio definita “società civile”[2].

 

Conte infatti non è sceso teatralmente in strada ad abbracciare libanesi in lacrime come ha fatto Macron (chi l’avrebbe riconosciuto, d’altronde?), ma il suo programma e le sue parole indicavano una precisa dicotomia: Libano e popolo libanese. Tra un incontro e l’altro con le cariche istituzionali, il Presidente del Consiglio italiano ha affermato di volersi porre «all’ascolto delle aspirazioni e delle attese della società civile, che dovranno svolgere un ruolo di prim’ordine nel disegnare il Libano del futuro» e ha invocato «un governo che goda della fiducia del popolo». Quella stessa fiducia (thiqa) che molti libanesi hanno perso nei confronti della cleptocratica classe politica libanese, Conte l’ha auspicata anche tra i cittadini libanesi stessi, se non in relazione agli ultimi, preoccupanti scontri a Khaldé, di certo in riferimento alle decennali fratture (etnico-politico-religiose-confessionali, che dir si voglia) della compagine sociale libanese. E ha colto la palla al balzo, grazie a una domanda dell’intervistatrice del quotidiano francofono libanese l’Orient-Le Jour su come il governo italiano abbia affrontato la crisi sanitaria legata al covid-19, per ribadire la necessità di un nuovo patto sociale libanese.

 

Ma in questa nuova corsa strategica, in questa geopolitica degli aiuti (interessati) e delle velleità post-post-coloniali malcelate, sembra che faccia comodo a tutti gli attori politici trascurare alcune domande cruciali e ignorare la discrepanza tra la realtà e le narrazioni che la raccontano: chi compone la società civile? Chi la rappresenta e chi rappresenta? E una volta chiarite queste domande: come permetterle di partecipare realmente nell’urgente ricostruzione?

 

Un’urgente ricostruzione fisica e politica, sempre nelle parole di Conte, che preservi l’identità e il patrimonio storico-sociale e architettonico. Ma la realtà dei fatti è appunto lontana dalle narrazioni: Mona Fawwaz, professoressa di urbanistica all’Università americana di Beirut, e Bruno Marot, studioso di politiche urbane e ricercatore presso l’Institut Francais du Proche Orient, hanno da subito segnalato il pericolo di applicare ancora una volta il libanesissimo laissez-faire economico alla riedificazione dei centri distrutti dall’esplosione, alcuni di essi già in via di gentrificazione, auspicando al contrario una ricostruzione che obbedisca all’interesse comune dei cittadini e non al profitto.

 

D’altronde, il profitto, quello che ha forse contribuito a lasciare per così tanti anni 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto, sembra essere un dio interconfessionale che ha radici molto più profonde del cedro piantato da Macron il 6 agosto, e dei cedri che figurano nel nome della missione italiana in Libano: “Emergenza Cedri”. Su quel fronte, non c’è nessuna emergenza: la maggior parte dei cedri in Libano sono scomparsi oramai da decenni ed è una lotta estenuante, contro gli interessi del dio di cui sopra, cercare di preservare le poche aree naturali rimaste nel Paese[3].

 

Ma veniamo al nostro titolo. Al-haqq ‘alā-l-tiliān (“La colpa è degli italiani”), potrebbe commentare ironicamente qualunque libanese guardando il porto di Beirut distrutto dall’esplosione del 4 agosto 2020. Sì, perché 118 anni fa, nel febbraio 1912, nel porto di Beirut non c’era la nave San Giusto[4] né la nave Etna, che lo scorso mese hanno portato gli aiuti umanitari italiani. C’erano invece le navi Garibaldi e Ferruccio, due incrociatori corazzati della Regia Marina italiana che affondavano a suon di cannonate due navi turche e danneggiavano, bombardandoli pesantemente, alcuni edifici di Beirut. In uno dei tanti racconti storici libanesi, quel giorno fu solo l’inizio di una serie di débâcles che culminarono, tra l’altro, in una grave carestia. Da allora, con un’amara ironia si pronuncia la frase “la colpa è degli italiani”, per riferirsi a quelle autorità che si sottraggono alle loro responsabilità, gettandole su altri[5].

 

Anche questa volta la colpa sarà degli italiani. O Forse no. Sta di fatto che due giorni dopo la visita di Conte un’altra nuvola nera si è alzata dal porto di Beirut. Un nuovo incendio che ha soffocato fisicamente buona parte di Beirut e asfissiato psicologicamente buona parte del Libano. E sta di fatto che sotto le ceneri e i detriti, a un mese dall’esplosione, al di là di ciò che dicevano i sensori elettrici, non c’era nessun superstite. E non avrebbe potuto esserci. Le fenici, nei miti, rinascono. Gli esseri umani, no.


[1] A titolo d’esempio, il giorno prima dell’esplosione al porto di Beirut, l’account Twitter dell’Ambasciata italiana ha ritwittato un articolo del giornale anglofono libanese The Daily Start Lebanon illustrante il progetto di restaurazione di alcune antiche chiese nella valle Qadisha da parte dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. https://twitter.com/DailyStarLeb/status/1290334115192070144
[2] Questa è la linea del corpus politico italiano, a differenza di altri interlocutori internazionali come il sottosegretario di Stato degli Stati Uniti per il Medio Oriente David Schenker, che si sono limitati a incontri con rappresentanti della società civile libanese.
[3] Si veda l’emblematico caso del progetto di diga nella Valle di Bisri. https://www.arabnews.com/node/1729886/middle-east
[4] Nave che aveva già toccato le sponde libanesi nel 2006, durante l’operazione Leonte. https://www.marina.difesa.it/media-cultura/Notiziario-online/Pagine/20200819_partenza_nave_san_giusto_cedri.aspx
[5] Si veda inoltre: Samir Kassir. Histoire de Beyrouth. Perrin, Paris 2012, p. 211.
 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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