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Anche in Sudan tornano i militari. E ora?

Un'immagine delle proteste in Sudan [ foto: Pagine Esteri ]

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 29/10/2021 16:27:22

Nella rassegna dalla stampa araba della settimana scorsa avevamo scritto che in Sudan stava tornando «lo spettro della dittatura militare». Lo spettro si è materializzato il 25 ottobre quando le forze militari guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan hanno arrestato il primo ministro Abdalla Hamdok (poi rilasciato ma comunque sotto stretta sorveglianza a domicilio) e altri membri della componente civile del governo sudanese. Al-Burhan ha dissolto il governo di transizione, mentre le autorità civili hanno invitato la popolazione a manifestare pacificamente contro il colpo di Stato. Come ha segnalato tra gli altri il Wall Street Journal i sostenitori della transizione democratica hanno eretto barricate a Khartoum, mentre polizia e membri delle Forze di Supporto Rapido hanno pattugliato i ponti e gli snodi chiave della capitale. Elliot Brachet da Khartoum ha scritto che le forze armate hanno aperto il fuoco sui manifestanti, provocando almeno sette morti e più di 140 feriti.

 

Come ha ricordato Limes, il protagonismo delle forze armate in Sudan non è una novità, e anche il governo transitorio di Hamdok era frutto di un compromesso con i militari raggiunto dopo il rovesciamento di Omar al-Bashir. Ma chi è al-Burhan? Middle East Eye traccia un ritratto del militare, nato in una famiglia sufi nel 1960 e amico personale di al-Sisi nonostante una certa vicinanza all’islamismo. I due, ha dichiarato Patrick Smith di Africa Confidential, sono uniti «dal bene superiore: ostacolare la democrazia». Secondo Middle East Eye al-Burhan ha alleati al Cairo, Abu Dhabi e Riyadh, e ha preso l’iniziativa contro il governo civile quando quest’ultimo ha avanzato ipotesi di controllo sul complesso industriale di cui le forze armate sudanesi sono proprietarie. Proprio come nel caso di molti altri colpi di Stato, anche al-Burhan e i militari sudanesi hanno affermato di aver agito per mantenere la stabilità del Paese. È però soprattutto l’economia sudanese, afflitta da un’elevata inflazione (Le Monde scrive che “flirta” con il +400%), dalla mancanza di cibo, carburanti e medicine, a essere un pericoloso fattore di instabilità. Il problema, afferma tuttavia il quotidiano emiratino The National, è che le proteste sviluppatesi in seguito all’arresto di Hamdok significano che se al-Burhan non rispetterà le promesse fatte si produrrà un’instabilità ben superiore a quella a cui i militari affermano di voler porre rimedio. Inoltre, il rischio è che i generali schierati dalla parte di al-Burhan entrino in conflitto con quelli leali a Mohamed Hamdan Dagalo (“Hemetti”), capo delle Forze di Supporto Rapido (gli ex janjaweed, tra i principali autori delle atrocità in Darfur), soprattutto a causa di un diverso approccio alla questione etiope. Al-Burhan, al contrario di Hemetti, è infatti favorevole, proprio come l’Egitto, al sostegno attivo alle forze che combattono contro le autorità centrali etiopi (TPLF nel Tigrè ed Esercito di liberazione Oromo), funzionale alla destabilizzazione dell’Etiopia per ostacolare la conclusione della Grande Diga sul Nilo Azzurro.

 

La presa del potere da parte dei militari, ricorda Ishaan Tahroon sul Washington Post, giunge a pochissima distanza dalla visita a Khartoum dell’inviato statunitense per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman. L’amministrazione Biden ha comunicato la sospensione di 700 milioni di dollari in assistenza diretta al Sudan ma, come si legge su Le Monde, sorprende che gli Stati Uniti non abbiano voluto impedire il putsch militare. Tuttavia, suggerisce tra gli altri Washington Post, al-Burhan fa affidamento su altri alleati: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, e soprattutto Egitto.

 

Peraltro, ciò che avverrà in Sudan non avrà effetti solamente entro i confini nazionali. Nel Paese sono infatti in gioco «le ambizioni americane per contrastare la Cina, quelle della Russia per estendere la sua zona di influenza, quelle dei Paesi del Golfo, della Turchia e di altri attori meno visibili, ai quali il crescente caos offre occasioni favorevoli», si legge su Le Monde. Secondo l’emiratino The National, poi, Abu Dhabi è preoccupata che un pericoloso vuoto di potere venga riempito da gruppi jihadisti come al-Qaida, che già in passato ha utilizzato il Paese come base. Il prolungamento di scontri e instabilità potrebbe infine generare nuovi flussi migratori attraverso Egitto e Libia, impattando poi anche sull’Europa.

 

Parliamo del colpo di Stato in Sudan anche nella sezione dedicata alla stampa araba che trovate in fondo a questa pagina. 

 

Turchia-Occidente: crisi evitata, in attesa della prossima

 

Il nome di Osman Kavala è sconosciuto ai più. Eppure, proprio intorno a questa figura stava per scoppiare una crisi diplomatica (quasi) senza precedenti. Vediamo di cosa si tratta. Il 18 ottobre scorso gli ambasciatori in Turchia di Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Finlandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti (nota a margine: assente l’Italia) hanno firmato un appello per il rilascio di Kavala, uomo d’affari e filantropo detenuto dalle autorità turche con l’accusa di aver finanziato le proteste di Gezi Park del 2013 e il fallito colpo di Stato dell’estate 2016. Come prevedibile, la reazione del presidente turco Erdogan non si è fatta attendere: il leader del partito di governo AKP ha infatti ordinato al suo ministro degli Esteri l’espulsione degli ambasciatori in questione dal Paese. La crisi che si prospettava era tale da aver portato, come ha segnalato la CNBC, a un nuovo crollo della lira turca. Dopo pochi giorni, gli ambasciatori occidentali hanno parzialmente corretto il tiro, esprimendo l’intenzione di rispettare il dettato della convenzione di Vienna in merito alla non interferenza negli affari interni turchi. Questo è stato sufficiente per portare Erdogan a non espellere gli ambasciatori, anche se come ha spiegato Daniele Santoro su Limes «il portavoce del dipartimento di Stato Usa ha messo in chiaro che il tweet dell’ambasciata americana in Turchia del 25 ottobre [in cui si faceva riferimento alla non ingerenza, ndr] intendeva ribadire che l’appello a favore di Kavala era in linea con il diritto internazionale». Secondo l’esperto di Turchia Soner Cagaptay, intervenuto sul New York Times, «Erdogan ha realizzato che l’economia turca sarebbe crollata», ma continuerà a presentare la crisi come una sua vittoria.

 

Rottura quindi evitata. Ma restano alcuni aspetti che è bene fissare. Il primo è che si sta ormai perdendo il conto delle crisi (effettive o potenziali) che si verificano tra la Turchia e gli alleati occidentali, segno di relazioni sempre più complicate. Non a caso Erdogan insiste sulla necessità di un incontro tra lui e Biden a margine della COP26 di Glasgow, ma dalla Casa Bianca per ora non giungono conferme. Un ulteriore esempio è l’estromissione della Turchia dal programma F35, e della sua retrocessione alla fornitura di caccia F16 (aspetto su cui comunque in Congresso americano promette di dar battaglia, come anticipato da questa lettera indirizzata al presidente Biden).

Il secondo aspetto è lo stato dell’economia turca. Il valore della lira è in continua discesa e questo erode il potere d’acquisto delle famiglie, mentre a poco servono le recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale secondo cui il taglio dei tassi di interesse (funzionale secondo la linea di Erdogan a trasformare la Turchia in un Paese esportatore) servirà a stabilizzare la valuta.

Per David Gardner (Financial Times) la collera «viscerale» di Erdogan nei confronti di Kavala danneggia la Turchia, ed è anche per questo che alcuni partiti di opposizione hanno iniziato a lavorare a un piano per unirsi contro il leader dell’AKP e riportare la Turchia al regime parlamentare che vigeva fino alla riforma costituzionale del 2017. Il problema è che anche in caso di sconfitta elettorale nel 2023 (o 2022, dato che in molti richiedono elezioni anticipate), Erdogan si considera ormai «una forza della Storia, il leader atteso a lungo per portare la Turchia fuori dal lungo declino». È dunque impensabile che possa semplicemente farsi da parte, ha scritto Selim Koru su War on the Rocks in un articolo che analizza la situazione turca attraverso un intrigante parallelo con Il gladiatore di Ridley Scott

 

L’Iran pronto a nuovi negoziati

 

In seguito a un incontro con funzionari europei a Bruxelles, Ali Bagheri Kani, viceministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, ha comunicato che il suo Paese è pronto a ricominciare i negoziati sul nucleare. Non è stata ancora fissata una data di inizio dei colloqui, ma Bagheri Kani ha affermato che sarà entro la fine di novembre (Politico). Il viceministro non ha invece specificato chi parteciperà ai negoziati, e come si legge sul New York Times, gli Stati Uniti non hanno ancora reagito alla notizia. O forse l'hanno fatto in maniera implicita proprio venerdì pomeriggio, imponendo nuove sanzioni all’Iran. L’esperta della Chatham House Sanam Vakil ha avvertito dal sito della CNBC che sarà difficile ottenere un accordo in tempi brevi, soprattutto perché l’Iran ha mostrato di voler assumere una posizione più dura nei negoziati. Per questo, ha proseguito Vakil, «mi aspetto che i negoziati durino mesi, e dobbiamo essere preparati al fatto che potrebbero non portare infine alla ripresa del JCPOA». Ancora più critica la società di consulenza Eurasia Group, secondo la quale il rapido incremento delle attività nucleari dell’Iran e le «richieste massimaliste renderanno probabilmente irrilevante l’accordo del 2015».

 

Le cose sono ulteriormente complicate dal fatto che Teheran questa settimana si è resa responsabile di un attacco contro le forze americane in Siria. Anche se non si sono verificati decessi tra i soldati statunitensi, il Washington Post interpreta l’evento come l’apertura di un nuovo fronte nel conflitto a bassa intensità che si è sviluppato tra Iran e Stati Uniti a partire dall’uscita americana dell’accordo sul nucleare.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Il Sudan è in prima pagina, ma non per tutti

 

Il colpo di Stato in Sudan ha occupato per tutta la settimana le prime pagine dei media più sensibili alle cause arabe (al-Jazeera, al-Quds al-‘Arabī) e islamiste (‘Arabī21) oltre che dei giornali filo-dissidenti (al-‘Arabī al-Jadīd). Meno propensi a trattare la questione sono stati invece i media filo-emiratini e filo-sauditi e (un po’ a sorpresa) i quotidiani egiziani. È probabilmente proprio a questi che si riferisce il giornalista egiziano Wael Qandil quando scrive su al-‘Arabī al-Jadīd che «i sostenitori silenziosi [del generale sudanese] non hanno ancora espresso un’opinione».

 

L’Egitto è sicuramente tra i Paesi che potrebbero essere più toccati dal colpo di Stato sudanese. Eppure, i suoi media sono rimasti in silenzio. Ad analizzare la posizione del Cairo ha pensato al-Jazeera, che il giorno dopo il golpe ha intervistato alcuni politologi ed ex ministri egiziani. Due sono i punti su cui tutti sembrano essere d’accordo: dal punto di vista politico, l’ascesa della componente militare sudanese rappresenta un avvicinamento agli interessi del Cairo. I generali al-Sisi e al-Burhan hanno infatti una visione molto simile sui grandi temi con cui devono fare i conti i due Paesi, in particolare la questione della grande diga etiope del Rinascimento. Dal punto di vista sicuritario invece la questione è più delicata perché, ha spiegato il generale egiziano Mohamed ‘Abdel Wahid, esperto di affari africani e sicurezza nazionale egiziana, l’instabilità sudanese può ripercuotersi sull’Egitto, favorendo l’immigrazione clandestina o creando un terreno favorevole al terrorismo.

 

Wael Qandil su al-‘Arabī al-Jadīd ha riflettuto sulla genesi puntando il dito contro Israele. Secondo il giornalista egiziano, tutto ha avuto inizio a febbraio 2020 ad Entebbe, in Uganda, quando il generale ‘Abdel Fattah al-Burhan ha incontrato l’allora Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’insaputa del premier sudanese ‘Abdullah Hamdok, con il quale aveva da poco formato il governo di transizione. Al-Burhan, scrive polemicamente Qandil, ha imparato la lezione dal suo maestro, il presidente egiziano al-Sisi: «chi vuole il potere deve pagare dazio all’entità sionista entrando nel club della normalizzazione».

 

Il quotidiano londinese al-Quds al-‘Arabī ha fatto un parallelo tra il colpo di Stato sudanese e quello tunisino. Il generale al-Burhan e il presidente tunisino Kais Saied sarebbero uniti dal disprezzo per la politica. Il primo, ha scritto il quotidiano, ignora come praticarla e trae la sua legittimità dalle armi, il secondo si è illuso di essere il salvatore della patria e pensa che la politica sia un ostacolo al suo progetto. In entrambi i casi l’esito è lo stesso: l’uccisione della politica, e l’avanzamento del militarismo in Sudan e del populismo in Tunisia. Ad uccidere la politica però non sarebbero soltanto i colpi di Stato. Essa muore ogni volta che gli islamisti vengono accusati di preferire le elezioni (come nel caso di Egitto, Tunisia e Marocco) al modello talebano, o quando si criticano i civili sudanesi per essersi accontentati di una «rivoluzione a metà» accettando un accordo con i militari.

 

Il quotidiano filo-saudita al-Sharq al-Awsat ha pubblicato una riflessione del suo ex direttore ‘Abd al-Rahman al-Rashid solo apparentemente distaccata. Anche se non lo dice apertamente, il giornalista sembra infatti parteggiare per il generale al-Burhan, a capo di «un’istituzione unita che ha la capacità di imporsi con la forza». Secondo le sue previsioni, le potenze regionali accetteranno di trattare con la squadra di Khartoum più forte, che saprà garantire la stabilità. L’opposizione rischia di perdere le sue scommesse, ha scritto al-Rashid: non è detto infatti che le forze civili riescano a rimanere compatte – e la loro divisione andrà tutta a vantaggio dei militari – così come non è detto che riescano a interpretare ancora per molto le istanze delle piazze se la leadership militare riuscirà a migliorare le condizioni di vita e sicuritarie «come ha fatto in Egitto».

 

Anche il quotidiano filo-islamista ‘Arabī21 mette l’accento sulla compattezza dell’esercito, ma con l’obbiettivo opposto di mettere in cattiva luce i governi militari. Il direttore del giornale, Feras Abu Helal, ha infatti scritto che quando c’è un golpe militare, i capi dell’esercito agiscono per fomentare le controversie e le divisioni tra le forze civili in modo da risultare la parte più unita e dunque più forte. Dopo aver invitato le forze civili, islamiche e laiche a fare fronte comune per affrontare i golpisti, il giornalista ha concluso con una stoccata all’Occidente «appassionato di democrazia quando sono le forze laiche a promuoverla o a beneficiarne, mentre tutti gli slogan scompaiono quando a essere vittime del golpe sono gli islamisti».

 

Come la stampa egiziana, anche i quotidiani del Golfo non si sono sbilanciati più di tanto. Su al-‘Ayn al-Ikhbariyya Mahmud al-Werwari, presentatore del canale televisivo al-Hadath, ha ripercorso brevemente la storia del Sudan dall’indipendenza a oggi, e ha concluso lanciando una frecciata al governo islamista di Omar al-Bashir, ritenuto responsabile di tutti i mali che vive oggi il Paese. Coerentemente con le posizioni emiratine sull’Islam politico, il giornalista ha attaccato al-Bashir per aver funto da megafono dei «principi della Fratellanza [musulmana] impregnati di ignoranza», aver favorito la frammentazione della società e spazzato via l’élite locale.

 

L’Egitto proclama la fine dello stato di emergenza

 

Mentre in Sudan si consumava il colpo di Stato, dall’Egitto arrivava invece la notizia della revoca dello stato di emergenza, in vigore dal 2017. Com’era prevedibile, i quotidiani egiziani filo-governativi si sono prodigati in grandi elogi al presidente al-Sisi per la sua «storica e coraggiosa decisione».

Non tutti però sono entusiasti di questo provvedimento. Secondo Taqadum al-Khatib, ricercatore egiziano all’Università di Berlino, la mossa di al-Sisi è uno specchietto per le allodole. Al di là dei grandi proclami, infatti, il presidente potrà continuare ad arrestare e perquisire appellandosi ad altre leggi, come la Legge antiterrorismo, che sono applicabili indipendentemente dallo stato di emergenza. La revoca di quest’ultimo sarebbe pertanto un’operazione di facciata per ingraziarsi l’amministrazione Biden, apparentemente esigente in tema di diritti umani, e consentire lo sblocco degli aiuti americani all’Egitto.

 

In breve

 

Il colosso mediatico saudita MBC Group ha annunciato la chiusura della sua sede in Libano a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate in un’intervista televisiva dal ministro dell’Informazione libanese George Kordahi, a sostegno dei ribelli Houthi in Yemen. (The Washington Post)

 

Una donna tedesca, militante dell’Isis, è stata condannata a dieci anni di carcere dal tribunale di Amburgo per aver lasciato morire di sete una bambina yazida di cinque anni in Iraq nel 2015. (The New York Times)

 

In Afghanistan, l’Isis-Khorasan continua a perpetrare attacchi contro obbiettivi talebani e civili, mettendo in grave difficoltà il governo dei mullah, che non riesce a vincere la guerra contro i terroristi. (Financial Times)

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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