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Medio Oriente e Africa

El Morabba3: di rock giordano e di altri modi di essere rivoluzionari

Conosciuta in tutto il mondo arabo, questa band coniuga sonorità innovative e testi socialmente impegnati, ma sa anche trascendere i temi politici per parlare di ciò che è più profondamente umano

Ultimo aggiornamento: 23/04/2021 13:14:06

Durante il primo decennio degli anni 2000, dunque poco prima delle “Primavere arabe” che, seppure in modo meno dirompente, hanno coinvolto anche la Giordania, il Regno hashemita ha visto un’esplosione della scena musicale (rock) indipendente, con gruppi oramai storici: i pioneristici JadaL (2003), seguiti poi da Autostrad (2007), Akher Zapheer (2007) e El Morabba3 (2009). Oggi parliamo proprio di quest’ultimo gruppo, di diritto sul podio delle band indie rock arabe più emblematiche e realmente “indipendenti” nelle loro scelte artistiche.

 

Nato da una jam session casuale, El Morabba3 è un progetto giordano-palestinese. Il nome significa infatti “il quadrato” e si riferisce in particolare alle “geometrie familiari” tra i componenti originali, i cugini giordano-palestinesi Muhammad Abdullah e Tareq Abu Kwaik (conosciuto con il suo nome d’arte El Far3i) e i fratelli Dirar e Odai Shawagfeh. D’altronde, con il cambio di praticamente tutti i membri del gruppo, oggi El Morabba3 è un “progetto collettivo” portato avanti da Abdullah, e “il quadrato” è diventato soprattutto una “finestra” dalla quale guardare sul mondo.

 

Nonostante gli avvicendamenti, la carica originale del loro sound non è particolarmente cambiata. La band si è da subito definita come rock e post-rock elettronico che «offre un suono innovativo con la sua musica unica e testi socialmente impegnati». In effetti, sono stati questi i due ingredienti fondamentali del loro omonimo album di debutto del 2012, che li ha resi trasversalmente famosi in tutto il mondo arabo, passando da anonime esibizioni nei piccoli locali di Amman ai grandi festival giordani fino ad approdare in Egitto e in Marocco.

 

Non è difficile riconoscere in questo album riferimenti diretti a questioni come il nazionalismo, il classismo e una serie di rivendicazioni socio-politiche che «erano nell’aria durante il periodo di registrazione», appunto il 2010-2011 delle “Primavere arabe”. Solo per fare qualche esempio: Asheek (“Alla staccionata”) parla del conflitto israelo-palestinese; Ma Indak Khabar (“Non lo sapevi”) accenna a guerre intestine al mondo arabo; Hada Thani (“Qualcun altro”) denuncia un certo oblio collettivo e il desiderio di chiudere un occhio sulle miserie e sulle proteste; Aghaneek (“La tua canzone”) parla di richieste non ascoltate e Tarweej (“Propaganda”) di ribelli e di Paesi assenti. Infine, tra le più esplicite e le più apprezzate, Ya Zain ricorda la drammatica realtà dell’uso di uranio arricchito in Iraq e altrove.

 

Nel 2016 pubblicano, con finanziamento collettivo, Taraf al-Khayt (“L’estremità del filo”). Si tratta di un disco molto diverso e certamente più impegnativo: a livello musicale, si nota un suono più sperimentale ed elettronico, con timbri decisamente inediti nel panorama arabo. A livello di testi, l’album è più introspettivo e visionario: a colpire non è tanto la presenza di temi politici, ma la delicatezza con la quale i testi, partendo dal tema politico, lo trascendono. Si esprime così Dina Nour in una brillante recensione del loro ultimo album: «I suoi ritratti della rivoluzione e il suo modo di trattare la politica suggeriscono una contemplazione più profonda di ciò che ci rende umani e di ciò che ci spinge al cambiamento».

 

Per questo si passa agilmente da brani sognanti e malinconici sull’ispirazione e l’immaginazione umana a visti e permessi negati. Un album che mostra l’autenticità e l’integrità degli artisti, che non si sono piegati a una certa retorica rivoluzionaria o “a far canzoni che piacciano per forza”.

 

Una menzione speciale la merita il primo singolo, El Mokhtalifeen (“I diversi”). La canzone tocca il delicato tema dell’“alterità”, di come ci si senta a essere considerati “diversi”, condannando quell’ostracismo molto diffuso contro le minoranze che vivono in un contesto giordano spesso rigido e conservatore. Un sentimento che Abdullah conosce bene, non per ultimo per la sua condizione politica di rifugiato palestinese (il padre è di Gaza) in Giordania, con un documento di soggiorno temporaneo. Un’alienazione infine ben presente nel sofisticato video musicale.

 

La canzone di oggi però la peschiamo dal primo album. L’abbiamo scelta apposta: solo all’apparenza è tra le meno “politiche”, soprattutto se comparata ai brani sopra citati.

 

S’intitola Cigara Qabel Ma Nqoom (“Una sigaretta prima di alzarci”), riproposta di recente in versione acustica durante una Cube session. Il titolo si riferisce a quel momento che precede e in qualche modo posticipa il più possibile l’azione, il cambiamento vero: un ultimo momento di pace prima di agire. Scritta subito dopo le rivolte arabe, accenna agli stereotipi e ai discorsi vacui sulle “primavere”, ad autunni e a estati esistenziali, a un nuovo Oriente promesso e già tradito. Un dialogo disilluso e a tratti vuoto tra il cantante e una persona quasi assente: Sì, tra un attimo ci alziamo: ma dove andiamo? Restiamo? Partiamo? Ci fidiamo o diamo ascolto agli stereotipi? Nessuno crede o si fida più di nessuno…

 

El Morabba3 sono stati e tentano ancora oggi di essere rivoluzionari, sia nella musica che nei testi, ma non nel modo che ci si aspetta. Ed è questa la loro vera forza.

 

Buon tarab!

 

[Qui tutte le puntate di T-Arab; dopo il video il testo della canzone in italiano e arabo]

 

Canzone: Cigara Qabel Ma Nqoom

Artista: El Morabba3

Data: 2012

Nazionalità: Giordania

 

 

Una sigaretta prima di alzarci

 

Dietro di te, le montagne

Dietro di me, le forme di tutte le persone

Tutti parlano a vuoto

E tu mi stai innervosendo

 

Dietro di te, le montagne

Dietro di me, le parole che nessun libro può tradurre[1]

E nessuno vuole spiegare nulla

 

Una sigaretta prima di alzarci,

Una sigaretta prima di alzarci,

ci perdiamo nella diaspora[2]

e obbediamo alle istruzioni

che ci hanno venduto l’illusione di un progetto inutile

ci mentono nel bel mezzo del cammino[3]

Ci promettono un nuovo Oriente![4]

 

La tua voce mi raggiunge, sento che mi vedi

 

Dietro di te, le montagne

Dietro di me, le forme di tutte le persone

E tutti parlano a vuoto

E tu mi stai innervosendo

 

Dietro di te, l’autunno

E dietro di me, l’autunno si è perso nelle parole

E l’estate è un tempo strano[5]

E tu non sei abbastanza “qui”, presente per me

 

Dietro di te, le montagne

E dietro di me, gli stereotipi che rendono tutti diffidenti

Nessuno crede più a nulla

 

Una sigaretta prima di alzarci

Persi nella diaspora

Crediamo alle pubblicità

Ci hai mentito, con una firma sospettosa

ci hai venduto l’illusione di un progetto inutile

Ci hai promesso un nuovo Oriente

سيجارة قبل ما نقوم

وراك جبال ووراي أشكال من كلّ الناس والكل بيحكي ببلاش

وموتّرني

وراك جبال ووراي كلمات ملهاش ترجمات في أيّ كتاب

ما حدّش راضي يفسّر إشي

 

سيجارة قبل ما نقوم

سيجارة قبل ما نقوم نضيع بهالشتات ونردّ ع تعليمات

بتوهمنا بمشروع مش مفيد

بتفلمنا بنص الطريق

بتوعدنا بشرق جديد

 

صوتك واصلني

حاسّك شايفني

 

وراك جبال ووراي أشكال من كل الناس والكل بيحكي ببلاش

وموتّرني

وراك خريف ووراي الخريف ضاع بالكلمات والصيف ميعاده غريب

ومش فايقلي

وراك جبال ووراي ستيريوتايبات بتخللي الكل مرتاب

ما حدّش قادر يصدق اشي

 

سيجارة قبل ما نقوم نضيع بهالشتات ونصدّق إعلانات

بتفلمنا بتوقيع مريب

عشان توهمنا بمشروع مش مفيد

بتوعدنا بشرق جديد

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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[1] Lett. “La cui traduzione non si può trovare in nessun libro”.

[2] Il termine in arabo indica più precisamente una dispersione. Seguo qui la traduzione in inglese del gruppo.

[3] Dopo aver venduto con successo una fantasia irrealizzabile, le “istruzioni” svelano (a metà strada) di aver mentito e di aver ingannato il cantante. Il verbo btiflimna indica dunque che “le istruzioni” hanno portato il cantante e tutti coloro che si sono fidati di esse a “farsi un film” nelle loro menti, vittime dunque di uno scenario immaginabile ma non realizzabile.

[4] La traduzione in inglese proposta dal gruppo indica esplicitamente un “nuovo Medio Oriente”.

[5] Si noti il gioco di parole dovuto alla polisemia del termine mīʿād, che significa sia “tempo” o “appuntamento” che “promessa”.

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