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Focus attualità

Talebani in cerca di riconoscimento. Ma che faranno coi jihadisti?

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 24/09/2021 17:47:32

Con la nomina dei viceministri avvenuta in settimana i Talebani hanno annunciato il completamento del governo ad interim dell’Afghanistan. Ancora una volta la scelta è ricaduta esclusivamente su uomini, mentre sono stati inclusi alcuni (pochi) esponenti delle minoranze etniche, tra cui un membro della comunità hazara (minoranza sciita) nel ruolo di viceministro della salute. Zabihullah Mujahid, portavoce dei mullah, ha difeso la scelta, sottolineando l’inclusione delle minoranze e affermando che in futuro potranno essere aggiunte anche delle donne alla compagine governativa. Come ha riportato il New York Times, secondo Mujahid è responsabilità della comunità internazionale riconoscere il governo talebano, indipendentemente dall’inclusività dell’esecutivo. L’equilibrio di potere all’interno dei talebani sembra essersi spostato definitivamente verso la corrente più radicale e il ruolo di Abdul Ghani Baradar – figura chiave dei negoziati di Doha – è apparso marginale in queste prime settimane di governo talebano, ha notato il quotidiano newyorkese.

 

Mentre il mondo attende le prossime mosse dei talebani “di governo”, la comunità internazionale si domanda quale tipo di relazioni intrattenere con il nuovo Emirato. E, come vedremo in questo focus attualità, le differenze non stanno tardando a emergere.

 

La Cina ha invitato ufficialmente i Paesi occidentali e le organizzazioni internazionali a consentire ai talebani l’accesso ai miliardi di dollari che sono stati congelati dopo la conquista talebana di Kabul. Il ministero degli Esteri cinese ha inoltre confermato che gli inviati di Cina, Russia e Pakistan hanno incontrato la leadership talebana in questa settimana. Si tratta secondo il Financial Times di una serie di fatti che indica «una crescente frattura tra i governi occidentali e Cina e Russia su come rispondere al ritorno al potere del gruppo islamista militante».

 

Il Pakistan resta un osservato speciale a causa dei suoi storici e poco trasparenti rapporti con i Talebani e il suo ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, intervistato dall’Associated Press, invita la comunità internazionale a fare i conti con il fatto compiuto: «qual è l’alternativa [ai Talebani]? Quali sono le opzioni? Questa è la realtà» e non è possibile scappare, ha affermato Qureshi.

 

Anche le monarchie del Golfo si trovano di fronte al dilemma. Il Qatar è noto per aver mantenuto relazioni strette con il movimento islamista, ospitando in particolare a Doha i negoziati sull’Afghanistan. Questo gli ha garantito una considerazione importante da parte del grande alleato americano, ma al tempo stesso lo espone al rischio di essere troppo strettamente associato ai talebani. Diversa la situazione emiratina: l’ospitalità che Abu Dhabi offre all’ex presidente Ashraf Ghani crea delle difficoltà nelle relazioni con i nuovi padroni dell’Afghanistan. Tuttavia, come ha scritto Samuel Ramani su al-Monitor, il ritiro americano, il ritorno dei Talebani al potere e la caotica fuga da Kabul hanno offerto agli Emirati la possibilità di mostrare agli alleati occidentali la loro importanza e lealtà, di rinvigorire l’immagine di Paese capace di offrire un importante contributo umanitario, e di migliorare le sue relazioni con Pakistan e India.

 

A differenza però di quanto avvenuto nel periodo 1996-2001, sia Emirati Arabi Uniti che Arabia Saudita non sembrano pronti a riconoscere il governo talebano, perché prevedono che Kabul sosterrà nuovamente al-Qaida e perché reputano i Talebani troppo vicini al Qatar – questa l’opinione di Kirsten Fontenrose, direttrice dell’Atlantic Council.

 

Le scelte operate negli ultimi anni da Washington sembrano invece rispondere a una logica diversa, che è esposta in un’analisi di Lorenzo Vidino pubblicata da Foreign Policy. Alla radice delle azioni degli Stati Uniti in Afghanistan vi è infatti la convinzione che i Talebani siano (o possano diventare) jihadisti “moderati”, che non porranno problemi all’Occidente fintantoché questo li lascerà governare nei loro territori, a differenza dello Stato Islamico, per vocazione universalista e dunque in rotta di collisione con gli altri Paesi. Tuttavia, osserva Vidino, la distinzione tra jihadisti moderati e non-moderati andrebbe sostituita con quella tra “gradualisti” e “impazienti”, laddove i primi non sono meno estremisti, ma semplicemente «tatticamente più intelligenti», e capaci nel breve periodo di adattarsi per «fare quello che è nel DNA di tutti i jihadisti: destabilizzare la regione e attaccare l’Occidente».

 

I rapporti dei Talebani coni gruppi jihadisti sono una fonte di preoccupazione per molti. Barbara Elias (professoressa al Bowdoin College) si sofferma su quelli con al-Qaida e mostra gli svariati motivi per cui non ritiene che i Talebani interromperanno le relazioni con il gruppo fondato da Osama bin Laden. Ne riportiamo soltanto alcuni. Il primo riguarda la natura organizzativa dei Talebani: un gruppo composto da diverse fazioni, le quali a loro volta hanno rapporti di diversa natura con al-Qaida. La rete Haqqani, per esempio, è nota per avere legami molto stretti. Recidere le relazioni con il gruppo terroristico minaccerebbe allora la coesione interna al gruppo talebano. Il secondo motivo è quello relativo all’ideologia. Come ha scritto Elias, sebbene la tradizione intellettuale di al-Qaida origini dall’Arabia Saudita e dall’Islam wahhabita, mentre i talebani nascono come movimento Deobandi, entrambi descrivono la loro coalizione come legata da «fratellanza ideologica, resistenza e scopo religioso condiviso». Non si tratta secondo Elias di una questione accessoria, perché tradire il partner di questa coalizione farebbe crollare il «pio e autentico» brand talebano.

 

 

Iran e Paesi del Golfo: diplomazia al lavoro

 

Martedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha rilanciato l’ipotesi di una ripresa in tempi brevi dei colloqui di Vienna sul nucleare iraniano. L’annuncio è arrivato negli stessi giorni in cui il ministro degli Esteri di Teheran Hossein Amir-Abdollahian ha incontrato, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, le controparti di Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Russia.

 

Intervenendo all’Assemblea Generale, il Presidente della Repubblica Ebrahim Raisi ha denunciato gli Stati Uniti, dichiarando che «le sanzioni sono il nuovo modo degli Stati Uniti di fare la guerra», e non ha mai fatto riferimento esplicito ai negoziati, pur non escludendo la possibilità di trovare una soluzione per uscire dall’impasse, si legge sul New York Times. Nel frattempo, come scrive Bloomberg, non si ferma la diplomazia tra i Paesi del Golfo, che si sono incontrati di nuovo presso la residenza dell’ambasciatore iracheno a New York, in quello che il ministro degli Esteri iraniano ha definito un «follow up» del summit di Baghdad del 28 agosto.

 

Questa settimana anche le relazioni tra le monarchie arabe del Golfo sono state oggetto di attenzione della stampa, a partire da una foto pubblicata su Twitter che ritrae l’emiro del Qatar in shorts e sorridente insieme a quelli che fino a poco fa erano i suoi arcinemici: il saudita Mohammed bin Salman e Tahnoun bin Zayed al-Nahyan, stretto collaboratore del principe emiratino MbZ. A guardare la foto sembra che tra gli emiri del Golfo regni di nuovo l’intesa, ma come sempre le cose sono più complesse di quanto possa apparire da un semplice tweet. Proprio di questo ha scritto David Gardner, sottolineando che, dietro i sorrisi e le photo opportunity, la competizione, soprattutto economica, tra i Paesi del Golfo continua a crescere.

 

Torniamo però all’Iran. Il discorso tenuto al Palazzo di Vetro conferma la differenza tra l’approccio di Hassan Rouhani e quello di Raisi. Rouhani dava infatti la precedenza al raggiungimento di un accordo con l’Occidente per la rimozione delle sanzioni, mentre la priorità di Raisi sembra piuttosto la campagna di vaccinazione, ha scritto Najmeh Bozorgmehr sul Financial Times. Tuttavia, mentre i funzionari occidentali temono che l’obiettivo di Raisi sia quello di far deragliare i negoziati, secondo gli esperti Ali Vaez e Vali Nasr, il governo iraniano rimane impegnato seriamente nei negoziati. Il problema, sostengono gli autori di una lunga analisi pubblicata da Foreign Affairs, è che per colmare il divario tra Stati Uniti e Iran entrambi i Paesi devono cambiare approccio: «al cuore dello stallo ci sono percezioni errate da entrambi i lati». Nasr e Vaez riconoscono che «nessuna delle concessioni richieste per portare i negoziati fuori dalla palude sarà semplice [da ottenere]. Ma se Stati Uniti e Iran sperano di salvare l’accordo sul nucleare, dovranno dimostrare la disponibilità a esplorare nuove idee». Se non lo faranno, concludono gli autori, perderanno l’ultima opportunità per salvare un accordo che nonostante tutto è «preferibile e meno costoso delle alternative».

 

 

Libia: Tobruk sfiducia Dbeibah. E Haftar considera la candidatura

 

La Camera dei Rappresentanti di Tobruk ha votato una mozione di sfiducia che pone nuovamente a rischio il governo di unità nazionale libico guidato da Abdul Hamid Dbeibah. La mozione, approvata con 89 voti favorevoli, evidenzia nuovamente la frattura esistente tra la parte occidentale e quella orientale del Paese. Nel frattempo, il generale Khalifa Haftar, uomo forte dell’est del Paese, ha sospeso le sue attività di comandante militare. Secondo Samy Magdy (Associated Press) si tratta di una decisione che segnala la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il 24 dicembre. Sempre che lo stallo istituzionale seguito al voto di sfiducia non le metta in pericolo.

 

 

Tunisia: Kais Saied raddoppia

 

In luglio aveva bloccato le attività parlamentari e rimosso il primo ministro, e i critici l’avevano accusato di aver messo in atto un colpo di Stato. Ora Kais Saied, delle cui decisioni parliamo anche nella sezione sulla stampa araba di questo focus attualità, si spinge oltre, annunciando la sospensione della Costituzione e l’estensione delle misure straordinarie che aveva varato in estate. I decreti presidenziali hanno ora valore di legge e il pagamento dei salari dei parlamentari, insieme ad altri loro privilegi, sono sospesi. Secondo Monica Marks, docente di Middle East Politics alla NYU di Abu Dhabi, Saied sta distruggendo ciò per cui i tunisini hanno lottato dopo decenni di dittatura (The National).

 

 

Grande Diga Etiope: nuovo tentativo di mediazione da parte del Congo

 

Dopo che il 15 settembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva invitato le parti in causa a riprendere i negoziati sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD), la Repubblica Democratica del Congo ha ricominciato la sua opera di mediazione, inviando il ministro degli Esteri Christophe Lutundula Apala in visita ad Addis Abeba, a Khartoum e al Cairo. Egitto e Sudan non si sono ancora definitivamente espressi sul piano congolese, ma il ministro degli Esteri egiziano ha sottolineato l’importanza di stabilire un nuovo calendario per le negoziazioni e ha espresso apprezzamento per il metodo congolese. Contestualmente l’Egitto ha iniziato la ristrutturazione della centrale idroelettrica presso la diga di Aswan per far fronte alla possibile riduzione della generazione di elettricità che potrebbe verificarsi con l’entrata in funzione della GERD. Tuttavia, come ha affermato Abbas Sharaki, professore di geologia all’Università del Cairo, dal punto di vista della produzione elettrica l’Egitto non avrà grossi problemi. Ma per l’acqua invece il discorso è radicalmente diverso: «l’Egitto non può sostenere alcuna riduzione della sua quota di acqua del Nilo».

 

 

Rassegna dalla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Alta tensione nel mondo arabo-africano

 

Per diversi Paesi del mondo arabo-africano questa è stata una settimana di grande fermento e dibattito. In Tunisia il presidente Kais Saied, che il 25 luglio scorso ha congelato le attività del parlamento e rimosso il primo ministro, ha annunciato delle nuove disposizioni che rafforzano le sue prerogative, sospendendo buona parte delle norme costituzionali e consentendogli di legiferare per decreto a tempo indeterminato. Il quotidiano nazionale al-Shurūq ha dato voce al dibattito che divide gli attori politici e l’opinione pubblica tunisina da ormai due mesi. Quattro partiti politici – la Corrente democratica, il Partito Repubblicano, Afāq Tūnus ed Ettakatol – hanno firmato una dichiarazione congiunta che definisce l’ordine presidenziale «una violazione della legittimità e un colpo di stato contro la Costituzione». 

 

Della stessa opinione è il leader del partito islamista Ennahda, Rachid al-Ghannouchi, per il quale ciò che sta accadendo in Tunisia è un tentativo di «cancellare la Costituzione» e un «colpo di stato contro il percorso democratico e lo stato civile». 

 

Di orientamento opposto è invece il partito laico della Corrente popolare, che, come riporta ancora al-Shurūq, ha dato il beneplacito alle misure adottate dal presidente ritenendole «un passo importante verso il rovesciamento e lo smantellamento del sistema di corruzione e del terrorismo». Un riferimento, quello al terrorismo, che potrebbe non essere casuale. Ricordiamo infatti che il primo coordinatore di questo partito, Mohamed Brahmi, fu assassinato nel 2013 da alcuni elementi riconducibili probabilmente agli ambienti islamisti.

 

Degli eventi tunisini si è occupata diffusamente anche la stampa panaraba internazionale. Su al-‘Arabī al-Jadīd, quotidiano finanziato dal Qatar con sede a Londra, l’egiziano Wa’il Qandil ha invitato i cittadini e i politici tunisini a guardare al modello marocchino, dove gli islamisti sono stati sconfitti alle urne, anziché al modello egiziano, che invece ha «consegnato ai nemici la rivoluzione [del 25 gennaio del 2011] e distrutto l’esperimento democratico» restaurando un governo dittatoriale.

 

Momenti di alta tensione si sono verificati anche in Sudan, dove martedì è stato sventato un tentativo di colpo di stato attribuito ad alcuni ex funzionari del regime di Omar al-Bashir, estromesso dal potere due anni fa a seguito di una rivolta popolare. Scampato pericolo? No, almeno non secondo Jamal Mohammad Ibrahim, scrittore ed ex portavoce del ministro degli Esteri sudanese, che su al-‘Arabī al-Jadīd ha dipinto un quadro piuttosto fosco del suo Paese. Le divergenze tra la componente civile e militare, nate dall’ambiguità dei documenti costituzionali e giuridici redatti per regolamentare il governo di transizione, non sono risolte e potrebbero provocare un’ulteriore instabilità. I segnali ci sono già, arrivano dal Sudan orientale e occidentale, dove da tempo alcune componenti non perdono l’occasione di agitare le bandiere della ribellione contro il governo di Khartoum. Nel clima generale di instabilità, spiega Mohammad Ibrahim, non è di aiuto l’Unione Africana, che negli ultimi anni ha spesso disatteso l’impegno a condannare e disconoscere i regimi golpisti dei Paesi membri dell’organizzazione.

 

Intanto nel vicino Egitto questa settimana il dibattito è stato polarizzato dalla morte del maresciallo Mohammad Tantawi, ex ministro della Difesa e capo del Consiglio militare che ha governato l’Egitto nel periodo di transizione tra la destituzione dell’ex presidente Hosni Mubarak nel 2011 e l’elezione del presidente Muhammad Mursi nel 2012. Celebrato dalla stampa nazionale filo-regimeal-Ahrām l’ha definito «padre, maestro e modello di Sisi», – il maresciallo è stato messo sulla graticola per queste stesse ragioni da parte della stampa araba estera, che ha accusato lui e il suo «allievo», per l’appunto l’attuale presidente egiziano, di aver deliberatamente condotto il Paese in uno «stato di guerra sociale».

 

Nelle ultime due settimane tuttavia in Egitto si è parlato molto anche di diritti e libertà. Il presidente Sisi infatti ha lanciato la prima Strategia nazionale per i Diritti umani, solo due giorni prima che Patrick Zaki fosse rinviato a giudizio a causa di un articolo, scritto nel 2019, in cui denunciava le discriminazioni a cui è sottoposta la minoranza copta in Egitto.

 

Com’era prevedibile, questa Strategia ha suscitato il clamore e lo sdegno sia della stampa araba filo-islamista sia di quella liberale. Secondo l’avvocato egiziano ed attivista per i diritti umani Sherif Hilali, essa è destinata a rimanere sulla carta perché manca la volontà politica di renderla operativa. Il documento infatti non affronterebbe i nodi più spinosi del problema: la continua ingerenza dei servizi di sicurezza egiziani nelle questioni interne ai partiti e ai sindacati, la mancanza d’indipendenza della magistratura, erosa ulteriormente dagli emendamenti costituzionali apportati nel 2019, il controllo che il governo esercita sui media egiziani attraverso continue telefonate e lettere inviate ai loro direttori, la chiusura forzata di centinaia di siti web privati, la proroga dello Stato di emergenza, in vigore dal 2017, e la detenzione di centinaia di attivisti politici.

 

Dei prigionieri politici e delle angherie a cui sono sottoposte le loro famiglie, ha parlato sul quotidiano filo-islamista ‘Arabī21 anche il politologo egiziano Sayf al-Din ‘Abd al-Fattah (simpatizzante dei Fratelli musulmani), che ha denunciato la presenza in Egitto di diverse prigioni non ufficiali e ha definito la Strategia nazionale per i Diritti umani un documento pieno di «bugie e falsificazioni».

 

In occasione del lancio della Strategia Sisi ha anche affermato che ognuno è libero di professare la religione che desidera. Questa affermazione ha riaperto il dibattito sulla libertà religiosa in Egitto e oltre le sue frontiere. In generale, i quotidiani nazionali egiziani hanno applaudito il PresidenteAhmed Karima, professore di giurisprudenza islamica all’Università dell’Azhar, si legge su al-Ahrām, ha ricondotto l’origine della libertà religiosa al Corano – mentre i quotidiani stranieri sono stati più critici, accusando Sisi di predicare bene e razzolare male (al-‘Arabī al-Jadīd).

 

 

In breve

 

È emergenza sicurezza nel campo profughi di al-Hol, situato nel nord-est della Siria, che ospita le famiglie dei combattenti dello Stato Islamico. Da inizio anno, si sono verificati più di 70 uccisioni, quasi tutte ad opera di donne radicalizzate dell’Isis (Washington Post).

 

Un mese dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Algeria e il Marocco, questa settimana il presidente algerino ha annunciato la chiusura dello spazio aereo del suo Paese ai voli, civili e militari, provenienti dal Marocco (Le Monde).

 

In Turchia è guerra tra l’Istituto di Statistica turco (TurkStat) controllato dal Governo e il Gruppo di Ricerca sull’Inflazione indipendente (ENAG). Secondo TurkStat nel 2021 l’inflazione è salita al 19,50% mentre ENAG la stima al 40% (Financial Times).

 

L’allarme lanciato dal World Food Program: lo Yemen è sull’orlo della carestia. La svalutazione del riyal yemenita e l’impennata dei prezzi dei generi alimentari rischiano di ridurre alla fame 16 milioni di persone (The Guardian).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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