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Religione e società

Formazione, dialogo e cittadinanza globale come antidoto alle derive islamiste

Massimo AbdAllah Cozzolino, segretario generale della Confederazione Islamica Italiana

I recenti attentati in Francia e in Austria, il discorso di Emmanuel Macron sul «separatismo islamista», la radicalizzazione dei giovani attraverso il web e la formazione degli imam in Italia. Una conversazione con Massimo AbdAllah Cozzolino, segretario generale della Confederazione Islamica Italiana

Ultimo aggiornamento: 25/11/2020 16:17:22

Nelle ultime settimane l’Europa è stata oggetto di nuovi attentati terroristici: prima l’uccisione del professore Samuel Paty a Parigi, poi l’attacco dentro la cattedrale di Notre Dame di Nizza, costato la vita a tre persone, e a inizio novembre l’attentato a Vienna con quattro morti e diversi feriti. Come valuta l’accaduto?

 

Gli orribili attentati che hanno colpito l’Europa, e non solo nelle ultime settimane, dimostrano la portata della minaccia che dobbiamo affrontare uniti. A Parigi, Nizza, Avignone, Gedda, Kabul e Vienna abbiamo rivisto l’odio cieco agire con una violenza brutale e sconvolgente, ciò che non può trovare giustificazione nella convinzione di fare la volontà di Dio. 

 

Contro le reti terroristiche transnazionali occorrono risposte adeguate, capaci di tutelare la società pluralista europea e i suoi cittadini, e di respingere tutte le forme di violenza che prendono di mira le persone sulla base della loro origine etnica o del loro credo religioso. L’Europa, in generale, e i singoli Stati, in particolare, devono contrastare in modo olistico l’estremismo violento coordinando in maniera organica le politiche di sicurezza ed evitando le divisioni, spesso indotte da meri interessi elettoralistici nazionali.  

 

Dagli ultimi attentati terroristici emergono continuità e discontinuità con il passato. Fanno da sfondo a questo scenario conflitti ibridi e interessi geopolitici nel Mediterraneo Orientale e nel Nord Africa, nel Sahel e in Armenia, conflitti che spesso generano preoccupanti spirali di polarizzazione ed estremismo.

 

Nel discorso alla nazione tenuto dopo l’uccisione di Samuel Paty, il Presidente francese Emmanuel Macron ha parlato della «necessità di liberare l’Islam in Francia dalle influenze straniere», della «volontà di proteggere i responsabili delle moschee dagli estremisti» e dell’«ambizione di formare in Francia una generazione di imam e intellettuali che difendano un Islam pienamente compatibile con i valori della Repubblica». Che cosa pensa di queste dichiarazioni?

 

Dopo la triste decapitazione di Samuel Paty, il Presidente Emmanuel Macron ha rilasciato delle dichiarazioni politiche condivisibili sulla necessità di difendere la Repubblica dal «separatismo islamista», dagli estremismi e da tutte le ingerenze straniere. Analogamente, sono comprensibili gli appelli di Macron a non rinunciare alle caricature a causa della pressione dei terroristi, anche se nutro profonde riserve su una libertà di espressione intesa in modo assoluto, priva cioè di qualsiasi bilanciamento che garantisca il rispetto dei sentimenti religiosi della comunità. Del resto, lo Stato laico dovrebbe tutelare allo stesso modo ogni fede (e anche chi non ha fede), mediante garanzie positive e negative.

 

La laicità è il cemento della democrazia francese e di diverse altre nazioni europee, e va rispettata come spazio di libera partecipazione dei cittadini a favore dell’integrazione e del rispetto reciproco. La laicità dello Stato – ha insegnato Jemolo – dev’essere costruita nella storia e va tenuta viva nel tessuto comunitario, pena la perdita di mordente e l’isterilimento.

 

Le comunità islamiche europee, insieme alle istituzioni, si sono rese protagoniste di un’azione di contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione partecipando attivamente a programmi di dialogo interreligioso ed educazione interculturale. Anche a livello internazionale si sono rafforzate le relazioni tra le autorità religiose e nazionali, con la creazione di ponti capaci di favorire una migliore comprensione dei messaggi celesti di fratellanza, di amore e di pace.

 

Il «separatismo islamista» al quale fa riferimento Macron si contraddistingue per l’intransigenza ideologica e dottrinaria, tipica dei salafiti e dei Fratelli musulmani, nemica della laicità e incompatibile con i valori democratici e liberali europei. L’Islam politico, nella sua complessità ed eterogeneità, è accomunato da fattori ideologici che, da una parte, alimentano l’intolleranza e la non integrazione nel tessuto sociale e, dall’altra, dissimulano strategie di conquista e di infiltrazione.

 

La fermezza con cui il Presidente Macron ha giustamente espresso la volontà di difendere la Repubblica dall’estremismo politico di matrice religiosa, che peraltro nuoce alle stesse comunità musulmane, non dovrebbe però tradursi in una polarizzazione sociale con la stigmatizzazione della popolazione musulmana e un’interpretazione riduttiva della comunità. Del resto, la polarizzazione potrebbe essere intesa come un processo di esacerbazione delle differenze tra i gruppi sociali, che causa l’inasprimento delle tensioni e alimenta la radicalizzazione.

 

La battaglia intrapresa contro l’estremismo richiederebbe una declinazione sociale della politica di prevenzione della radicalizzazione, che fornisca il necessario sostegno ai cittadini francesi e ai credenti musulmani impegnati nella costruzione di un Islam europeo, frutto di un percorso progressivo compiuto nel quadro dei valori della cittadinanza.

 

La questione della formazione delle guide religiose si pone anche per l’Italia. Diversi imam e responsabili di centri islamici italiani, infatti, non sempre hanno la preparazione religiosa adeguata e neppure conoscono bene il contesto in cui operano. Come pensa che si possano affrontare questi fenomeni?

 

La questione educativa rappresenta una grande sfida per i musulmani in Europa e in particolare per le guide religiose. Essa non può essere né ridotta alla prevenzione dell’estremismo, né limitata ai provvedimenti di contrasto alla radicalizzazione violenta adottati dagli Stati.   

 

Il tema della formazione degli imam è entrato nell’agenda politica e culturale di molti Stati dell’UE, che hanno investito ingenti capitali in progetti per far sì che le guide religiose diventino dei bravi formatori capaci di orientare i fedeli al senso di responsabilità nei confronti della società in cui vivono e preservare così la comunità da influenze estremiste. 

 

Questo è un tema cruciale, che tiene insieme le questioni teologiche-dottrinali e le problematiche sociali e giuridiche, nel quadro delle politiche a tutela del pluralismo religioso e della coesione sociale.

 

Il percorso formativo, che costituisce uno dei punti salienti del Patto con l’Islam italiano, deve prevedere necessariamente la partecipazione attiva di almeno tre soggetti, con un grado diverso di coinvolgimento: le comunità musulmane, le università e lo Stato. L’offerta formativa deve includere, da un lato la formazione teologica e dottrinaria, con lo studio dei testi sacri (il Corano e la Sunna) e delle loro interpretazioni anche in chiave giuridico-normativa (Sharī‘a) e, dall’altro, l’educazione alla cittadinanza con particolare riferimento al contesto italiano e al dialogo istituzionale e interreligioso.

 

La possibilità di offrire questi percorsi formativi nelle università pubbliche italiane, in collaborazione con alcune istituzioni scelte dei Paesi musulmani, darebbe alle comunità islamiche in Italia dei grandi benefici in termini di qualità e affidabilità dell’insegnamento, oltre al fatto che il radicamento sul territorio garantirebbe la compatibilità degli insegnamenti erogati con il principio di laicità.

 

In questo processo, lo Stato ha un compito di fondamentale importanza impedendo la penetrazione dell’Islam politico, che rappresenta una minaccia seria alla sicurezza nazionale ed europea per quanto difficile da demarcare dal punto di vista giuridico. Allo Stato però non può essere demandata la formazione degli Imam e delle guide religiose, come proposto da Macron. Così facendo infatti, queste figure perderebbero legittimazione teologica davanti ai musulmani, e, soprattutto, si rischierebbe di alimentare una polarizzazione dal momento che questo sistema verrebbe attuato solo per la religione islamica e non per le altre fedi.

 

Oggi la radicalizzazione dei giovani avviene sempre più spesso attraverso il web. Come ritiene debba essere affrontato questo problema dalle comunità musulmane?

 

A partire dall’11 settembre 2001 è emerso in maniera evidente il ruolo della comunicazione nel sostegno al terrorismo, nella diffusione della sua ideologia e nel reclutamento. La radicalizzazione, tuttavia, non è un fenomeno di oggi e non è necessariamente collegata all’emergere della tecnologia digitale. La sconfitta militare dell’ISIS non ne ha determinato anche la sconfitta ideologica e la propaganda via web continua a essere intensissima. La rete rappresenta oggi la principale risorsa della propaganda terroristica.

 

Accanto a provvedimenti dall’alto per il monitoraggio della rete e dei social, occorre adottare a livello europeo degli strumenti di soft power per coinvolgere la società civile in un processo multidimensionale che ricalibri la strategia globale contro l’estremismo violento. È importante minare il fascino delle ideologie e delle narrazioni estremiste con una counter e alternative narrative, rafforzando la resilienza attraverso una reale e concreta collaborazione nel campo educativo per la riforma dell’istruzione scolastica e universitaria al fine di accrescere il rispetto della diversità religiosa. Servono inoltre delle competenze specifiche per educare all’interculturalità e al pluralismo religioso, alla nostra cultura nazionale che è, per sua natura, accogliente, all’empowerment e al rispetto dell’«alterità» - come si legge nel Documento sulla fratellanza umana firmato da Papa Francesco e il grande Imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb.

 

Le comunità musulmane hanno un ruolo fondamentale nel contribuire agli sforzi di prevenzione verso quei soggetti ritenuti più vulnerabili, offrendo percorsi formativi e teologici qualificati ma anche sviluppando delle strategie di riabilitazione e reinserimento di coloro che hanno ceduto alle narrazioni estremiste. La strada da seguire potrebbe essere sintetizzata in tre parole: istruzione, dialogo e cittadinanza globale.

 

I musulmani europei, che vivono la propria islamicità come cittadini europei e nel rispetto delle leggi, sono chiamati ad assumere un ruolo proattivo non solo condannando il terrorismo islamista, ma anche eliminando ogni sorta di ambiguità, epurando il linguaggio utilizzato nei sermoni e nella formazione delle nuove generazioni e favorendo una narrativa basata sulla condivisione dei valori di fratellanza universale.

 

L’Italia finora è stata risparmiata dagli attentati. Che cosa ha fatto la differenza nel caso italiano?

 

Oltre alla grande professionalità maturata dai nostri apparati di sicurezza nel contrasto al terrorismo interno e alle reti criminali, nel caso italiano fanno la differenza anche i numeri, ancora piuttosto esigui, dei musulmani di seconda e terza generazione. 

 

Come abbiamo visto nel caso del recente attentato di Vienna, in Europa tende a prevalere il terrorismo cosiddetto homegrown. L’attentatore, Kujtim Fejzulai, infatti è nato e cresciuta in Europa. Rappresentano invece un’eccezione quei soggetti, come l’attentatore di Nizza, che, spinti da motivazioni religiose piuttosto che politiche, sono entrati in Europa attraverso le rotte dei migranti dal Nord Africa transitando per l’Italia.

 

 

Da qualche anno tra i musulmani è sempre più vivo il dibattito sulle derive islamiste. Secondo alcuni la tradizione islamica, se rettamente interpretata è di per sé un antidoto contro la violenza. Altri invocano invece una riforma dell’Islam. Qual è il suo pensiero a questo proposito? 

 

Di fronte alle derive islamiste è sempre più urgente ricomporre la comunità islamica contemporanea, piuttosto frammentata al suo interno dal punto di vista culturale, linguistico e nazionale, ma anche a livello di interpretazione del diritto e della spiritualità islamica, e del rapporto tra modernità e tradizione.

 

L’Islam si fonda su due fonti normative: il Corano e la Sunna (la Tradizione del Profeta). Se il Corano è la fonte principale, la Tradizione costituisce un’illustrazione delle norme e dei valori della rivelazione come le ha vissute il modello perfetto che ogni fedele musulmano cerca di imitare, il profeta Mohammed.

 

La trasmissione della Tradizione spirituale vivente, come espressione anche delle realtà islamiche europee autoctone, potrebbe costituire un antidoto efficace alle derive islamiste, poggiando, da un lato, sul patrimonio fecondo della storia, della cultura e della civiltà del Mediterraneo, e dall’altra sui valori della cultura europea, rispetto ai quali non vi è antitesi o sovrapposizione.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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