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Medio Oriente e Africa

Tra euforia digitale e cyber-autoritarismo. Le due facce della tecnologia

I social media hanno avuto un ruolo determinante nelle rivoluzioni del 2011, permettendo di aggirare la censura e mettere in atto nuove forme di mobilitazione. Molto presto, però, è risultato evidente che da soli questi strumenti sono incapaci di produrre il cambiamento politico.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 31. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 06/12/2020 12:06:21

I social media hanno avuto un ruolo determinante nelle rivoluzioni del 2011, permettendo di aggirare la censura e mettere in atto nuove forme di mobilitazione. Molto presto, però, è risultato evidente che da soli questi strumenti sono incapaci di produrre il cambiamento politico. Inoltre, i regimi contro i quali i manifestanti sono insorti hanno imparato a reprimere il dissenso utilizzando le stesse armi che lo avevano reso possibile. La resistenza al dispotismo non è finita, ma deve reinventarsi.

 

Lo scoppio della Primavera araba nel 2011 ha suscitato un’inedita ondata di speranze in una transizione rapida e indolore verso la democratizzazione e la riforma, accompagnata e ispirata da un’altrettanto inedita ondata di tecno-euforia e da un’elevata fiducia nel grande potenziale dei social media quali promotori del cambiamento politico. A dieci anni dall’avvio delle rivolte in Tunisia e dalla deflagrazione di proteste infuocate in altri cinque Paesi arabi, molte di queste speranze e di questi sogni sono svaniti. Con la sola eccezione della Tunisia, nei cosiddetti Paesi post-Primavera araba i risultati sono ben lontani dall’ideale: guerra civile e grave crisi umanitaria in Siria; fine dello Stato e caos dilagante in Libia; guerra e violenza in Yemen; una rivolta soffocata e dimenticata in Bahrein e ritorno alla dittatura militare in Egitto.

 

Questi arretramenti lungo la strada della riforma politica e della democrazia sono stati accompagnati e resi possibili da un’impennata nell’uso di strategie controrivoluzionarie da parte di regimi repressivi. Tra queste figura l’autoritarismo digitale, inteso come lo sforzo sistematico di schiacciare il dissenso usando quelle stesse armi che lo avevano reso possibile.

 

Tali sviluppi ci obbligano a riconsiderare le potenzialità e i limiti dell’attivismo digitale, vale a dire il ricorso ai social media come strumenti di cambiamento, spingendoci a valutare le loro dinamiche attuali e a prevedere le loro direttrici future, nel momento in cui in questa regione tanto instabile è in corso un tira e molla digitale tra i regimi e i loro oppositori.

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